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Berlino 1987: il grido della libertà

Oggi è il 12 giugno 2017. Esattamente trenta anni fa, nel 1987, in questo stesso giorno, Ronald Reagan pronunciò un celebre discorso a Berlino ovest, davanti alla porta di Brandeburgo.

All’epoca, il Muro di Berlino era ancora in piedi, dividendo la città tedesca in due parti: la metà orientale era la capitale Germania est, dittatura sotto l’influenza dell’Unione Sovietica, mentre la metà occidentale era divisa in tre settori, ciascuno gestito da Stati Uniti, Regno Unito, Francia.

La scena era certamente insolita: il presidente degli Stati Uniti stava sul palco collocato a poca distanza dalla famosa porta. Alle spalle di Reagan, un’ampia finestra in vetro antiproiettile nel pannello protettivo posteriore lasciava intravedere sullo sfondo i poliziotti della Germania est a presidio della linea di confine. Si poteva scorgere anche la scritta un po’ naif che qualcuno aveva spruzzato sul tratto di Muro dietro il palco: “Welcome Reagan”, con il disegno di un viso sorridente al posto della “o”. Sul palco, sempre dietro Reagan, sedevano vari esponenti, tra cui il cancelliere federale Helmut Khol, il sindaco di Berlino ovest e i capi militari occidentali di stanza a Berlino. Di fonte al palco, a brevissima distanza, molte migliaia di persone stipate, oltre a un grosso gruppo di fotografi e teleoperatori abbarbicati su una torretta metallica allestita per l’occasione.

A metà del discorso, che in totale durò 26 minuti, Reagan parlò dei piccoli, flebili segnali di libertà che, inaspettatamente, sembravano giungere dall’Unione Sovietica, dove Gorbaciov era diventato due anni prima capo del partito comunista e leader del paese. In effetti, risultava che alcuni oppositori erano stati scarcerati. Ma Reagan disse di non avere ben chiaro se tali segnali potevano essere considerati il primo atto di una svolta progressiva e profonda o se si trattava solo di un inganno evanescente. Poi, pronunciò la famosa frase:

C’è un segnale inequivocabile che i sovietici potrebbero mandarci se vogliono davvero promuovere la causa della libertà e della pace. Segretario Generale Gorbaciov, se lei cerca la pace, se vuole la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa dell’est, se vuole liberalizzare, venga qui davanti a questa Porta! Signor Gorbaciov, apra questa Porta! Signor Gorbaciov, tiri giù questo Muro!”.

La folla esplose in un grido di gioia e in applausi scroscianti. Probabilmente pochi intuirono, in quel momento, quanto quelle parole fossero profetiche. Infatti, per uno dei frequenti scherzi della storia, i mass media – in quel 1987 – non diedero molto risalto al discorso di Reagan, un presidente che all’epoca non riscuoteva molto successo fra i giornalisti. Così, fu solo nel 1989, quando il muro fu aperto e poi abbattuto, le parole di Reagan tornarono alla memoria, si riscoprì il loro valore premonitore e divennero famose in tutto il mondo.

Il Muro di Berlino era stato costruito nel 1961 dai sovietici per bloccare la continua emorragia di tedeschi orientali che lasciavano il “paradiso comunista” per emigrare a Berlino ovest. D’altronde, diverse famiglie si trovavano separate tra le due parti della città, ma “stranamente” il flusso era sempre e solo verso occidente, mai verso oriente. I capi della Germania est si rendevano conto che quella continua fuoriuscita da un lato mostrava al mondo intero lo scarso appeal del regime comunista, dall’altro minava alla base le prospettive demografiche ed economiche della Germania est. Il Muro fu costruito in pochi giorni, d’improvviso, lasciando esterrefatti i berlinesi e il mondo intero. In seguito, venne sempre più rinforzato con filo spinato, cani lupo, torrette di guardia, cavalli di frisia, cellule fotoelettriche e altri accorgimenti. Alla fine degli anni ’80, i tedesco orientali avevano trasformato tutto il confine tra le due Germania in una barriera invalicabile, con decine di metri di terreno retrostante supersorvegliato.

Nei ventotto anni della sua esistenza, il Muro ha segnato profondamente, e non certo per il meglio, le vite di innumerevoli famiglie berlinesi. Si stima che circa 100mila tedeschi abbiano cercato di attraversarlo per fuggire verso occidente e che 5000 siano riusciti nell’impresa. In parallelo, tra 140 e 200 persone sono morte nel tentativo di fuga, quasi tutte per mano dei famigerati Vopos, i temibili poliziotti della Germania est.

Considerate le tragedie umane causate dal Muro, è davvero sconcertante che la Germania est aprì il varco, nel 1989, sotto la pressione degli eventi esterni e in modo del tutto dilettantesco. A novembre di quell’anno migliaia di tedeschi si diressero in Cecoslovacchia, visto che da lì era diventato possibile andare in Austria. In parallelo, vi furono grandi manifestazioni di piazza a Berlino est per reclamare maggiori libertà. Il regime comunista sentiva il terreno franare sotto i piedi. Il dittatore Honecker si dimise il 18 ottobre 1989 e il nuovo presidente della Germania est, Egon Krenz, decise una parziale apertura del Muro consentendo il transito a coloro che poi si ripromettevano di rientrare a Berlino est nel giro di pochi giorni. Il capo del partito comunista a Berlino est, Günter Schabowski, convocò una conferenza stampa per comunicare le nuove regole di frontiera, ma si era mal coordinato con il governo centrale. Non era stato ben informato circa i tempi di applicazione delle nuove norme, che dovevano essere temporanee. Quasi per caso, un giornalista chiese chiarimenti sull’apertura del Muro e il dirigente rispose che “per quanto ne sapeva” la decisione aveva effetto sin da subito. La notizia si sparse all’istante in tutta la città e nel giro di poche ore un oceano di berlinesi dell’est si accalcò ai posti di frontiera per passare verso la parte ovest, anche solo per fare un breve giro dall’altra parte e sognare a occhi aperti.

Il flusso divenne incontenibile, la polizia rinunciò a controllare i passaporti e la storia della Germania cambiò in un attimo.

Forse sarebbe stato più dignitoso aprire il Muro con una cerimonia ufficiale, magari ricordando coloro che erano morti nel tentativo di attraversarlo. Ma evidentemente i capi comunisti erano ben consci dei propri crimini e, vuoi per vergogna, vuoi per timore di essere assaliti, preferirono ammainare la bandiera della Germania est alla chetichella, quasi di nascosto. Fu la fine ingloriosa di un’aspra dittatura che durava dal 1949 e che aveva reso infelici milioni di tedeschi.

© 2017, Thema International