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Europa: i nuovi sonnambuli

Estate 1914. Lo storico australiano Christopher Clark riesamina le circostanze che condussero alla Prima Guerra Mondiale, sottolineando l’importanza della crisi dei Balcani – terreno di scontro fra l’Austria e la Russia –, della rivalità fra il Regno Unito e il Reich tedesco, in lotta per la supremazia, ma richiamando anche l’attenzione sulla cecità politica dei governanti: imprigionati in false visioni del mondo, ignari di quali fossero le reali condizioni degli Stati e delle popolazioni, forzarono gli eventi fino a scatenare una guerra planetaria, che causò il suicidio dell’Europa liberale e la nascita dei totalitarismi del XX secolo.

Cento anni dopo la fine della Grande Guerra, l’Unione Europea vive una crisi esistenziale che rischia di farla disintegrare. Tutto questo a causa di una nuova generazione di sonnambuli.

Dopo il 1945, il processo di unificazione e di integrazione del continente europeo trovò le sue basi nell’opposizione all’Unione Sovietica, nella sicurezza garantita dalle forze americane, nella pace franco-tedesca e nella possibilità di aggirare i conflitti strategici attraverso le leggi e il mercato. Tutto questo è ormai storia antica. Ma in realtà nulla è cambiato.

L’Europa, ricca, disarmata, e che continua a invecchiare, è stata presa di mira dai jihadisti e dalle democrature [1], ritrovandosi assediata dalle guerre che infuriano oltre le sue frontiere.

Gli Stati Uniti, un tempo garanti della stabilità del mondo, del capitalismo e della democrazia, sotto la guida di Donald Trump sono diventati un rischio ancor più grande dei pericoli che si intendevano evitare, poiché il presidente americano persegue metodicamente la distruzione del sistema multilaterale e la destabilizzazione dell’Unione Europea: le pratiche commerciali sleali e le eccedenze di produzione sono problemi da affrontare con la Cina, ma le questioni inerenti i dazi e le esportazioni d’acciaio e d’alluminio riguardano l’Europa. Il populismo è un cancro che corrode la democrazia, delegittimando le sue istituzioni e i suoi valori, in particolare attraverso l’esempio di democrazia illiberale di Viktor Orban, che continua a produrre seguaci.

La disgregazione dell’Europa è stata ottenuta procedendo per tappe. Innanzitutto, dopo la caduta dell’URSS, avvenne un’improvvisa espansione verso est; poi, fu creato l’euro, ma non furono create contestualmente le necessarie istituzioni e regole che permettessero di gestire le crisi, né furono previste misure di riequilibrio che compensassero l’assenza degli aggiustamenti legati a inflazione e svalutazione – cosa che ha comportato una progressiva divergenza fra le economie delle varie nazioni, a discapito dei Paesi del sud; inoltre, nel 2009 gli Stati Uniti esportarono la loro crisi finanziaria, che finì con il colpire l’euro; infine, a partire dal 2015 ha avuto inizio un’ondata incontrollata di migranti verso il continente europeo. Tutto questo ha scatenato la rabbia delle popolazioni, rabbia che dalla Brexit in poi continua a dilagare.

Per ora, l’Europa e i suoi Stati membri restano paralizzati, a causa di profonde divergenze che  la rottura dell’asse franco-tedesco non fa che confermare. Vi è disaccordo sul rafforzamento dell’eurozona; infatti, dietro alle prudenti proposte relative ad investimenti comunitari piuttosto limitati e alla trasformazione del meccanismo europeo di stabilità in una sorta di fondo monetario europeo, si cela uno scontro frontale riguardo alla successione di Mario Draghi alla testa della BCE. Vi è disaccordo sulle contromisure da adottare in risposta alle sanzioni commerciali americane: infatti, l’Europa imporrà dazi per un totale di 2,8 miliardi di euro a fronte di un danno da 6,4 miliardi causato dai dazi americani sulle esportazioni europee. Vi è disaccordo sulla tassazione dei GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon). Disaccordo sulle sanzioni applicate alla Russia in seguito all’annessione della Crimea e al suo intervento in Ucraina. Disaccordo sulla ricollocazione dei migranti e sulla riforma dell’accordo di Dublino. Divergenze sulla creazione di un consiglio di sicurezza o di una forza d’intervento europei, destinati dunque a restare virtuali, dal momento che il programma della coalizione tedesca limita a 2 miliardi di euro in quattro anni l’investimento destinato alla difesa. Infine, vi è disaccordo nei metodi, poiché la tattica “sorpresa e velocità” voluta da Emmanuel Macron – ormai in Europa completamente isolato –, si scontra con il culto della stabilità e del consenso di Angela Merkel.

Non serve a nulla condannare il populismo, fomentando la rabbia dei cittadini ai quali le élite vogliono impartire lezioni di virtù; bisogna affrontare le vere cause dei problemi. Riabilitando le nazioni e gli Stati di fronte alla tirannia delle comunità e delle minoranze. Ricordando che la sicurezza resta la prima condizione per il conseguimento della libertà. Sottolineando che la libera circolazione di uomini e merci presuppone il rigido controllo delle frontiere esterne. Le priorità sono ben note. Precisare e rafforzare l’efficacia delle istituzioni europee, e creare un’unica forte leadership che ne incarni i valori, invece di moltiplicare le cariche istituzionali e le figure incompetenti che le rappresentano. Affermare la sovranità dell’Europa di fronte ai giganti del XXI secolo, sul piano commerciale, tecnologico e fiscale, ma anche sul piano monetario, rendendo l’euro una moneta internazionale a pieno titolo.

La prossima consultazione europea sarà un referendum sull’Unione. Tale referendum si giocherà sui temi dell’immigrazione e dei rifugiati. E l’esito sarà negativo, se non verrà dato un nuovo corso alle cose, se non si troverà una convergenza fra il diritto all’immigrazione, il diritto d’asilo, il riconoscimento del principio di autonomia decisionale per l’accoglienza dei rifugiati, la riconquista del controllo delle frontiere esterne – cosa che richiede la messa in atto di un sistema coordinato di sorveglianza del Mediterraneo –, e l’aiuto massivo allo sviluppo dell’Africa, condizionato al rimpatrio degli espulsi.

Non basta affermare che l’Europa deve riprendere in mano il proprio destino. È necessario passare con urgenza dalle parole ai fatti.

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[1]  Neologismo composto da “democrazia” e “dittatura”, per indicare una forma di pseudo-democrazia, o democrazia illiberale, nella quale convivono elementi democratici ed elementi autoritari - ndt.

© Nicolas Baverez, 2018, Le Figaro