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Dalla Cina, una seria minaccia militare nel Pacifico

Nello stesso momento in cui, la settimana scorsa, i negoziatori commerciali cinesi respingevano con successo le richieste dell’amministrazione Trump, l’aviazione dell’Esercito Popolare di Liberazione faceva un annuncio: diversi bombardieri, tra cui un modello pesante a lungo raggio, erano atterrati su un’isola del Mar Cinese Meridionale. Si è trattato di un altro passo significativo nella militarizzazione, da parte di Pechino, dei territori contesi della regione - e prova ulteriore di come il presidente Trump sia stato strategicamente battuto dal suo “amico” Xi Jinping.

Per anni il regime di Xi ha continuato a espandere artificialmente alcuni isolotti sotto il proprio controllo negli arcipelaghi Paracelso e Spratly, anche se un tribunale internazionale ha respinto tali rivendicazioni. Nel 2015, Xi promise al presidente Barack Obama che i territori non sarebbero mai stati militarizzati, dopodiché prese a fare esattamente il contrario. Secondo quanto ha riferito la CNBC in questo mese, diversi missili da crociera antinave sono stati schierati su tre isolotti dell’arcipelago delle Spratly. In precedenza, in entrambi gli arcipelaghi erano stati installati sistemi per il disturbo dei radar e delle comunicazioni radio.

Stando ad alcune fonti, gli aerei avrebbero fatto scalo a Woody Island, la più grande delle basi cinesi nelle Isole Paracelso, mentre gli esperti avevano immaginato che l’aeronautica avrebbe utilizzato le lunghe piste costruite sulle Spratly. Da lì, i bombardieri a lungo raggio H-6K potrebbero coprire gran parte del Mar Cinese Meridionale - attraverso cui passa fino a un terzo del commercio mondiale – come pure l’Asia sudorientale e persino l’Australia settentrionale.

In breve, mentre Trump ha tentato, in modo maldestro, di realizzare un’impossibile riduzione del deficit della bilancia commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina, il regime di Pechino ha silenziosamente guadagnato un vantaggio in un altro teatro strategico. Ancor prima che l’atterraggio fosse annunciato, l’ammiraglio Philip Davidson, prossimo capo dello United States Pacific Command [che controlla le forze armate statunitensi nell’area del Pacifico - ndt], aveva dichiarato al Congresso che “la Cina è ora in grado di controllare il Mar Cinese Meridionale in qualsiasi scenario, salvo il caso di conflitto con gli Stati Uniti”. La risposta americana si è limitata a proteste verbali da parte del Pentagono e della Casa Bianca e a pattugliamenti per la “libertà di navigazione” da parte di navi da guerra americane, tanto scenografici quanto inefficaci, al largo di alcune delle isole in questione. Quando si ebbe notizia dell’installazione di missili nelle Spratly, la portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders promise “conseguenze”. Al di là dell’aver ritirato l’invito per la partecipazione ad una prossima esercitazione navale nel Pacifico, non ce ne è stata alcuna.

L’appropriazione di fatto degli isolotti da parte della Cina, peraltro rivendicati anche da diversi altri paesi tra cui le Filippine (alleate degli Stati Uniti), e lo sviluppo di una capacità militare cinese per il controllo di rotte marittime internazionali di vitale importanza, rappresenta un fallimento per più di una amministrazione. Anche Obama si era dimostrato incapace di contrastare la strategia dei piccoli passi, attuata da Pechino per allestire gradualmente la propria posizione: il presidente ritenne ciascun singolo passo insufficiente per giustificare una reazione energica da parte degli Stati Uniti. Trump, preoccupato di ottenere da Xi favori per le questioni relative al commercio e alla Corea del Nord, è caduto nella medesima trappola.

Ma l’impatto sul lungo periodo del rafforzamento cinese potrebbe essere molto più serio della minaccia da parte della Corea del Nord, impoverita e isolata, e ancor più rispetto alla questione dello squilibrio nella bilancia commerciale. Alla fine, i paesi che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale potrebbero trovarsi costretti ad accettare l’egemonia cinese sulla regione. Come Davidson ha affermato, gli Stati Uniti non saranno in grado di annullare tale situazione di dominio, a meno di una guerra quasi impensabile contro la Cina. In sintesi, questo appare un problema ben più degno di pianificazione strategica e di attenzione da parte del presidente rispetto alle esportazioni di soia e di automobili…

© 2018, The Washington Post