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Boris Johnson: "Il resto del mondo crede nel Regno Unito. Dobbiamo crederci anche noi inglesi"

Un orgoglioso canto di battaglia scritto dall'ex ministro degli esteri britannico, nonché tra i maggiori esponenti del partito Conservatore.

nota della redazione

Esattamente due anni fa varcavo la soglia del Foreign Office, al mio primo giorno come ministro degli Esteri. Mi trovavo all’interno della Durbar Court, un immenso atrio di marmo, circondato da busti di esploratori del passato e gremito di gente. Parlai rivolgendomi a tutti, offrendo una visione per il futuro.

Non si trattava di una linea politica e tanto meno di uno slogan, bensì di una nuova prospettiva da cui osservare noi stessi all’indomani del risultato referendario. Ai presenti – molti dei quali affacciati dalle gallerie come in una scena del film “Le ali della libertà” – spiegai come fosse giunto il momento per il Regno Unito di ridefinire la propria missione su scala globale. E per “globale” intendevo un paese più aperto e proiettato verso l’esterno, in contatto col resto del mondo come mai prima d’ora.

La visione che proponevo consiste nel cogliere l’opportunità, offerta dal voto per la Brexit, di riscoprire il dinamismo di quegli austeri vittoriani - lì presenti nei loro busti in marmo - non per costruire un nuovo impero, Dio ce ne scampi, ma usare ogni grammo del potere britannico, sia soft che hard, per tornare sulla scena mondiale in un modo che abbiamo forse dimenticato negli ultimi 45 anni: stringere amicizie, aprire i mercati, promuovere la nostra cultura e i nostri valori.

Certamente, tale visione non significa voltare le spalle ai nostri amici e partner al di là della Manica. Con un equo accordo di libero scambio saremmo in grado di stabilire le migliori relazioni commerciali con la UE che si siano mai avute sinora. Avere un “profilo globale” significa, per il Regno Unito, fare qualcosa di più: riaccendere le vecchie amicizie del Commonwealth, ovvero 52 tra le economie in crescita più rapida del pianeta.

La Global Britain dovrebbe rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti d’America, ormai il nostro più grande mercato di esportazione. Per essere davvero globali, dovremmo operare maggiormente con i paesi del Golfo, con l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), con la Cina. In un momento in cui il libero scambio è a rischio, dovremmo essere i rappresentanti e i catalizzatori dei mercati aperti, e militare incessantemente per la libera circolazione delle merci.

Come dissi loro, era un grande momento per il Ministero degli Esteri, un’occasione per issare nuovamente la bandiera britannica in giro per il mondo. Due anni dopo, con le mie dimissioni [presentate pochi giorni or sono – ndt] ho deciso che – per il momento – rinuncerò a parlare della Brexit; rimango, tuttavia, molto orgoglioso del progetto di ridare al Regno Unito una dimensione globale e dei risultati raggiunti dal nostro corpo diplomatico.

Leggo ancora le bizzarre osservazioni di chi afferma di non riuscire a “cogliere” il significato di Global Britain. Alcuni sembrano considerarla un’idea vanagloriosa, ritenendo che non siamo in grado di competere nell’arena globale. Vengono usate espressioni come “potenza di seconda categoria”. Si sostiene che tale ottica globale sia una forma di presunzione e che le spese per gli aiuti verso l’estero andrebbero tagliate tout court. C’è poi chi dichiara, come Jeremy Corbyn, che occorre eliminare le forze armate britanniche e liberarsi del nostro deterrente nucleare, decretando quindi la fine della nostra permanenza nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sono tutti in errore, poiché ho verificato con i miei occhi che sostenere la causa della Global Britain è nell’interesse economico di ogni famiglia di questo paese.

Le ambasciate britanniche sono teste di ponte fondamentali per la promozione del commercio, della cultura e degli interessi britannici. Basta recarsi in una di esse per rendersi conto del forte potere di attrazione esercitato dal Regno Unito, con frotte di ministri e imprenditori impegnati in colloqui con i nostri diplomatici. Dappertutto riconoscerete i vari esponenti della famiglia allargata della Global Britain: dirigenti di aziende multinazionali britanniche mentre gustano tartine in parte finanziate dalle loro tasse, impiegati del British Council, o il geniale creatore di una start-up, un banchiere, un consulente, un artista, un oceanografo, e così via.

È grazie al contributo delle missioni diplomatiche del Foreign Office che il Regno Unito è il più grande esportatore al mondo di servizi, oltre che il più grande investitore estero in Europa. Collegata alle ambasciate, in misura maggiore o minore, è la grande comunità di expat inglesi, circa sei milioni in tutto il mondo, forse il maggior espatrio di massa tra i paesi dell’OCSE.

E non venitemi a dire che il Regno Unito sta perdendo la sua influenza diplomatica. Piuttosto è vero il contrario. Nelle ultime settimane abbiamo assistito all’enorme contributo dato dal nostro paese al coordinamento della più vasta espulsione di spie russe mai avvenuta, mentre 28 paesi condannavano l’avvelenamento da Novichok accaduto a Salisbury, in Inghilterra. Alla fine, 153 agenti segreti russi sono stati rispediti a casa. Sul fronte diplomatico, il Ministero degli Esteri britannico ha messo a segno un colpo da maestri.

Due settimane or sono, il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha votato, con il maggior quorum sinora mai raggiunto (oltre 150 nazioni), a sostegno del progetto inglese per garantire almeno “12 anni di istruzione scolastica ad ogni ragazza nel mondo”.

Nel complesso, il nostro Ministero degli Esteri ha surclassato e sconfitto i suoi avversari in seno all’OPCW-Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, con sede all’Aia, ottenendo un’estensione dei suoi poteri, in modo che essa abbia i mezzi per identificare coloro che usano armi chimiche.

Nel 2018, il Regno Unito ha ospitato il summit annuale dei paesi del Commonwealth, che si è rivelato un pieno successo, anche grazie al fatto che lo Zimbabwe ha deciso di rientrare in questa organizzazione internazionale, oggi in fase di rilancio. Anche l’Angola sta pensando di tornare nel Commonwealth. Inoltre, stiamo aprendo 9 nuove ambasciate nei Caraibi e nel Pacifico, mentre altre 15 sono in programma nel continente africano. A livello mondiale, la nostra bandiera sventola in alto, non è certo ammainata.

Ma se volete davvero incontrare persone che credono profondamente nella missione globale del Regno Unito, non limitatevi ai funzionari del Foreign Office. Parlate con i nostri amici che si trovano sparsi ovunque nel mondo. In Medio Oriente, in Africa, in Estremo Oriente, non ho fatto altro che incontrare ministri desiderosi di collaborare con i nostri servizi di sicurezza, riconosciuti ovunque come i migliori al mondo. Ho visto con i miei occhi il modo in cui forniamo assistenza militare a molte nazioni, dall’Ucraina alla Nigeria. Ovunque vengono chiesti più investimenti e più prodotti britannici. Le nostre esportazioni ormai pesano per il 30% sul PIL, mentre grazie a Liam Fox (ministro del commercio estero), e al suo team, stiamo riuscendo persino a vendere boomerang all’Australia…

Ma soprattutto, le élite del mondo tributano il maggior plauso possibile al Regno Unito scegliendo, ogni giorno, di venire qui, per turismo, per acquistare beni di ogni genere o per mandare i loro figli nelle nostre università. Vedo che sono tutti stupiti dal nonsense che pervade i nostri mass media e dalla mancanza di autostima che anima l’attuale dibattito sulla Brexit, come se non fossimo in grado di badare a noi stessi. Quello che costoro vedono nel Regno Unito è molto semplice: un sistema militare di primissimo livello, tra i pochi al mondo che sia capace di gestire guerre a 15mila chilometri di distanza; un’economia che è di gran lunga la più innovativa in tutta Europa; il centro mondiale dell’hi-tech; il maggior polo finanziario esistente; le università di Cambridge e Oxford che, da sole, raccolgono più premi Nobel di tutta la Francia; un paese che esporta un numero di programmi televisivi sei volte maggiore di qualsiasi altra nazione europea e che sforna la maggior parte dei musicisti più affermati a livello mondiale.

Vedono un paese i cui matrimoni reali sono seguiti appassionatamente in mondovisione; una nazione che raduna appena lo 0,7% della popolazione globale ma i cui atleti, negli ultimi 5 anni, sono arrivati al secondo posto nelle graduatorie olimpiche, hanno vinto a Wimbledon e sono arrivati, inaspettatamente, quarti al campionato mondiale di calcio, sotto la guida di un allenatore che – solo per il gilet che porta – rappresenta, agli occhi dei nostri aficionados esteri, la quintessenza dello charme e dell’eccentricità britannica. Tutto questo non è altro che “soft-superpower”, potere di influenza al massimo livello possibile.

Ecco perché è giunto il momento – in questa fase delicata della nostra storia costituzionale [Johnson allude all’incessante dibattito nazionale sulla Brexit - ndt] – in cui tutti noi dobbiamo credere in noi stessi, nel popolo britannico, nelle sue capacità e nella nostra democrazia. I popoli del mondo credono profondamente nel Regno Unito.

É giunta l’ora di condividere con loro questa grande fiducia.

© Telegraph Media Group Limited (2018)