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Gli USA escono dal Consiglio per i diritti umani dell'Onu. Con buone ragioni...

Questa settimana gli Stati Uniti hanno deciso di uscire dal Consiglio per i diritti umani, operante nell’ambito delle Nazioni Unite (UNHRC). L’amministrazione Trump ritiene, infatti, che l’UNHRC sia animato da un pregiudizio anti-israeliano e che non prenda chiara posizione contro le violazioni dei diritti umani che avvengono in diversi stati del mondo.

L’annuncio è stato dato ufficialmente dall’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, durante una conferenza al Dipartimento di Stato a Washington.

La signora Haley, pur priva di esperienze internazionali (è stata governatore della Carolina del Sud dal 2011 al 2017), ha confermato di possedere opportune doti di carattere e combattività quando ha annunciato con piglio sicuro il ritiro del suo governo dal “cosiddetto Consiglio per i diritti umani”, secondo le sue parole. Un consesso, ha aggiunto, ormai divenuto “il protettore di coloro che violano i diritti umani e un pozzo nero di faziosità politica”.

Per oltre un anno l’ambasciatrice aveva invocato una riforma del Consiglio, facendo ben capire che la pazienza degli Stati Uniti stava per finire. Purtroppo, ha concluso la Haley, “nessun altro paese ha avuto il coraggio di unirsi a noi in questa battaglia”.

La Haley ha sottolineato come all’interno dell’UNHRC siedano paesi notoriamente avversi al rispetto dei diritti umani, come il Venezuela, la Cina, Cuba e il Congo, nazioni che, ha rimarcato l’ambasciatrice, mostrano “un imbarazzante disprezzo per i più elementari diritti dell’uomo”.

La signora Haley ha affermato che la decisione conferma quanto gli Stati Uniti rispettino tali diritti: “non possiamo continuare a far parte di un’organizzazione ipocrita e autoreferenziale che si prende gioco dei diritti umani”.

Nel corso degli anni, le critiche all’UNHRC, per le sue posizioni chiaramente anti-israeliane e pro-palestinesi, sono giunte non solo dagli Stati Uniti ma anche dall’Unione Europea, dal Canada e dagli ex segretari generali dell’Onu, Kofi Annan e Ban Ki-moon.

Peraltro, l’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, si era opposto alla rifondazione dell’UNHRC sin dal 2006, paventando quel che sarebbe poi accaduto, cioè la creazione di un organismo-paravento utile agli stati autoritari per mascherare le proprie politiche repressive sul fronte interno.

La decisione è stata accolta con vivo apprezzamento da vari esponenti repubblicani e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Come era forse prevedibile, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha dichiarato che avrebbe “nettamente preferito la permanenza degli Stati Uniti in senso al Consiglio”.

Sul versante democratico, l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale sotto la presidenza Obama – critico nei confronti della decisione – ha affermato che sebbene l’UNHRC sia un organismo “imperfetto”, le possibilità di riformarlo dal di dentro sono destinate a calare con l’uscita degli Stati Uniti.

Tra le “imperfezioni” del Consiglio va certamente annoverata la sua compiacenza nell’intromettersi in questioni alquanto estranee ai suoi compiti. In un recente rapporto destinato al Consiglio e firmato da Philp Alston, Consulente Speciale delle Nazioni Uniti per la lotta alla povertà e per i diritti umani, è scritto che i tagli fiscali della presidenza Trump “hanno notevolmente avvantaggiato i ricchi e peggiorato le diseguaglianze economiche”. Il rapporto dichiara che gli Stati Uniti sono da molti anni la più squilibrata tra le nazioni sviluppate e che tale situazione è destinata a peggiorare. Il rapporto Alston, comprensibilmente, non fa menzione di quanto l’economia statunitense sia in netta ripresa in questi mesi, con positive ricadute sul reddito pro capite.

Il Consiglio per i diritti umani, operante presso la sede dell’Onu a Ginevra, è costituito da 47 Stati eletti dall’Assemblea generale ogni tre anni. L’UNHRC nacque nel 2006 in sostituzione della precedente Commissione per i Diritti Umani, creata nel 1946. Attualmente, fanno parte del Consiglio anche 14 nazioni che secondo l’associazione “Freedom House” sono classificabili come stati autoritari o dittature: Afghanistan, Angola, Burundi, Cina, Cuba, Congo, Egitto, Etiopia, Iraq, Qatar, Rwanda, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Venezuela.

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