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Cuba non ha bisogno di un clone di Fidel Castro

Lo scorso 20 dicembre, all’Avana, un gruppo di artisti ed attivisti si preparavano a mettere in scena un testo intitolato “Psychosis”. La storia narra di una persona rinchiusa in uno spazio molto ristretto, in preda ad attacchi di pazzia e smaniosa di uscire.

Il dramma è ispirato agli eventi accaduti nel 2010 in un ospedale psichiatrico dell’Avana, dove 26 pazienti morirono di fame e di freddo. La storia è una chiara metafora del regime di Fidel e Raúl Castro, che hanno governato l’isola per quasi sessant’anni, intolleranti verso il dissenso e verso la libertà di espressione. Durante lo spettacolo si sarebbero fatte allusioni a Raúl Castro, e si sarebbero utilizzati termini come “dittatura”.

Com’era prevedibile, prima della performance le autorità sono piombate in teatro e hanno effettuato degli arresti: il direttore è stato fermato temporaneamente, così come l’attore principale. Tra gli arrestati anche l’attivista Lia Villares, la quale, rilasciata il 22 dicembre, ha rivelato di aver scolpito un messaggio sulle pareti della sua cella: "Sì all’arte, no alla censura. Io sono libera”, che le è valso una sanzione per avere deturpato il muro. Inoltre, le autorità l’hanno duramente messa in guardia contro ogni attività a favore del movimento “Cuba Decide”.

Il movimento è promotore di una consultazione popolare per le libere elezioni e per la libertà di espressione a Cuba ed è guidato da Rosa María Payá Acevedo, il cui padre, Oswaldo Payá, era stato l’ideatore del Progetto Varela che in tempi meno recenti puntava ai medesimi obiettivi. Ma è evidente che il regime di Castro non ama l’idea che i cubani possano “decidere” il proprio destino.

Oswaldo Payá, morto nel 2012 a seguito di un sospetto incidente stradale, fondò il Movimento Cristiano di Liberazione a Cuba. L’attuale coordinatore nazionale del movimento, Eduardo Cardet, un medico, è stato arrestato a novembre 2016 per aver criticato Fidel Castro qualche giorno dopo la sua morte. Recentemente, è stato trasferito in una nota prigione dell’Avana e lì picchiato brutalmente.

È così che Fidel e adesso Raúl Castro hanno mantenuto il potere per molti anni: con il pugno e la forza. Ma adesso l’era Castro è a un nuovo bivio: Raúl Castro, 86 anni, presidente da dieci, ha annunciato che lascerà la presidenza quest’anno, alla fine del suo secondo mandato. Poco tempo fa ha prorogato la data delle sue dimissioni da febbraio ad aprile; anche quando non sarà più presidente, manterrà i poteri di segretario generale del Partito Comunista.

Le sue modeste riforme economiche, che hanno lasciato ben poche attività al di fuori del controllo statale, si sono arenate, mentre il canale di fornitura di combustibile dal Venezuela è praticamente inutilizzabile. Le speranze di un miglioramento nelle relazioni con gli Stati Uniti, di maggiori flussi turistici e di nuovi investimenti esteri si sono affievolite anche a causa dei tagli introdotti dal presidente Donald Trump e di un irrisolto problema di salute sofferto dai diplomatici statunitensi all’Avana. Attualmente, Castro guarda alla Russia per ricevere petrolio e aiuti.

Ciò di cui Cuba ha realmente bisogno non è di un’ulteriore dose di castrismo, o di un clone del Lider Maximo, che prolunghi le privazioni imposte dal socialismo e dalla dittatura. Il già tormentato popolo cubano dovrebbe avere la concreta opportunità di decidere il proprio avvenire, un futuro in cui poter mettere in scena un’opera dal titolo “Psychosis” senza arresti e senza paura.

© 2018, The Washington Post