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Andrea Marcolongo, l'Italiana che vi farà innamorare del greco antico

Questa giovane ellenista ha pubblicato "La lingua geniale – 9 buone ragioni per amare il greco", un best seller nel quale esprime tutto il suo amore per la lingua di Omero e di Platone, rievocandone la bellezza universale.

La sua passione? L'etimologia. A cominciare da quella del suo nome proprio, Andrea, dal greco andros che significa “uomo”. “Ero destinata a nascere prematura e mio padre si è detto: non importa se sarà maschio o femmina, l’importante è che sopravviva”, come racconta. In Italia si tratta di un nome esclusivamente maschile. E questo genera, secondo lei, “circa tre malintesi” al giorno; ecco perché ama recarsi all’estero, dove la finale “a” del suo nome può nuovamente suonare come femminile. Eppure, a 31 anni, Andrea Marcolongo scoppia di femminilità. Con un piercing al naso, un tatuaggio sul braccio e una bionda chioma, questa dottoressa in lettere classiche non ha davvero nulla che risponda allo stereotipo austero della docente di lingue antiche. Ad ogni modo, è proprio a tale “causa”, desueta quanto universale, che questa giovane donna ha consacrato la sua vita.

Dal suo incontro con Omero e Platone ha tratto un libro, La lingua geniale – 9 buone ragioni per amare il greco.

Approcciare il greco insieme a lei non vuol dire soltanto imparare una lingua, ma anche entrare in un universo, in una civiltà, in una “grammatica dell’anima”, per riprendere una sua efficace definizione.

Non si tratta soltanto di parole: in queste sue pagine, che restituiscono la vita ad una lingua morta, si scoprono un modo di pensare, una relazione con il tempo e una visione del mondo differenti. Con questo libro, più intimista che accademico, Andrea Marcolongo si rivolge sia ai veterani che ai profani, con i quali tenta di condividere la sua passione per l’ottativo (il modo con il quale vengono espressi i desideri), per l’aoristo (con cui si esprime un particolare “aspetto” temporale, che ritroviamo in alcune lingue indoeuropee), nonché per il neutro o il duale, facendoci scoprire tante altre particolarità proprie della lingua greca, con grande maestria.

Nata nel 1987 a Crema, piccola città della Lombardia, in una famiglia modesta e senza alcuna predisposizione per le lettere, Andrea Marcolongo frequenta il liceo classico, un tipo di scuola che non esiste in Francia, dove si ritrova ad avere ben sei ore di latino e cinque di greco alla settimana. Qui incontra un eccellente professore che le trasmette il gusto per il greco, “proprio come Virgilio lo trasmise a Dante”. In seguito, lavora nel campo della comunicazione a Firenze, dove l’allora sindaco della città – Matteo Renzi – le chiede di diventare ghost writer per i suoi discorsi pubblici. Segue poi il leader dei Democratici nella sua veste di Presidente del Consiglio, a Roma, dove resta fino al 2014. Oggi pubblica regolarmente sul quotidiano La Stampa e continua a lavorare, spostandosi tra Sarajevo, dove “vive”, e Milano, dove “abita”. Peraltro, lei sogna di venire a vivere a Parigi, città che considera fonte di ispirazione e del tutto adatta alla sua attività di scrittrice.

Non contate su di lei per alimentare discorsi allarmistici sulla scomparsa delle lingue antiche. “Il dibattito più importante non riguarda tanto la crisi dell’insegnamento del greco o l’idea che potremmo avere i barbari alle nostre porte, quanto il sistema educativo. Non ho affatto paura che il greco scompaia, perché il greco è ovunque. Il punto è che tipo di nuove generazioni abbiamo intenzione di plasmare. Dobbiamo domandarci se il sistema scolastico esiste per formare dei lavoratori oppure dei cittadini”, afferma la scrittrice.

Nell’epoca degli smartphone, di Facebook e del trionfo degli ingegneri incolti della Silicon Valley, a cosa può mai servire il greco?

Risponde sorridendo: “Che pessima domanda! È come chiedere a cosa serve il francese visto che ormai abbiamo il Google Translator!”. Parafrasando Cesare Pavese, il poeta ipersensibile, aggiunge: “Potremmo dire che il greco insegni il mestiere di vivere. Insegna lo sforzo, il fallimento, ma anche la soddisfazione profonda che procura l’esercizio di decifrare un testo e la gioia di aver penetrato il mistero dei testi antichi”.

Non pensa che questo sforzo vada controcorrente in un’epoca nella quale il culto dell’immediatezza ha sostituito la necessaria attenzione che occorre per avvicinare i testi antichi?

“Contesto la velocità come valore. Ciò che vale per i treni non vale per gli essere umani. Alcuni miei studenti mi raccontano che si rilassano trascorrendo due ore a tradurre dal greco: e questo accade in un mondo iperconnesso, dove ci ritroviamo ad essere continuamente stimolati dalle immagini, dai film agli smartphone”. Si scaglia contro il “livellamento” del sistema educativo che desidera annientare l’eccellenza in quanto (presunto) fattore di discriminazione. Il suo motto potrebbe essere: “Greco per tutti!”, in controtendenza rispetto al ragionamento del sociologo francese Pierre Bourdieu, che relega “l’eredità” culturale all’interno di una vaga cultura generale.

“Marguerite Yourcenar sosteneva che le migliori cose espresse dagli uomini, o quasi, sono state dette in greco” – prosegue – “D’accordo, forse è un tantino esagerata, ci sono ancora molte cose belle da dire. Ma i Greci sono probabilmente stati i primi a capire profondamente l’animo umano che, da allora, non è cambiato molto”. Secondo la scrittrice, quindi, la specificità di questa lingua risiede proprio nell’essere “a misura d’uomo”, quindi vettore privilegiato di un vero e proprio umanesimo.

Dopo aver vissuto a Firenze, Andrea Marcolongo invoca un “nuovo Rinascimento”, spiegando che “a quell’epoca si era tornati ai testi dell’antichità classica non tanto per far rinascere la cultura del passato, quanto per costruire il futuro”. In breve: il greco antico ha un florido avvenire.

© Eugénie Bastié, 2018, Le Figaro