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Alfie Evans: quando lo Stato condanna a morte un bambino disabile

L'autore di questo articolo prende una netta posizione in favore dei genitori di Alfie Evans (il neonato inglese con grave patologia cerebrale per il quale i medici e i giudici hanno decretato l'eutanasia). Noi, invece, riteniamo che il tema sia molto complesso e che i media non abbiano adeguatamente informato il pubblico sul punto fondamentale: il piccolo Evans, in realtà, era addirittura quasi totalmente privo di materia cerebrale. La sua scatola cranica era piena di acqua e liquido cerebrospinale. In tali condizioni, ha senso proseguire una forma di vita che, molto probabilmente, non è in grado di avere coscienza, di provare amore od odio, di gioire o soffrire? Non pretendiamo di avere la giusta risposta, ma forse coloro che hanno rivolto gravi accuse a medici e giudici dovrebbero riconoscere che una riflessione più approfondita andrebbe fatta.

nota della redazione

Immaginate che il vostro bambino sia in un letto d’ospedale, affetto da un male misterioso al cervello. Dovreste o meno essere voi, i suoi genitori, coloro cui spetta decidere se continuare o meno le cure? O invece è lo Stato a poter decidere di staccare la spina, anche contro la vostra volontà?

Gli americani, in larga maggioranza, ritengono che la decisione finale spetti ai genitori. Questo perché, nel nostro sistema, il compito dello Stato è quello di difendere gli inalienabili diritti alla vita e alla libertà di ogni cittadino. Ma in Gran Bretagna, a quanto pare, lo Stato ha invece il potere di calpestare la vita e la libertà delle persone, condannando a morte un bambino disabile.

Ciò è proprio quanto ha deciso l’Alta Corte di Giustizia britannica nel caso di Alfie Evans, un bambino affetto da una malattia al cervello allo stadio terminale. I medici dell’ospedale pediatrico di Liverpool hanno concluso che ulteriori cure fossero inutili e hanno chiesto alla Corte – con l’opposizione dei genitori – di ordinare la rimozione del respiratore che teneva in vita il bambino. I genitori di Alfie hanno chiesto di poterlo trasferire all’Ospedale pediatrico del Bambin Gesù di Roma, dove i medici avevano accettato di prenderlo in cura, senza costi. Papa Francesco aveva predisposto il trasporto medico gratuito e il governo di Roma aveva accordato al bambino la cittadinanza italiana, per facilitare le pratiche di trasferimento. Anche un ospedale a Monaco, in Germania, s’era offerto di liberare i medici inglesi del peso di curare Alfie.

Ma i giudici hanno deciso che Alfie, “nel suo migliore interesse”, dovesse morire. I medici hanno riferito alla Corte che il bambino “sarebbe stato in grado di affrontare soltanto pochi minuti di respirazione autonoma, se quella meccanica fosse stata interrotta”. Invece, anche senza apparecchiature, per altri cinque giorni Alfie ha lottato per la vita. Un manipolo di poliziotti era stato messo a guardia dell’ospedale, per evitare che la madre o il padre tentassero di portarlo via, mentre la sentenza di morte veniva eseguita.

Tutto ciò corrisponde – in parole semplici – ad un atto di tirannia. Una cosa è sostenere che spetti al giudice stabilire se i contribuenti inglesi debbano o meno continuare a pagare per cure mediche che il sistema sanitario nazionale reputa inutili. In un sistema dove la sanità è garantita a tutti dallo Stato, le risorse sono necessariamente limitate e le cure devono essere gestite oculatamente (e questa è la ragione per cui noi in America non vogliamo la socializzazione delle spese mediche). Ma come può un tribunale inglese arrogarsi il diritto di negare ad un bambino le cure in grado di prolungargli l’esistenza, quando le stesse possono essere fatte all’estero, a spese altrui? Chi attribuisce al governo britannico il diritto di stabilire che tipo di esistenza vale la pena di vivere e per quanto a lungo?

Diabolicamente, il Giudice Anthony Hayden ha citato proprio il Papa per giustificare la decisione di mettere fine alla vita di Alfie, riportando fuori dal loro contesto alcune parole di un discorso di Francesco, le quali ammonivano contro: “la tentazione di insistere in trattamenti sanitari che hanno effetti potenti sul corpo dei pazienti, ma che a volte non sono al servizio del bene della persona”.  In verità, Francesco - nello stesso discorso - aveva anche detto che la decisione di interrompere le cure “deve essere presa dal paziente”. Mai ha affermato che una simile scelta può essere fatta dallo Stato. Ed infatti il Papa si è espressamente schierato dalla parte dei genitori di Alfie: “…rinnovo il mio appello affinché le sofferenze dei genitori del bambino possano trovare ascolto e che il loro desiderio di sperimentare nuove cure possa essere esaudito…”. E’ mostruoso che l’Alta Corte inglese abbia deciso di stravolgere le parole del pontefice per giustificare l’uccisione di un bambino.

Ma in Europa la cultura della morte avanza a passo di marcia. Il telegiornale della CBS ha riportato che in Islanda si è quasi riusciti ad “eliminare” la sindrome di Down, non grazie a qualche cura miracolosa, ma come conseguenza del fatto che gli aborti dei feti affetti da quelli sindrome sono orami prossimi al 100%... Adesso, con Alfie Evans, e in precedenza con Charlie Gard, le Corti inglesi hanno condannato a morte dei bambini disabili, nonostante l’opposizione dei genitori.

Questa è barbarie. Nikolaus Haas, un medico tedesco che si era offerto di curare Alfie, ha detto ai giudici: “A causa della nostra storia, in Germania abbiamo imparato che ci sono alcune cose che non si possono fare ai bambini handicappati. Le nostre società devono essere in grado di prendersi cura dei bambini gravemente disabili e non possono decidere che le cure vitali siano interrotte contro il volere dei genitori”. Il Giudice Hayden ha sostenuto che questa fosse una affermazione “provocatoria”. Invero, la comparazione è appropriata. Londra è sopravvissuta ai bombardamenti tedeschi per fermare l’avanzata di un regime che consentiva l’omicidio a fini eugenetici, tra l’altro anche dei disabili. Ora la Gran Bretagna ha un regime analogo, per decisione dei giudici.

Se gli americani non saranno vigili, sarà soltanto questione di tempo perché tutto ciò avvenga anche da noi.

© 2018, The Washington Post