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E’ arrivato il giorno dell’anno in cui le casse pubbliche vanno in rosso

Da anni vari istituti di ricerca pubblicano il "giorno di liberazione fiscale", cioè il giorno dell'anno in cui i cittadini smettono, virtualmente, di "lavorare per il governo" (nei giorni antecedenti, è come se tutte le nostre entrate finissero in tasse, mentre da quel momento in poi è come se non dovessimo più pagare un euro al fisco). Ora lo stesso "giochino", molto istruttivo, viene applicato ai conti pubblici.

nota della redazione

Apparentemente, martedì 7 novembre è stato un giorno come gli altri. Ma, per chi si interessa di economia, è successo qualcosa di interessante: è stato il giorno in cui la Francia ha “finito i soldi”. Il 7 novembre sono stati spesi tutti i denari che il governo raccoglie con le tasse, e stiamo parlando di un paese dove le imposte sono diverse decine. Per tutto il resto dell’anno si andrà completamente a debito.

Tra l’altro, la Francia è ben lontana dall’esser sola in questa situazione. Tutti i principali paesi europei, anche il Regno Unito, esauriscono i soldi raccolti con le tasse ben prima della fine dell’anno. Il fatto è preoccupante per tre ragioni. Ci ricorda che la spesa pubblica è troppo alta. Ci dice che i governi non sono riusciti a frenare il deficit. E ci rammenta che la prossima volta in cui ci sarà una recessione, i governi non avranno margini per reagire con una stretta fiscale.

Esistono molti modi espliciti per sottolineare che i governi spendono più risorse di quelle che ricavano dalle tasse. Gli economisti e gli esperti di statistica parlano di rapporto deficit-PIL mentre i capi di governo e i ministri delle finanze stabiliscono gli obiettivi per la riduzione del deficit. Queste cifre, tuttavia, di solito vengono espresse con percentuali difficili da comprendere e i miliardi coinvolti si accumulano così velocemente che la maggior parte di noi non riesce a star dietro ai valori in gioco.

Ma in Francia, l’Institut Molinari ha inventato un modo semplicissimo di illustrare il problema e renderlo comprensibile a tutti: indicare il giorno dell’anno a partire dal quale tutto ciò che fa il governo deve essere finanziato tramite prestiti (in pratica, con l’emissione di titoli pubblici – NdR). Semplificando, si potrebbe chiamarlo “il giorno dell’anno in cui i soldi finiscono”.

Come stanno andando le cose al riguardo? La Francia, e forse non è una sorpresa, si rivela il paese che “finisce i soldi” per primo. Il governo, che è riuscito per l’ultima volta ad andare in pareggio di bilancio nel 1980, ha consumato le entrate ordinarie quando ancora mancavano 55 giorni alla fine dell’anno, cioè un giorno prima rispetto al 2016 e quattro giorni prima rispetto al 2014. La Francia non solo è abituata a vivere al di sopra dei propri mezzi, ma continua a farlo sempre di più, nonostante l’aumento delle tasse e della spesa previdenziale. Combinando queste due voci, lo stato raccoglie entrate pari al 53 per cento del PIL, ma il problema è che, nello stesso periodo di riferimento, spende addirittura il 56 per cento del PIL.

Tuttavia, la Francia è in buona compagnia. La Spagna ha esaurito i denari sabato 11 novembre. In Romania le casse si sono svuotate il 13 novembre. Questa settimana, la Polonia finirà i soldi, seguita dall’Italia che rimarrà formalmente al verde il 26 novembre. Nel Regno Unito, al 7 dicembre i politici avranno ufficialmente speso tutti i soldi che versiamo con le tasse sul reddito, l’imposta sulle società, l’IVA e le imposte sui carburanti.

Nel loro complesso, i governi europei esauriranno le loro risorse il 6 dicembre. Solo quattro paesi ce la faranno ad arrivare a Natale, e al nuovo anno, ancora con il bilancio in attivo: Cipro, Malta, Germania e Svezia. Quest’ultima, con sorprendente parsimonia, arriverà fino al 20 gennaio. Si tratta però di eccezioni: la norma è che la spesa pubblica è di molto superiore a ciò che si raccoglie con le tasse.

Non sempre ciò è un problema, ovviamente. Pochissimi oserebbero affermare che si dovrebbe ritornare indietro all’epoca pre-keynesiana, in cui qualunque situazione di deficit, persino nelle circostanze più disperate, era considerata segno di una fine imminente. In una situazione di recessione è sensato che i governi ricorrano un po’ di più al debito pubblico, per far riprendere il tessuto produttivo e ridare lavoro. E non c’è nemmeno nulla di sbagliato nel fatto che i governi ricorrano ai debiti per realizzare investimenti, anche se molto di ciò in cui investono potrebbe non avere necessariamente il ritorno promesso.

Ma c’è una differenza tra situazioni di questo genere e gli enormi deficit strutturali. L’economia europea, aiutata da 2.000 miliardi di euro in moneta circolante, quest’anno sta andando bene. Si prevede che l’Ue, nel suo complesso, si espanda del 2,3%, il miglior risultato dell’ultimo decennio. Dunque, i deficit non sono una risposta di emergenza a situazioni di crisi improvvisa. Sono strutturali, e questo è preoccupante per tre motivi.

In primo luogo, in tutta Europa, i governi vivono molto al di sopra delle loro possibilità. I deficit non sono un modo per reagire a emergenze inattese e non servono a finanziare investimenti che in futuro potranno aiutare le economie a crescere più velocemente. I deficit cronici sono generati dai piani di previdenza sociale (e molti sarebbero addirittura peggiori, se si contabilizzassero correttamente i debiti relativi al settore pensionistico). Questa situazione è sostenibile sul lungo periodo? Ci vuole una fede cieca nei ministeri delle finanze e nelle banche centrali per credere che lo sia.

In secondo luogo, anche se le economie si sono in gran parte riprese dalla crisi, i deficit continuano ad accumularsi senza che esistano piani per il loro riassorbimento. Da un esame dei rapporti deficit-PIL, emerge la loro crescita incontrollata. Per l’Unione Europea, il rapporto si attesta all’89%. La Grecia si attesta su un preoccupante 176%, l’Italia al 137%, mentre la Francia e la Spagna sono a poco meno del 100%. Quando si inizierà a diminuire tali valori? Ora come ora la risposta è semplice: mai.

Infine, ai governi manca lo spazio per attuare eventuali strette fiscali di qualsivoglia genere nel caso di una nuova recessione. Prima o poi, l’economia registrerà inevitabilmente un’inversione di tendenza e ciò potrebbe condurre ad una crisi grave. Se succederà, tutti sperano che il governo sarà in grado reagire con un aumento della spesa. Ma non potrà realizzarlo, se sarà stretto nella morsa del deficit strutturale.

Da ora fino alla fine dell’anno, la maggior parte dell’Europa vivrà a debito. Sicuramente, ora come ora è una situazione sostenibile. I mercati sono ben disposti e la Banca Centrale Europea sta ancora comprando montagne di titoli di Stato. Ma, prima o poi, il debito esaurirà i margini per essere assorbito: e questo significa che il 7 novembre sarà una data molto più importante di quanto sarà sembrata al momento del suo passaggio.

© Telegraph Media Group Limited (2017)