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Espansionismo iraniano: l’Occidente è disarmato

Nell’area mediorientale che gli Stati Uniti hanno a poco a poco abbandonato, l’influenza della Repubblica islamica continua a crescere.

In materia di politica estera, sembra che per Teheran tutto sia possibile. Quarant’anni dopo la rivoluzione del 1979, l’Iran è diventato uno degli Stati più potenti del Medio Oriente.

L’Iraq, suo antico nemico, è stato ridotto a una condizione di sudditanza in seguito alla disastrosa invasione americana del 2003; poi, dopo la dura campagna militare di riconquista del proprio territorio contro Daesh, la dipendenza dello stato iracheno da Teheran è diventata sempre più forte. Anche la Siria, antica alleata strategica dell’Iran, si è trasformata col tempo in un suo Stato vassallo, visto che dall’inizio della guerra civile il regime siriano è strettamente dipendente da quello iracheno. Infine, il Libano si trova sotto il controllo politico e militare di Hezbollah, efficiente sentinella della rivoluzione iraniana. Ora, per la prima volta dall’epoca dell’Impero sasanide (VII secolo), l’Iran è presente sulle coste del Mediterraneo, e Teheran controlla una via di comunicazione terrestre fra il suo territorio e l’Oriente.

“L’espansione iraniana non è tanto il prodotto di un’azione politica deliberata, quanto piuttosto il risultato di un’insieme di circostanze”, afferma tuttavia Foad Izadi, docente di relazioni internazionali all’Università di Teheran. Noto accademico, vicino agli ambienti conservatori, Izadi esprime un punto di vista largamente condiviso dai circoli del potere iraniano. “In generale, l’Iran si è accontentato di occupare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti”, spiega. “In Iraq, per esempio, gli americani hanno rovesciato un regime a noi ostile; ma poi, non essendo in grado di gestire la situazione che loro stessi avevano creato, se ne sono andati, lasciando un vuoto di potere. Ed è in quel vuoto che l’Iran ha trovato lo spazio per esercitare la propria l’influenza. In Siria è accaduta la stessa cosa: la guerra civile, creata e alimentata dagli Stati uniti e da altri paesi occidentali, ha obbligato l’Iran a intervenire in quel paese. E ancora, lo stesso può dirsi dello Yemen: i Sauditi hanno speso miliardi di dollari per fare la guerra in un paese dove avrebbero potuto facilmente comprare la pace. A questa lista si può aggiungere anche Hezbollah, l’alleato libanese dell’Iran, poiché si tratta di un’organizzazione creata per reagire all’invasione israeliana del 1982”.

Tuttavia, l’espansionismo iraniano non ha aspettato l’aiuto involontario dell’Occidente per entrare in azione. Infatti, l’ideologia islamista rivoluzionaria inventata da Khomeini, che conferisce al clero sciita un ruolo politico, è il principio fondatore di tale espansionismo; e questo spiega perché esso riscuote maggior successo negli stati in cui è presente una comunità sciita.

Un nazionalismo potente

Il messianismo sciita si nutre anche di idee antimperialiste analoghe a quelle dell’estrema sinistra occidentale, ed è rafforzato dall’antiamericanismo pressoché patologico della Repubblica islamica, grazie alla quale l’Iran gode di un certo seguito internazionale. E si fonda, infine, sul forte nazionalismo iraniano, caratterizzato da una certa dose di paranoia, derivante da una serie di invasioni e di ingerenze straniere avvenute nel corso del XX secolo, delle quali l’Iran conserva vivo il trauma. Infatti, analogamente a quanto accaduto per la Rivoluzione francese o per quella russa, anche la Rivoluzione iraniana si è rapidamente identificata con l’ideologia nazionalista, provocata dalle aggressioni esterne.

L’invasione lanciata dall’Iraq di Saddam Hussein nel 1980, appena un anno dopo la Rivoluzione, e gli otto anni di guerra che ne sono seguiti, hanno segnato in maniera indelebile l’identità iraniana, rafforzando la sua convinzione di essere ovunque circondata da nemici.

“A quell’epoca, il sostegno fornito all’Iraq dall’Arabia Saudita e dai paesi occidentali, spinse l’Iran rivoluzionario ad adottare una politica nazionalista”, afferma Foad Izadi. “La nuova Repubblica islamica si è identificata con la causa nazionale. Senza quell’invasione, la storia avrebbe potuto prendere una piega del tutto diversa; inoltre, senza quella guerra, non è nemmeno certo che il governo rivoluzionario di Teheran sarebbe sopravvissuto. Infatti, dopo quarant’anni, tutti i tentativi di distruggere la Repubblica islamica non hanno fatto altro che renderla più forte”, aggiunge Izadi.

Tuttavia, i successi iraniani restano fragili: la presenza militare iraniana in medio Oriente risulta comunque legata a circostanze particolari. Le vittorie conseguite da Teheran inducono ora i suoi avversari ad un avvicinamento, come è accaduto fra gli Stati Uniti, le potenze arabe sunnite e Israele. Inoltre, Teheran rischia di commettere rilevanti errori di calcolo dovuti all’euforia per i successi ottenuti. “E poi, questa politica estera è anche molto costosa”, ammette Foad Izadi. “Se l’Iran non subisse ingerenze esterne, potrebbe svilupparsi in modo decisamente migliore. Per questo, sono convinto che l’espansione iraniana sia essenzialmente il risultato di circostanze casuali”.

© Adrien Jaulmes, 2018, Le Figaro