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Aboliamo e sostituiamo il codice tributario

Negli Stati Uniti, come in quasi tutti i paesi occidentali, si veleggia verso un fisco sempre più complicato, e con una base di contribuenti effettivi molto, troppo, piccola. La proposta per un totale azzeramento della normativa e una ripartenza ex novo è veramente suggestiva, soprattutto per l'Italia, dove la situazione è più grave rispetto agli Stati Uniti.

nota della redazione

La proposta di legge dei Repubblicani per la riforma della tassazione potrebbe migliorare solo in minima parte l’attuale sistema fiscale vigente negli Stati Uniti, sul quale Mitch Daniels, ex direttore dell’Office of Management and Budget (ufficio di consulenza del presidente - ndT) ebbe a dire: “Non sarebbe bello disporre di un codice tributario che appaia progettato per questo scopo?”. L’attuale proposta di legge, lunga ben 429 pagine, destinate a crescere, è uno strumento di semplificazione poco credibile, che renderebbe ancora più forte la già evidente spinta al cosiddetto “azzardo morale” indotta dal codice tributario oggi esistente.

L’espressione “azzardo morale” è utilizzata dagli economisti per indicare i casi in cui si determinano condizioni che inducono le persone ad un comportamento scorretto. L’attuale codice tributario è un caso del genere e la proposta dei Repubblicani potrebbe addirittura peggiorarlo, attraverso l’aumento da 1000 a 1600 dollari dello sgravio fiscale per ogni figlio, con l’aggiunta di un ulteriore deduzione di 300 dollari per ogni genitore (indipendentemente dal numero di figli) e con il raddoppio della deduzione standard, che passerebbe a 12mila dollari per i single e a 24mila dollari per le coppie sposate. Tali misure aumenterebbero il numero di cittadini che non paga imposte sul reddito e diminuirebbero ulteriormente la porzione di entrate fiscali pagate dai percettori di bassi redditi.

Oggi, il 50% dei contribuenti meno ricchi contribuisce per meno del 3% alle entrate fiscali provenienti da imposte sul reddito. Il 45% delle famiglie americane non paga imposte sul reddito per uno di questi due motivi: guadagna troppo poco oppure usufruisce di esenzioni e sgravi che azzerano la sua tassazione. Il 60 % degli americani non paga alcuna imposta o paga meno del 5% del proprio reddito. Il 40% dei contribuenti risulta beneficiario netto del fisco grazie a crediti d’imposta giunti a rimborso. Tutto ciò significa che una ampia maggioranza di americani – destinata ad allargarsi ulteriormente in caso di approvazione della proposta repubblicana – ha ben pochi incentivi per opporsi alla continua espansione dello Stato (e dei suoi costi), visto che contribuisce solo ad una piccola porzione delle sue entrate.

I dati sopra indicati potrebbero essere il risultato di politiche fiscali e sociali giustificabili. Tuttavia, sono anche imbarazzanti per quei pochi conservatori - oramai inclusi nelle specie a rischio di estinzione - che contestano l’affermazione di Dick Cheney secondo cui la gestione dell’era Reagan dimostrerebbe che i disavanzi di bilancio non sono un fattore importante. I deficit, al contrario, hanno pesanti effetti economici, e forse ancor più pesanti effetti politici. I deficit  permettono l’espansione dell’apparato pubblico senza pagare il conto, consentendo ai politici di far pagare ai contribuenti meno di 1 dollaro di tasse per ogni dollaro sborsato dallo Stato sotto forma di vari benefici pubblici (sussidi, stipendi, ecc.). Quando l’amministrazione Bush-Cheney riuscì a far approvare l’ultimo ampio taglio fiscale, il debito pubblico corrispondeva al 33% del PIL. Oggi corrisponde al 75% (in Italia è al 130%, ndT).

L’attuale proposta di legge dei Repubblicani dovrebbe dimostrare ai sostenitori di Trump che avere la maggioranza al Congresso serve a qualcosa e che questa dovrebbe essere estesa. Il repubblicano Mark Meadows, rappresentante alla Camera per la Carolina del Nord e presidente dello House Freedom Caucus (un gruppo di deputati repubblicani di orientamento libertario e conservatore - ndT), ha dichiarato a USA Today: “Se riuscissimo ad approvare una serie di provvedimenti su alcuni temi politici cruciali, potremmo forse essere più riflessivi e attenti nelle nostre discussioni? Penso che la risposta possa essere sì”. Ma la partecipazione al dibattito sulla riforma fiscale induce a credere che la proposta repubblicana non sarà in grado di placare il risentimento dei più accesi sostenitori del presidente, in buona parte bianchi e di bassa estrazione sociale, probabilmente insoddisfatti per il fatto di non ricevere sufficienti benefici dallo Stato. Le recriminazioni di costoro potrebbero essere ragionevoli, ma non possono essere risolte attraverso riduzioni fiscali sull’imposta delle persone fisiche.

Completamente diverso sarebbe l’impatto di una riduzione delle imposte sui salari (in Italia, c.d. “cuneo fiscale” – ndT).

Tutti i contribuenti potrebbero beneficiare di un taglio dal 35% al 20% dell’imposta sui profitti delle imprese (corporate tax). La valutazione su quali siano i soggetti reamente colpiti dell’imposta sui profitti aziendali è tema di continue discussioni fra gli economisti, persone spesso di sorprendente presunzione che hanno opinioni totalmente divergenti nel decidere se e quanto tale imposta finisca per comprimere i salari dei lavoratori, ridurre i dividendi degli azionisti o gravare sui consumatori attraverso un aumento dei prezzi finali. Al riguardo, basta osservare che le aziende non pagano tasse, bensì raccolgono tasse. L’incertezza in merito ai soggetti su cui, alla fine, grava tale prelievo fiscale potrebbe suggerire l’idea che la nuova aliquota proposta dai Repubblicani (20%) è addirittura troppo alta, di venti punti percentuali…

In verità, quest’anno, la miglior proposta di legge sul fisco, che il senatore Bob Goodlatte (repubblicano, Virginia) ha presentato per sei volte a partire dal 2006, è “lunga” quattro pagine e contiene meno parole (411) del numero di pagine della proposta ufficiale repubblicana. Il suo titolo potrebbe essere “Proposta fiscale corrispondente agli auspici di Mitich Daniels”. Invece, il suo titolo è un altro, ed è molto esplicito: Tax Code Termination Act (Legge di Distruzione del Codice tributario – ndT). Se questa proposta fosse approvata, a partire dal 31 dicembre 2021, si avrebbe l’annullamento dell’attuale codice, pari a 4 milioni di parole, ed entro il 4 luglio di quell’anno lo Stato sarebbe obbligato ad emanare un nuovo codice, necessariamente “progettato per questo scopo”.

© 2017, The Washington Post