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Brexit: una gestione che avrebbe fatto inorridire la Thatcher. Perché mai oggi si dovrebbe votare per i Tory?

Immaginiamo che la rottura con l’Unione europea fosse avvenuta trent’anni fa, quando Margaret Thatcher era al culmine della sua carriera politica come Primo Ministro. Sotto la sua guida, il partito conservatore credeva nel libero mercato, nella concorrenza e nell’impulso alla crescita delle piccole e medie imprese. Se la Brexit fosse avvenuta durante il suo governo, la Lady di Ferro avrebbe colto con grinta e determinazione le indubbie opportunità che essa offre.  

Ma facendo un balzo in avanti nel tempo per ritornare ai nostri giorni, è facile rendersi conto come le cose stiano diversamente. Tra le tante discussioni che animano il partito dei Tory vi è quella scatenata dal discorso del Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, tenuto la scorsa settimana al forum mondiale di Davos. In tale occasione, Hammond si è augurato che i cambiamenti nei rapporti con l’Unione europea siano solo “modesti”, e ha affermato di desiderare due economie totalmente collegate e allineate: quella del Regno Unito post-Brexit e quella dell’Unione europea. La Thatcher sarebbe sicuramente rimasta sconcertata da tali dichiarazioni.

A dire il vero, non c’è niente di particolarmente nuovo nella posizione di Hammond. Dopo tutto, nel suo discorso pieno di sviolinate pro UE, tenuto lo scorso settembre a Firenze, Theresa May aveva rilasciato una dichiarazione analoga, affermando che il Regno Unito non cercherà di “ottenere un ingiusto vantaggio competitivo” nel settore delle leggi e dei vincoli normativi quando la Gran Bretagna tornerà (forse) ad essere una nazione del tutto autonoma. E a Davos, pervasa dal medesimo afflato, la signora May ha sottolineato quanto lei creda fermamente in un “ordine mondiale fondato sulle regole”. Ma a questo punto dobbiamo chiederci: perché May e Hammond hanno adottato una linea così disfattista?

Non c’è alcun dubbio sul fatto che i nostri partiti politici tradizionali, e l’intero dibattito nazionale, siano attualmente ostaggio di quel nuovo fenomeno che possiamo definire “corporativismo mondiale”. Si tratta di un concetto basato sull’idea che occorra creare una montagna sempre crescente di normative, la quale produrrà due effetti: primo, consentire ai partecipanti più influenti del mercato di prendere parte all’elaborazione delle norme che regolano i loro stessi settori; secondo, escludere di fatto l’ingresso di nuovi competitor, rendendo sempre più difficili le regole del gioco. Il corporativismo mondiale è, infatti, un concetto anti-imprenditoriale. 

Alla luce di ciò, non c’è da stupirsi che il progetto dell’Unione Europea sia così amato dagli “Uomini di Davos” e dalle “Donne di Davos”: riflette il loro stesso approccio. La Ue è un sistema in cui una burocrazia non eletta, che non risponde del proprio operato a nessuno, ha il diritto esclusivo di proporre leggi per un mercato interno costituito da 500 milioni di persone. La Commissione Europea, che sovrintende alla gestione quotidiana dell’Ue, è coadiuvata da oltre 3.000 “comitati consultivi”, composti proprio da quegli individui imbevuti di spirito corporativo che a Davos hanno applaudito il loro nuovo salvatore, Emmanuel Macron.

E non bisogna nemmeno dimenticare che durante la campagna elettorale americana del 2016, Hillary Clinton, emblema del corporativismo, sognava un “mercato comune emisferico”, di fatto basato sui valori dell’Ue, per la gioia dei suoi sostenitori a Wall Street. 

Il concetto di allineamento normativo potrebbe fare molta presa sull’attuale partito conservatore, ma un imprenditore non potrebbe apprezzarlo. Gli imprenditori hanno un’altra ottica, perseguono sempre un vantaggio competitivo. Pensiamo a Donald Trump. Un passaggio totalmente ignorato, ma in realtà il più significativo, del suo discorso tenuto la scorsa settimana al World Economic Forum, riguardava la regolamentazione, un termine che il presidente ha usato ben sette volte.

Trump ha criticato l’esercito di burocrati americani, non eletti da alcuno, che in anni recenti ha imposto “normative devastanti per le attività economiche e per i lavoratori”. Inoltre, spiegando che il loro tempo è finito, ha annunciato di aver iniziato a liberare le aziende e i lavoratori mettendo in atto “la più grande riduzione fiscale mai attuata”. 

Pur non ignorando l’eccessiva sicurezza di sé che Trump ha sempre dimostrato, la sua linea politica ha preso una direzione ben precisa. L’economia statunitense e l’imprenditoria americana stanno attraversando una fase di grande espansione, proprio grazie alle misure che la sua amministrazione sta adottando per alleggerire il sistema normativo, eccessivamente oneroso in termini di tempo e denaro, sia per le aziende che per i lavoratori. Questo tema sembra essere stato ignorato dal nostro governo, che ha scelto di avvicinarsi sempre di più alle posizioni di Michel Barnier, commissionario europeo responsabile dei negoziati sulla Brexit.

Un governo dei Tory che creda davvero nel capitalismo del libero mercato non dovrebbe accogliere i principi del corporativismo mondiale, ma seguire piuttosto l’esempio di Trump, spiegando che la deregulation può e deve costituire uno dei maggiori vantaggi derivanti dalla Brexit. Solo abbandonando l’unione doganale, protezionista, e il mercato unico, la Gran Bretagna sarà libera di promulgare le proprie leggi a vantaggio del popolo britannico.

Sono certo che la Thatcher avrebbe colto questa opportunità con grande risolutezza. L’uomo dell’Essex – e non l’uomo di Davos – sarebbe stato nei suoi pensieri. Tuttavia, per come si stanno mettendo le cose, i nostri cinque milioni di ditte individuali e piccoli imprenditori non trarranno alcun vantaggio dalla Brexit.

Theresa May – o chiunque dopo di lei – dovrebbe rendersi conto che un numero crescente tra queste persone che lavorano duramente per far girare il motore dell’economia britannica si sta ponendo la seguente domanda: per quale ragione al mondo dovremmo votare per i Conservatori alle prossime elezioni?

© Telegraph Media Group Limited (2018)