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Cosa ci insegna il trasporto su strada circa il futuro del mercato del lavoro

Il futuro del trasporto su camion può insegnarci molto su come evolverà il mercato del lavoro nei prossimi anni.

Non è un segreto che molti americani temono di perdere il proprio impiego a causa dell’automazione. Un sondaggio dell’Istituto PEW dello scorso ottobre ha segnalato come tre quarti degli intervistati siano preoccupati dal fatto che “computer e robot possano compiere la maggior parte del lavoro che oggi è svolto dagli esseri umani”. Tuttavia, il mercato del lavoro sembra dare il messaggio opposto: con un tasso di disoccupazione al 4,1%, molte imprese non riescono a trovare lavoratori qualificati.

Il trasporto su camion è l’emblema di questa contraddizione. Le società di autotrasporto si lamentano di non riuscire ad assumere sufficienti autisti, e la situazione sembra dover peggiorare invece che migliorare. Quale è la ragione? Su base nazionale, l’universo dei 3,5 milioni di camionisti invecchia. Più della metà (55%) ha oltre i 45 anni d’età e solo un quarto ha meno di 35 anni.

Niente di cui preoccuparsi, a detta degli esperti. I camion si trasformeranno presto in vetture prive di guidatori. La penuria di autisti sarà un ricordo. Ma questo creerà nuovi problemi, non tanto per l’industria del trasporto delle merci su strada, ma per la società in generale. Tende infatti a scomparire un’altra delle fonti di lavoro per la classe operaia, tipicamente maschile. Questo non fa presagire nulla di buono in termini di eguaglianza economica e stabilità nelle famiglie dei lavoratori, perché per la manodopera maschile è più difficile accedere a lavori ben salariati. Non a caso, quella degli autisti è una categoria spesso citata come tipico esempio del processo di distruzione di posti di lavoro causato dall’automazione.

Ma la realtà sembra essere più complessa. Uno studio realizzato della società Uber sostiene, al contrario, che in futuro continueranno ad esistere milioni di posti di lavoro come autista e che la diffusione di mezzi a guida automatizzata provocherà un maggiore, e non un minore, bisogno di conducenti.

La ragione di ciò starebbe nei limiti delle tecnologie del trasporto senza guida umana. Secondo lo studio della Uber: “I principali ostacoli di natura tecnica per i camion a guida automatica è rappresentato dalle strade di città strette e affollate, dai percorsi per raggiungere i siti di carico delle merci, e dalla navigazione nei tortuosi centri logistici. Questo tipo di manovre richiedono capacità umane che per molto tempo ancora le vetture automatizzate non saranno in grado di svolgere”.

Sulla base di queste considerazioni, Uber sostiene che l’industria del trasporto merci su strada si dividerà in due comparti strettamente connessi. Il trasporto a lunga distanza sulle principali autostrade sarà sempre più appannaggio di camion automatizzati, senza esseri umani, che porteranno il loro carico sino alle periferie delle grandi città. Qui, subentreranno operai e autisti con il compito di caricare nuovamente le merci per il trasporto sino ai destinatari finali.

Questo sistema “duale”, secondo Uber, sarà più conveniente per le società trasportatrici e più vantaggioso per gli autisti. “Ogni camion a guida automatica può fare un lavoro doppio rispetto ai camion attuali, perché può circolare a tutte le ore del giorno e della notte”. Oggi, i camion circolano su strada soltanto per un terzo del tempo. Raddoppiando queste prestazioni, i camion a guida automatica consentiranno una riduzione dei costi di trasporto. Costi più bassi stimoleranno, a loro volta, maggiori volumi di traffico. In presenza di tassi normali di crescita economica, questo significherà più autisti a livello locale, nonostante l’aumento del numero dei camion automatizzati.

Al contempo, molti autisti preferiranno avere un lavoro a livello locale. “Guidare i camion è un lavoro duro”, dice il rapporto della Uber, “Le lunghe ore di viaggio sono snervanti… Si tratta di un lavoro che obbliga a trascorrere sino a 200 notti all’anno distanti da casa”.

Ovviamente, dobbiamo guardare a queste conclusioni con una qualche dose di scetticismo. Uber punta al business del trasporto merci automatizzato su lunga distanza. La sua analisi, seppur affascinante, non è quindi disinteressata. E’ lecito presumere che voglia smorzare le critiche verso i camion a guida automatica.

Tuttavia, lo studio permette una riflessione di più ampia portata: sono decenni che l’automazione – intendendo con ciò ogni tecnologia che comporti recuperi di efficienza – porta alla perdita di posti di lavoro senza però bloccare la capacità dell’economia di crearne di nuovi. Qualche esempio recente: i chioschi commerciali, che prima erano nelle strade, oggi tendono ad entrare nei supermercati; i parcheggi automatizzati; i bancomat. Sebbene si siano perduti posti di lavoro, altri li hanno sostituiti.

L’economista Timothy Taylor, citando nel suo blog (Conversable Economist) lo studio di Uber, afferma: “La semplice equazione ‘tecnologia eguale cancellazione di forza lavoro’ si rivela invero sempre più complessa, e spesso contro-intuitiva, rispetto a quanto possa apparire a prima vista”.

© 2018, The Washington Post