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Dopo la riforma fiscale, l’America ha più che mai bisogno di introdurre nella Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio

Nell'articolo, George Will riferisce di due interessanti e argute proposte per limitare il ricorso al deficit pubblico.

nota della redazione

La conflittualità politica dei nostri tempi appare assai meno perniciosa e persistente di un certo tipo di consenso generalizzato, che accomuna la classe politica più di quanto le differenze ideologiche non la dividano. E tale generale consenso ha per oggetto la convinzione che, anno dopo anno, nei momenti difficili come in quelli più favorevoli, lo Stato debba comunque garantire agli americani beni e servizi in quantità notevolmente superiore rispetto a quanto sia chiesto loro di pagarli. Il continuo piagnisteo riguardo alla mancanza di atteggiamenti bipartisan in politica non s’avvede dell’esistenza di un costante e potente incentivo, condiviso e assecondato da tutti i partiti [democratici e repubblicani, ndt], ad accumulare deficit enormi, promuovendo così l’espansione dell’apparato pubblico. Lo Stato federale finanzia con il debito una parte dei propri costi e il peso di questi prestiti grava sulle generazioni future. E’ una forma di esproprio a carico di chi non è ancora nato e che quindi è privo di rappresentanza politica[1].

Dieci anni fa il debito pubblico del governo federale era pari al 39% del prodotto interno lordo; oggi è al 75%. Prima della riforma fiscale varata da Trump, si stimava che il debito raggiungerà il 91% del PIL entro i prossimi 10 anni. Non si sa bene se la riforma accelererà questo processo, ma nessuno può escluderlo con certezza. Nemmeno si sa esattamente a quale quota percentuale debba arrivare il debito per cominciare ad avere effetti davvero nefasti sulla crescita economica; ma nessuna persona ragionevole dubita che una tale quota esista.

Finiremo con lo scoprire nel modo più brusco possibile quale sia tale punto percentuale, a meno che il Congresso non richieda al più presto agli Stati di approvare un emendamento alla Costituzione federale che obblighi al pareggio di bilancio. L’emendamento proposto da Glenn Hubbard, preside della Facoltà di economia della Columbia University, e da Tim Kane, economista presso la Hoover Institution della Stanford University, obbligherebbe a contenere la spesa totale annua entro il limite dato dalla media delle entrate fiscali dei sette anni precedenti, permettendo deficit temporanei solo se autorizzati da maggioranze parlamentari qualificate ed in casi di emergenza.

E’  giusto che si intervenga sulla Carta fondamentale solo in rari casi e con la dovuta riluttanza; ciò sia per la deferenza che si deve alla Costituzione, sempre messa a rischio da manovre su di essa, sia perché la quantità di idee per “migliorare” il testo del 1787 è sempre molto superiore rispetto alla loro saggezza. Ma un emendamento sull’obbligo del pareggio di bilancio si rende adesso necessario per contrastare due fenomeni: il progressivo discostarsi dal significato autentico della Costituzione e la scomparsa della moralità politica che permise di esprimere quel significato originario.

Per circa 140 anni, l’azione del governo ha incontrato un limite nel fatto che la Costituzione elenca chiaramente i suoi compiti, che si assumeva fossero “pochi e definiti” (così Madison, nel n. 45 del “Federalista”[2]). Prima di legiferare, il Congresso teneva dunque conto di quella che James Q. Wilson definiva “la barriera della legittimità”: permette o meno la Costituzione che il governo faccia questo o quest’altro? Fino agli anni ‘50, il Congresso fingeva almeno di voler restare fedele al vincolo costituzionale: quando si trattò di costruire il sistema di autostrade interstatali, o di sussidiare gli studenti dei College, dovendo scegliere un nome alle relative leggi si fece riferimento, seppure in modo formalistico, alla competenza federale in materia di difesa indicata dalla Costituzione, e perciò si parlò rispettivamente di “Legge per la Difesa e le Autostrade Interstatali Nazionali (1956)”, e di “Legge per la Difesa e l’Educazione Nazionali” (1958). Ma, secondo Wilson, la “barriera della legittimità” crollò definitivamente nel 1965, quando il Congresso federale si intromise, con la “Legge per l’Educazione Elementare e Secondaria”, in questioni che costituivano la quintessenza delle competenze statali e locali.

La democrazia in generale, e il negoziato legislativo in particolare, sono per loro natura processi di addizione: le maggioranze si raggiungono attraendo alla propria causa le diverse componenti per mezzo della promessa a ciascuna di esse di particolari benefici. Cristopher DeMuth, presidente emerito dell’American Enterprise Institute, fa notare che dalla fondazione degli Stati Uniti e sino all’epoca ricompresa tra gli anni 1930-1960 - cioè gli anni del New Deal (Roosevelt) e della Great Society (Johnson) - la naturale tendenza espansiva del governo è stata in qualche modo inibita da un principio etico bipartisan: i deficit non erano considerati né saggi, né appropriati, tranne quando “il debito pubblico fosse contratto per ragioni di guerra, per altre emergenze e per investimenti nell’espansione territoriale o nei trasporti; e sempre che i soldi presi a prestito fossero restituiti diligentemente”.

La tradizione di fare debito in favore dei tempi futuri è venuta meno nel momento in cui il governo ha preso l’abitudine di fare debito a carico del futuro, per finanziare la spesa corrente in beni e servizi offerti dal governo stesso. DeMuth ritiene che un emendamento sul vincolo di equilibrio del bilancio sia ormai necessario, perché il governo federale si è trasformato da fornitore di beni pubblici (difesa, infrastrutture) in un dispensatore di benefits (denaro e servizi) direttamente ai singoli: i cosiddetti “trasferimenti” in denaro ammontano ormai a circa il settanta per cento della spesa federale.

Un emendamento alla Costituzione che imponesse un termine alla durata del mandato dei parlamentari potrebbe rendere l’introduzione del vincolo di pareggio di bilancio, se non del tutto evitabile, meno pressante, in quanto diminuirebbe l’incentivo dei politici a guardare alle prossime elezioni invece che alle prossime generazioni. Purtroppo, proprio il carrierismo, che suggerisce di porre un limite di durata al mandato parlamentare, costituisce anche il motivo per cui il Congresso non voterà nemmeno la semplice soluzione proposta da Warren Buffet per evitare i deficit: in assenza di guerre o altre emergenze, se il bilancio non è mantenuto in equilibrio, i parlamentari in carica non sono rieleggibili.

Chi critica l’ipotesi di un emendamento costituzionale che imponga il pareggio di bilancio sostiene che il Congresso lo aggirerebbe comunque, ricorrendo a forme di finanza creativa, o per mezzo di spese clandestine finanziate da debiti fuori bilancio, o tramite l’assunzione di impegni verso i privati, ovvero con il pretesto di far fronte ad “emergenze” fasulle, o altri vari sotterfugi. Questo genere di critiche, senza volerlo, rafforza la tesi in favore dell’adozione dell’emendamento, perché conferma che non si può fare affidamento sulla classe politica. E conferma anche che i rappresentanti del popolo, purtroppo, sono una rappresentazione di chi li ha eletti…


[1] L’autore scrive “taxation without representation of the unborn”: tassazione senza rappresentanza a carico di coloro che non sono ancora nati. E’ evidente il richiamo alla celebre formula “no taxation without representation”. Con essa gli americani delle Tredici colonie dicevano a Londra che non era giusto esser tassati dal Regno Unito se non potevano aver voce nel parlamento inglese. Nel caso attuale, invece delle tasse si parla del debito, rimarcando che esso grava sulle generazioni future, cioè coloro che oggi non possono in alcun modo esprimere il proprio eventuale (ma probabile) dissenso - NdR.

[2] Raccolta di articoli, in favore dell’adozione della nuova Costituzione, scritti da alcuni padri costituenti nel 1787-1788 – ndt.

© 2018, The Washington Post