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Come migliorare la propria salute mentale ed essere ottimisti

Martin Seligman, spesso definito “il padre della psicologia positiva”, si avvicinò alla disciplina negli anni ‘60. A quei tempi, lo scopo della psicologia era l’eliminazione dell’infelicità: si cercava di comprendere il rapporto tra i traumi del passato e i sintomi del presente.

Oggi, in gran parte grazie al lavoro di Seligman, la psicologia si focalizza sempre più sugli aspetti positivi: gratitudine, aspettativa, determinazione, ragionevolezza e speranza. Nel suo nuovo libro, The Hope Circuit, Seligman sostiene con decisione l’importanza di concentrarci sul futuro, per la salute della nostra mente.

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“Santità, posso confessarle cosa non mi convince del buddismo?”, domandai al Dalai Lama. Il grande capo religioso mantenne il suo contegno benevolo e imperturbabile, per niente colpito dalla mia domanda.

Ci trovavamo a Sydney, in una torrida giornata estiva nel dicembre del 2009, per partecipare a una conferenza dal titolo “La mente e il suo potenziale”. Non accadeva spesso che Sua Santità venisse messo alla prova, quindi decisi, per ravvivare un dibattito altrimenti troppo reverenziale e assonnato, di esporgli il dubbio profondo che mi aveva tormentato per gran parte della discussione.

“Il buddismo ci spinge a vivere l’attimo e a concentrarci sul presente – continuai – ma io non sono d’accordo: noi non siamo fatti per vivere nel presente, le nostre menti traboccano di futuro. È una cosa inevitabile, è nella nostra natura. Noi siamo creature totalmente immerse nel futuro”.

Da dove nasceva questa idea bizzarra? Fin dai tempi in cui fondai la psicologia positiva, ero sempre stato infastidito dall’enfasi che gli studi tradizionali ponevano sul presente e sul passato. In principio, mi disturbava essenzialmente il fatto che si omettessero gli aspetti positivi dell’esistenza: lo scopo di quegli studi era di cancellare ciò che si riteneva il “male”, o di considerare il bene solo come un’assenza di male, ignorando completamente ciò che davvero poteva definirsi “bene”. Il nuovo indirizzo di studio da me fondato ha corretto questo sbilanciamento, ma intuivo la presenza di un limite ancora più importante: il modo di porsi nei confronti del futuro.

La psicologia tradizionale ci racconta che siamo creature del passato e del presente, e che da questi elementi viene plasmato il nostro futuro. Di conseguenza, solitamente gli studi si concentrano sui ricordi di una persona, cioè il passato, e sulle sue motivazioni e percezioni, cioè il presente; la conoscenza di queste informazioni dovrebbe permettere di predire in qualche misura le azioni future.

Considero un’idea del genere come una violenza rispetto al funzionamento della mia mente: io penso poco al passato e certamente non mi crogiolo nel presente, che è troppo breve per essere vissuto. Al contrario, trascorro gran parte del mio tempo a sognare innumerevoli futuri, a immaginare diversi sviluppi per ogni situazione, a riesaminare nella mente possibili scenari, rigirandoli secondo ogni angolazione. E più invecchio, più tempo trascorro immerso nel futuro.

Mi lascia perplesso anche il nome con cui viene definita nostra specie. Homo sapiens significa “uomo saggio”, o “uomo che ha la conoscenza”, ma a differenza di Homo habilis, “uomo abile”, e di Homo erectus, “uomo che si regge in piedi”, questo termine non indica una capacità, bensì un’aspirazione. Un’aspirazione di cui oggi non siamo all’altezza.

In realtà, quali sono le cose che siamo in grado di fare meglio delle altre specie? Si potrebbero elencare la capacità di esprimerci, di costruire utensili, di uccidere, di ragionare, di respingere i predatori, di cooperare… Ma se osserviamo con attenzione gli altri mammiferi, gli uccelli o anche gli insetti sociali, ci rendiamo conto che queste abilità non sono così uniche.

Pertanto io credo, in accordo col pensiero di Dan Gilbert, professore di psicologia sociale a Harvard, che ciò che contraddistingue la specie umana sia la sua insuperabile capacità di immaginare il futuro, la sua attitudine alla “prospezione”, cioè l’onnipresente attività mentale che ci permette di visualizzare scenari alternativi per le nostre vite.

Probabilmente è proprio quello che state facendo adesso: avete letto questa frase e state immaginando il suo possibile uso nell’ambito del vostro matrimonio, dei vostri studi, della vostra salute. Prospettare è una caratteristica ineluttabile del pensiero umano, siamo gli unici in grado di visualizzare così chiaramente il futuro. Grazie a questa abilità, la nostra aspirazione verso la saggezza potrebbe, alla fin fine, trasformarsi in realtà. Di conseguenza, sarebbe più corretto definire la nostra specie Homo prospectus.

Tutto ciò ha importanti implicazioni nel campo delle terapie. Una cura che cerca di cancellare i traumi ha poche probabilità di funzionare, perché i traumi rimangono comunque. I trattamenti che si focalizzano unicamente sui problemi passati e sull’infelicità presente, senza valorizzare l’importanza di progettare un futuro migliore, sono completamente inutili.

La reazione automatica dei mammiferi a una serie prolungata di eventi negativi è l’impotenza. Gli uomini, invece, dispongono di una straordinaria corteccia cerebrale, una struttura in grado di imparare a dominare le fatalità. Noi possiamo apprendere – e insegnare agli altri – come avere il controllo sugli eventi negativi che ci dovessero capitare in futuro, e in questo modo possiamo attutire le sensazioni di impotenza o di ansia.

Negli anni Sessanta, quando mi avvicinai per la prima volta alla psicologia, gli studiosi della materia si dividevano in due fazioni contrapposte, ma ugualmente focalizzate sull’infelicità: la corrente comportamentale e quella freudiana. Nessuna delle due posizioni prendeva in seria considerazione l’evoluzione dell’individuo. Entrambe ritenevano che i comportamenti futuri fossero condizionati dal passato, in particolare dai traumi infantili, e consideravano di scarsa importanza la capacità di ragionamento e la consapevolezza. Entrambe condividevano gli stessi punti deboli in merito alla felicità, la virtù, la volontà, le intenzioni, la creatività e il successo; ignoravano, insomma, tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Sono stato testimone della trasformazione avvenuta all’interno della psicologia, e in più di un’occasione sono stato io stesso a guidare il cambiamento. In questi anni, la psicologia – per cercare di risolvere i suoi enormi punti deboli – ha accantonato le premesse su cui era stata costruita.

Prima di tutto, ha abbandonato le teorie comportamentiste e ha preso davvero in considerazione il processo cognitivo. In secondo luogo, ha spostato la sua attenzione dall’infelicità alla felicità. Poi, ha finalmente cominciato a considerare seriamente il funzionamento del cervello e lo sviluppo della mente. Infine, si è resa conto che l’uomo non è tanto guidato dal passato, quanto piuttosto “attratto” dal futuro.

Tutti questi elementi hanno portato alla creazione di una nuova psicologia della speranza.

- Tratto dal libro The Hope Circuit: A Psychologist’s Journey from Helplessness to Optimism (“Il circuito della speranza: viaggio della psicologia dall’impotenza all’ottimismo”) di Martin Seligman,  ed. Nicholas Brealey.

© Telegraph Media Group Limited (2018)