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Acculturarsi, per migliorare se stessi (e gli altri)

Qualsiasi attività culturale o artistica può essere benefica per il nostro equilibrio e il nostro benessere

Sembra quasi una ricetta medica: un’ora a settimana, dai 25 ai 65 anni, ecco la lista di ciò che sarebbe il caso di leggere, ascoltare, guardare, visitare per “meglio affrontare il mondo”, “vivere mille vite virtuali”, “scoprire se stessi e accedere così a nuove dimensioni di felicità e successo”. Ma quali sono queste pozioni magiche?

Dai Tre Moschettieri di Dumas a Blade Runner, il film di Ridley Scott, passando per il Taj Mahal in India o per La Maja desnuda, la celebre tela di Goya. Sono più di 700 le opere culturali selezionate da Jacques Attali nel suo ultimo libro, Les chemins de l’essentiel [I sentieri dell’essenziale, appena pubblicato in Francia da Fayard – ndt]. Né la scuola, né la famiglia, infatti, sono sufficienti a nutrire i nostri spiriti e i nostri cuori assetati – nel migliore dei casi – di intelligenza, di bellezza, e soprattutto…di umanità. Attali ci ricorda che acculturarsi equivale ad entrare in contatto con alcuni valori universali e ci fa sentire di appartenere al mondo. Equivale a condividere un tesoro, se così si può dire, con tutto ciò che questo comporta, e quindi ad approfondire la conoscenza di noi stessi e a capire meglio gli altri. 

Per lo psichiatra Thierry Delcourt, si tratta di un meccanismo psicologico chiamato “introiezione”: «Quando lo scultore Giacometti esplora le tradizioni dell’Africa e dell’Oceania, egli assorbe queste influenze, le digerisce e le ‘introietta’ nelle proprie creazioni per generare qualcosa di ‘mai visto prima’».

Un livello più profondo di rigenerazione

Lo psicanalista Thierry Delcourt, autore del saggio La folie de l’artiste, créer au bord de l’abîme [La follia dell’artista: la creazione sull’orlo dell’abisso, pubblicato in Francia da Max Milo – ndt], integra a pieno titolo la dimensione culturale nel suo lavoro e sostiene che “se ci si limita ad applicare il sapere teorico relativo al proprio ambito di competenza, si trascura l’essenziale. Un idraulico a cui non interessa come veniva svolto il proprio mestiere in precedenza o altrove, non può essere considerato un buon artigiano. Lo stesso dicasi per uno psicoterapeuta che non conosca le scienze o le opere culturali umane, poiché non potrebbe che avere una visione chiusa di ogni patologia mentale”.

Élodie Lahaye, medico generico e organizzatrice di seminari in una società dedita alla formazione dei medici (www.sftg.eu) condivide questo punto di vista: “Creando un collegamento tra medicina e cultura, a partire per esempio da un testo teatrale o dal lavoro dei clown, constatiamo che i nostri partecipanti tendono a modificare il loro approccio al paziente. Essi partecipano a questi seminari non per imparare delle regole, delle “ricette”, ma per vivere delle emozioni che arricchiranno il loro ‘saper essere’, un bagaglio di cui potranno servirsi nell’incontro umano che avverrà in sede di consultazione”.

Un viaggio filosofico di gruppo, in Grecia, sul tema del giuramento di Ippocrate; esercizi di riscrittura dell’episodio della “petite madeleine” di Proust; la lettura scenica della corrispondenza tra Albert Camus e Maria Casarès, sono solo alcuni degli esempi. Questi seminari biennali mettono costantemente a disposizione diverse opere culturali, una vera e propria manna che consente ai medici, fortemente stressati dall’esercizio del proprio mestiere, di rigenerarsi ad un livello più profondo.

Secondo Élodie Lahaye, “il teatro è l’anti-burn out, l’anti-esaurimento per eccellenza! Mi ricordo in particolare di una lettura senza punteggiatura del poema Se (“If”) di Rudyard Kipling, che ha consentito a moltissimi medici di esprimere la propria sofferenza”.

Queste prescrizioni culturali aiutano anche i pazienti. “L’antropologia - specie le opere di Françoise Héritier - il cinema, la scultura: quando ascolto le problematiche di un paziente, ho a mia disposizione una conoscenza che va ben oltre le pareti del mio studio. E interrogandomi su come poter essere creativo di fronte alla situazione vissuta da questa persona, le restituisco anche un po’ della sua creatività”, ci spiega inoltre il dottor Thierry Delcourt.

Se è vero che ogni caso è una storia a sé, bisogna dire che alcune opere risultano particolarmente utili allo psichiatra per entrare in contatto con il disagio mentale. “Mi viene in mente in particolare una paziente molto provata da un forte senso di colpa. Le avevo allora parlato delle ‘possedute di Morzine[1]’, centinaia di donne che nel XIX secolo si credevano possedute dai demoni. L’evocazione di questo episodio storico e il fatto di poterne discutere insieme, stimolando uno scambio di opinioni, ha avuto un vero e proprio effetto liberatorio. Allo stesso modo, parlare con alcuni pazienti del film Festen, può consentire di abbordare la rivelazione dell’incesto, e fa capire ai pazienti che non si ritrovano da soli di fronte al loro trauma”.

Accumulare informazioni non è tuttavia sufficiente. Per istruirsi in profondità sono necessari tempo e maturazione. E anche un po’ di fortuna: molto spesso è l’incontro con un passeur [2], che ci porta ad entrare in contatto con quelle opere culturali che potranno esserci utili in futuro.

 

[1] Si fa riferimento all’epidemia di isterodemonopatie avvenuta a Morzine, un comune della Savoia, al momento dell’annessione alla Francia - ndt.

[2] Un “passeur” è una persona che trasmette ad un’altra la conoscenza di un’opera, di un autore, di un artista, di un contenuto culturale - ndt

© Pascale Senk, 2018, Le Figaro