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Generazione baby boom: è giunto il momento di passare il testimone

George Washington aveva 43 anni quando il Congresso Continentale lo nominò a capo dell’esercito che finì per cacciare via gli inglesi dalle colonie americane. All’età di 55 anni, il generale presiedette la difficile assemblea che diede vita alla costituzione più duratura che il mondo abbia sinora conosciuto. Poi ricoprì per due mandati la carica di primo presidente degli Stati Uniti, lasciando definitivamente l’incarico all’età di 65 anni.

Abraham Lincoln si insediò alla Casa Bianca poco dopo il suo cinquantaduesimo compleanno e guidò la nazione attraverso la terribile guerra civile. Nel frattempo, abolì la schiavitù, avviò la costruzione della Ferrovia Transcontinentale, promosse l’istruzione superiore e tenne due dei discorsi più eloquenti della storia. Quando fu assassinato, il 14 aprile 1865, aveva 56 anni.

Theodore Roosevelt, governatore dello stato di New York all’età di 40 anni, fu convinto a candidarsi per la carica di vicepresidente dopo solo un anno dall’inizio del suo mandato. Quando il presidente William McKinley fu assassinato, Roosevelt diventò presidente a 42 anni. La sua presidenza, coraggiosa ed efficace, fu un faro luminoso all’inizio del XX secolo, il “Secolo Americano”. Lasciò l’incarico a 50 anni.

Un suo lontano cugino, Franklin D. Roosevelt, aveva 51 anni quando diventò presidente, dopo che la disabilità causata dalla poliomelite aveva ostacolato la sua carriera. Franklin D. Roosvelt rimase al timone degli Stati Uniti durante due dei periodi di maggior crisi, la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. Morì, ancora in carica, a 63 anni.

Gli storici della Casa Bianca di solito citano questi quattro come i presidenti migliori. Tra i secondi classificati spesso vengono citati Harry S. Truman, eletto a 60 anni, Dwight D. Eisenhower, eletto a 62 anni, Tomas Jefferson, eletto a 57 anni e John F. Kennedy, diventato presidente a 43 anni.

Se quattro dei nostri migliori presidenti sono stati eletti a un’età media di 50 anni, perché mai leggo di potenziali candidati alle elezioni del 2020 che in quell’epoca avranno superato i settant’anni di età? L’ex vicepresidente Joe Biden afferma che sta pensando di candidarsi. Se vincesse, diventerebbe presidente a 78 anni. Si vocifera che il senatore Bernie Sanders sia caldeggiato alla nomination del partito Democratico: se verrà eletto alla Casa Bianca, avrà 79 anni. Se la senatrice Elizabeth Warren, sorridente e osannata dall’intero schieramento democratico, si candidasse e vincesse, sarebbe eletta a 71 anni.

Prima di Donald Trump, gli Stati Uniti non avevano mai avuto un settantenne nell’Ufficio Ovale (nel 1984 Reagan fu eletto presidente all’età di 73 anni, ma in quel caso era il secondo mandato, non il primo). I presidenti under 50 sono stati più del doppio di quelli over 65. Il fatto che si parli seriamente di candidati vicini all’ottantina non ha precedenti, ed è sintomo di una sclerosi del nostro sistema politico.

Non intendo screditare gli anziani, anche perché io stesso sto invecchiando velocemente. Ma nessuna società sana è in grado di trovare idee nuove tra i leader più anziani. La saggezza dovuta all’età è un ostacolo, non una forza propulsiva. L’età chiede il suo tributo in modo diverso a seconda delle persone, ma la scienza parla chiaro: l’agilità mentale, la capacità di prendere decisioni per se stessi e per gli altri e la creatività, tendono tutti a declinare una volta superata la mezza età. Un buon riassunto di una ricerca, pubblicata dall’ottima Dana Foundation, afferma che: “Le persone anziane hanno la tendenza a essere più lente nel concettualizzare, e meno pronte a cambiare strategia con il mutare delle circostanze”.

Alcuni studi dimostrano che il cervello raggiunge l’apice delle sue capacità a 20 anni (altri picchi di performance mentale si verificano a 40 anni e anche oltre). Questo periodo giovanile di alto rendimento mentale è spesso associato a lampi di creatività: la fisica di Einstein, la poesia di Keats, la musica di Lennon e McCartney.

Bisogna ammettere che capacità di governare ed essere leader non è solo questione di rapidità di pensiero, ma richiede anche conoscenze ed esperienza sufficienti per prendere decisioni sagge, nonché la capacità di saper “leggere” le persone e le situazioni. Per un leader ricco di talenti, tuttavia, può essere sufficiente anche un’esperienza limitata. Martin Luther King fu ucciso a soli 39 anni, più giovane di qualsiasi presidente degli Stati Uniti. Eppure nessuno oserebbe mettere in dubbio il suo carisma, l’abilità di orientare il dibattito, di combinare la strategia alla tattica, di capire qual è il momento giusto e di tenere insieme i diversi gruppi.

Eppure, la maggior parte di noi arriva a un punto in cui la maggior esperienza non produce necessariamente decisioni migliori. I nostri cervelli sembrano escludere le informazioni che non combaciano con la visione del mondo che abbiamo già. Nell’ambito del problem solving, Elizabeth Glisky, ricercatrice esperta in neuroscienze dell’Università dell’Arizona, afferma che gli anziani “tendono a basarsi più sulle loro conoscenze pregresse collegabili al problema da affrontare, e meno sulle informazioni nuove”.

E questo potrebbe dare ragione del fatto che un presidente del XXI secolo possa pensare che l’industria carbonifera sia fondamentale per il futuro dell’America…

Il rapido cambiamento dei modi di vivere e lavorare richiede leader al massimo delle capacità creative e intellettuali. E le decisioni che influenzeranno il mondo, ben oltre la generazione del baby boom, non dovrebbero essere prese proprio dalla generazione dei baby boomer o da quella precedente.

Stiamo lasciando in eredità molti problemi irrisolti e pressanti alla prossima generazione. Dovremmo anche passarle il testimone.

© 2017, The Washington Post