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Cinque cose di "una volta" da insegnare a figli e nipoti

L’apprendimento può scaturire dai libri. E poi c’è internet, le app per smartphone, i podcast, e questo, e quello, e tutto il resto… Tutti questi meravigliosi strumenti sono ormai una seconda pelle per i teenager di oggi.

Ma forse, per imparare in modo nuovo, i ragazzi dovrebbero ripescare alcune vecchie, sane abitudini.

I loro nonni ricordano senz’altro come era la vita prima che arrivassero Google e YouTube. Molti di loro sanno come cucinare senza il microonde, gestire un budget senza software personale, o guidare un’auto col cambio manuale (se i vostri ragazzi possono imparare queste tre cose, vuol dire che sono in forma migliore rispetto alla maggior parte dei trentenni attuali).

Durante i vent’anni in cui ho insegnato ai ragazzi come affrontare i test scolastici, ho osservato come loro facciano sempre più affidamento sulla tecnologia per imparare ciò che devono. Ma è giunta l’ora di rimescolare le carte. Vi propongo, qui di seguito, cinque buoni metodi utili per gli anni del college – e per il resto della vita. Cinque accorgimenti che i più grandi potranno insegnare ai propri ragazzi passando con loro un po’ di tempo insieme.

-Saper raccontare. Per l’ammissione all’università, i ragazzi devono (fra le altre cose) scrivere un tema. Il che significa spesso raccontare una storia. E i nonni, o i loro amici, possono senz’altro raccontarne una. Invogliate i ragazzi a parlare coi nonni, affinché conoscano la storia della loro famiglia, e per imparare il “come” si racconta un fatto o una serie di eventi. I teenager dovrebbero prestare attenzione al modo in cui inizia una storia, agli elementi che ne fanno parte, alle reazioni e ai pensieri che il racconto suscita in chi ascolta. Dovrebbero anche osservare se chi parla indica fatti precisi o se da più spazio alle proprie opinioni. Sono tutti elementi che prima o poi riemergono quando si deve affrontare un esame di ammissione o un tema in classe.

-La forma è sostanza. Viviamo in un mondo sempre più “casual”, soprattutto quando si arriva a fine giornata. Eppure, vi è ancora in giro diversa gente che visse in un’epoca in cui il decoro esteriore aveva una certa importanza, un tempo in cui le donne indossavano cappelli e guanti e le persone comunicavano tra loro scrivendosi lettere. Suggerite ai vostri ragazzi di chiedere ai nonni di tirar fuori le loro vecchie lettere, per leggerle insieme. Scopriranno che nei rapporti tra persone, soprattutto in ambito professionale, i saluti di ingresso o di commiato avevano una certa importanza. Chi si rivolgeva ad un medico, un professore o un potenziale datore di lavoro, iniziava scrivendo “Gentile dottoressa Winward”, invece che l’attuale (e discutibile) “Ehi, Jennifer…”. I ragazzi dovrebbero usare queste forme di cortesia quando chiedono una lettera di presentazione ai loro docenti, quando ringraziano qualcuno per il colloquio di lavoro ottenuto, o – più in generale – quando comunicano con un professore, un insegnante, un consulente.

-Il tocco umano. La tecnologia può indurre un effetto di isolamento. Spingete i ragazzi ad informarsi su come le persone interagivano prima che arrivassero i cellulari. Potrebbero chiedere ai nonni come facevano a stare in contatto con gli amici. E i nonni potrebbero raccontare quanto fosse (e sia) piacevole salutare gli altri con un bel sorriso, guardandosi negli occhi, o come fosse simpatico organizzare le serate con gli amici.

-La bella calligrafia. Scrivere a mano, assicurandosi che il testo sia leggibile anche agli altri, richiede concentrazione, esercizio e pazienza. Si tratta di abilità che val la pena acquisire e affinare. Vari studi indicano che scrivere a mano, possibilmente in corsivo, è una tecnica con importanti ricadute positive. Quando si scrive in questo modo, i ragazzi devono usare diverse aree del loro cervello, abitualmente non coinvolte quando si parla o si scrive in forma elementare. Inoltre, si affina la capacità di effettuare movimenti “di precisione”. A dispetto delle chiacchiere sull’imminente “inevitabile” scomparsa della scrittura a mano, e in corsivo, questa tipo di manualità consente ai ragazzi di sviluppare meglio le capacità di lettura e sillabazione, forse perché la loro mente riceve un feedback più completo quando si deve comporre armonicamente un’unica parola invece che pigiare in rapida sequenza singole lettere su una tastiera.

-Tramandare la storia. Fate caso alla quantità di cose che i nonni possono insegnare a tutti: le loro esperienze di vita, i loro gusti musicali, le loro riflessioni sugli eventi storici cui hanno assistito, e molto altro. Fate in modo che i ragazzi parlino con loro, e magari registrate le conversazioni. Come hanno vissuto le grandi elezioni presidenziali del passato? Come hanno affrontato le guerre delle loro generazioni? Che impatto hanno avuto sulla loro vita i grandi cambiamenti storici e tecnologici di cui i ragazzi di oggi hanno solo sentito (vagamente) parlare? Che impressione fece loro vedere un uomo camminare per la prima volta sulla luna? Dove si trovavano, e cosa pensarono, quando John Kennedy fu assassinato? Che impressione ebbero la prima volta che presero un aereo? Gli argomenti a disposizione sono davvero infiniti. I vostri ragazzi potrebbero realizzare una piccola serie di “documentari” video, o di registrazioni audio, oppure pubblicare una serie di podcast sul web. Quando saranno grandi, vi saranno riconoscenti, e – chissà – forse anche le generazioni successive…

In conclusione, la tecnologia è una cosa splendida, non vi è dubbio, e può essere utile per prepararsi agli esami di ammissione al college. Ma qualche volta il miglior insegnante è semplicemente colui che ha già fatto questa o quella esperienza. Sto parlando di piccole cose, ma una volta messe in pratica tutte insieme, possono aiutare le famiglie a rimettere in gioco i ragazzi, tirandoli via dalle loro comodità per fargli conoscere meglio il mondo reale che li circonda. E lungo la strada, i ragazzi potrebbero anche scoprire il piacere della gentilezza, della scoperta inattesa e, magari, di qualche buon biscotto della nonna.

© 2018, The Washington Post