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Chiedete ai cristiani di Siria cosa preferirebbero: Assad o lo Stato Islamico?

La scorsa settimana sono stato invitato in Siria, in visita alla comunità cristiana locale, ma avevo in agenda un altro appuntamento, quindi ho dovuto declinare l’invito. A quanto pare, mi sono perso un evento storico: non ho visto i missili occidentali lanciati sopra Damasco per punire Bashar al Assad a causa dei suoi presunti attacchi chimici.

Secondo Giles Fraser, mio amico e sacerdote anglicano che invece ci è andato, molti siriani sono riusciti a dormire sonni tranquilli nonostante “lo spettacolo dei fuochi d’artificio”. Le foto che Giles ha pubblicato su Twitter, circa gli incontri tra i sacerdoti locali e le alte cariche dello Stato, hanno scatenato molte discussioni: a quanto sembra, illustrano ciò che Giles chiama “l’antica tradizione di pluralismo religioso in Siria”.

Da questi tweet si può desumere un fatto importante, ma scomodo: in Siria molti cristiani sostengono il regime di Assad. Tre patriarchi ortodossi non solo hanno messo in dubbio l’accusa secondo cui il presidente avrebbe usato armi chimiche a Douma, ma hanno reso onore “al coraggio, all’eroismo e ai sacrifici dell’Esercito Arabo Siriano”.

Il Medio Oriente è complicato. La Siria è un coacervo di etnie costrette con la forza all’interno di confini creati da imperi spariti da molto tempo; esse sono state tenute insieme per decenni da un regime che le metteva l’una contro l’altra. Assad fa parte del gruppo degli alawiti, che si reputa come una ramificazione della fede sciita, ma i cui membri bevono alcolici e credono nella reincarnazione. È un gruppo religioso buon amico non solo per la Russia ortodossa ma anche per gli iraniani, che vogliono costruire un impero sciita sulle rovine di alcuni Stati nazionali della regione.

La resistenza sunnita ha trovato la sua massima espressione nello Stato Islamico, che ha come utopia la creazione di un califfato regionale. Non c’è da stupirsi che molti siriani cristiani reputino i territori fuori del controllo di Assad come luoghi di esilio o di morte, concludendone che Assad sia il male minore.

Certamente, i cristiani di Siria hanno ricevuto un appoggio insufficiente dall’Occidente, che non è in grado di capire il ruolo della religione in quell’area ed è restio a volgere lo sguardo verso le sofferenze dei non musulmani. Per noi occidentali è stato più facile ingabbiare le scelte che i siriani devono affrontare, classificandole all’interno di due categorie extra-religiose che rispecchiano la nostra storia recente: dittatura contro democrazia.

Ma in Siria “democrazia” può essere sinonimo di tirannia esercitata dalla maggioranza, e questo è ciò che obbliga i cristiani a un doloroso compromesso con Assad. Prima che, da occidentali, vi affrettiate a giudicare, chiedetevi: non abbiamo fatto anche noi lo stesso calcolo quando abbiamo iniziato a bombardare lo Stato Islamico, e quindi di fatto ci siamo schierati dalla parte di Assad nella guerra civile?

Da occidentale, ora accetto il giudizio del mio governo, secondo cui Assad ha ucciso i cittadini del suo paese usando le armi chimiche. L’idea è rivoltante e voglio che Assad sia processato. Ma io sono un inglese, e non un tassista siriano ortodosso che lavora a Damasco, magari con moglie e figli. Più alta è la posta in gioco in una situazione, meno è opportuno il ricorso alle crociate morali, specie in un conflitto dove è molto difficile distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

Credo che Giles abbia scritto quei tweet per documentare com’è concretamente la vita sul campo, in un paese dove alcune persone vogliono semplicemente che la guerra finisca e forse sono infastidite dalle prediche dell’Occidente.

© Telegraph Media Group Limited (2018)