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È giusto costringere i centri pro-vita a pubblicizzare l’aborto?

Se gestite un’associazione di beneficenza che ha lo scopo di informare le donne in merito alle soluzioni alternative all’aborto, la California vi chiuderà le porte in faccia. Se la vostra organizzazione no-profit fornisce gratuitamente test di gravidanza da banco e pannolini, non aspettatevi un caloroso benvenuto da parte delle autorità hawaiane. E se volete aiutare le donne incinte dando loro qualcosa che vada oltre le semplici indicazioni per raggiungere la più vicina clinica abortista, il parlamento dell’Illinois vi informa che Chicago, Peoria o Springfield non sono città adatte a voi.

In questi Stati governati dai Democratici, come anche nelle contee di orientamento liberal sparse in tutto il Paese, sono state approvate leggi e ordinanze che vorrebbero costringere i centri anti-abortisti a promuovere l’aborto e/o a sminuire il supporto che essi offrono alle donne. In buona sostanza, queste amministrazioni vogliono obbligare i servizi di assistenza alla gravidanza a esprimersi contro i loro stessi principi e a glissare sul proprio impegno.

Non sorprende che questi tentativi abbiano innescato varie azioni legali, tra cui la vertenza “NIFLA (National Institute of Family and Life Advocates) contro Becerra”, che proprio in questo periodo è all’attenzione della Corte Suprema. L’azione legale avviata dal NIFLA si oppone alla legge della California che impone ai centri pro-vita – ma non agli studi medici, alle cliniche abortiste private o a qualsiasi altro istituto in cui le donne potrebbero recarsi per discutere le varie opzioni relative alla loro maternità – di affiggere manifesti che forniscano indicazioni per chiedere la sovvenzione statale a sostegno dell’aborto.

La decisione della Corte sul processo NIFLA potrebbe avere un impatto immediato in tutta la nazione, non solo per le migliaia di centri no-profit che offrono alternative all’aborto; la sentenza potrebbe infatti riconoscere ai governi dei singoli Stati il diritto di regolamentare la libertà di parola di coloro che esprimono opinioni non approvate dalle autorità pubbliche.

Una importante sentenza del 1943, che sancì il diritto degli studenti della West Virginia di non rendere omaggio alla bandiera americana, costituisce il precedente giuridico sulla base del quale la Corte Suprema ha sempre sostenuto che la libertà di espressione non si limita al solo diritto di parlare, ma comprende anche quello di non parlare. In linea generale, ciò significa che, in assenza di un immediato interesse governativo, lo Stato non può imporre a una persona di esprimersi in modo contrario alle proprie convinzioni.

Ci sono, ovviamente, delle eccezioni: le industrie alimentari devono elencare gli ingredienti dei loro prodotti, così come le compagnie farmaceutiche devono includere foglietti illustrativi che segnalino ai consumatori i possibili effetti collaterali. Questo tipo di “obblighi a comunicare”, però, esistono perché normalmente i tribunali concedono ai singoli Stati una maggiore libertà di azione quando si tratta di regolamentare le comunicazioni in ambito commerciale.

I centri di assistenza alla gravidanza, tuttavia, non costituiscono assolutamente attività di tipo commerciale: sono organizzazioni no-profit che elargiscono gratuitamente beni e servizi ai propri utenti. Sono simili, come funzione, a quegli studi legali che offrono aiuti e consulenze pro bono.

Di solito, nel caso in cui uno Stato, al di fuori dell’ambito commerciale, voglia obbligare individui o enti privati a esprimersi secondo certe linee guida, i giudici applicano lo “strict scrutiny test”, cioè una rigorosa valutazione giuridica finalizzata a stabilire la costituzionalità di una legge – un esame che difficilmente viene superato.

Si potrebbe obiettare che esistono leggi statali le quali obbligano le cliniche abortiste a informare le donne in merito alle possibili complicazioni dell’operazione. Certamente, in questi casi il governo impone ai medici di fornire alcune delucidazioni ai pazienti, ma il punto chiave risiede nel contesto. Secondo quanto stabilito nel 1992 dalla Corte Suprema, nell’ambito della vertenza “Planned Parenthood contro Casey”, il consenso informato prescritto dallo Stato della Pennsylvania in caso di un intervento di aborto non è diverso, sul piano costituzionale, dal consenso informato richiesto per una qualsiasi operazione chirurgica.

Di conseguenza, visto che i centri pro-vita non svolgono in alcun modo un’attività di natura commerciale e non effettuano procedure mediche, come può il governo imporre loro di pubblicare affermazioni contrarie ai loro principi? La risposta è che non ha alcun diritto di farlo. Infatti, almeno fino a una recente sentenza della 9’ Circoscrizione della Corte d’Appello, tutti i tribunali della nazione hanno seguito questa regola.

La città di Baltimora aveva emanato un’ordinanza per imporre ai centri prenatali di affiggere cartelli in cui fosse precisato che presso tali istituti non si pratica o non si indirizza all’aborto. All’inizio di quest’anno, tuttavia, la 4’ Circoscrizione della Corte d’Appello ha stabilito l’incostituzionalità di tale ordinanza, in quanto ritenuta non neutrale nella sua applicazione. Come ha scritto il giudice J.Harvie Wilkinson, “Noi non mettiamo in discussione il punto di vista della Città, ma, allo stesso modo, essa non può manifestare disapprovazione verso chi non lo condivide”. I tribunali hanno stroncato gli attacchi di questo tipo perpetrati dalle amministrazioni locali contro i centri di assistenza alla gravidanza, ma ciò non ha impedito all’industria dell’aborto di istigare gli amministratori pubblici negli Stati e nelle contee a guida Democratica affinché continuassero a ostacolare il messaggio antiabortista.

La sentenza del caso “NIFLA contro Becerra”, che la Corte Suprema emetterà a breve (probabilmente a giugno), avrà un impatto enorme sul Primo Emendamento [1]. Una decisione a favore della California significherebbe concedere agli Stati l’autorità di reindirizzare e regolamentare la libertà di espressione dei privati cittadini, rendendola conforme al punto di vista del governatore e della maggioranza nell’Assemblea di quello Stato. Se ciò dovesse accadere, il diritto di parola garantito dalla nostra Costituzione sarebbe completamente svuotato del suo significato.

[1] Il Primo Emendamento della costituzione americana sancisce il diritto di parola e di stampa, oltre alla terzietà della legge rispetto alle diverse fedi religiose - ndt.

- Frank Pavone è il responsabile dell’associazione Priest for Life (Sacerdoti pro-Vita) e autore del libro Abolishing Abortion (“Abolire l’aborto”).

© 2018, The Washington Post