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Gonne attillate e competizione spietata: per una donna non è facile lavorare in finanza

Nel 2004, entrai per la prima volta nel settore delle banche d’investimento. Cercavo un lavoro, uno qualsiasi, che consentisse, a me cittadina ucraina, di avere un permesso di lavoro per rimanere nel Regno Unito, mentre studiavo per il dottorato di ricerca in diritto internazionale. Facevo letteralmente la fame, quindi avevo cominciato a lavorare come addetta alle pulizie negli ostelli e come cameriera per guadagnare qualcosa; nel frattempo, cercavo un impiego più appagante, almeno dal punto di vista economico.

Quando, alla fine, più di un anno dopo, riuscii a ottenere un colloquio presso una società finanziaria, mi ritrovai in cima alla lista dei candidati per il semplice fatto che ero bionda e avevo l’aspetto di “una che piace ai clienti”, come mi disse la responsabile delle risorse umane.

Ero elettrizzata all’idea di essere finalmente riuscita a entrare nel mondo della finanza, dopo averci provato per così tanto tempo, ma durante le trattative mi proposero uno stipendio del 30% inferiore rispetto ai miei colleghi uomini di pari livello.

Ansiosa com’ero di mettermi alla prova in sala contrattazioni, lo accettai; ma al danno si aggiunse la beffa quando, come prevedibile, il responsabile vendite mi fotografò il seno. Credeva che le donne (e in particolare le bionde) fossero le migliori nei ruoli di vendita e che “un bel paio di tette” fosse proprio quello che ci voleva per attirare i clienti.

Nella prima settimana di lavoro in sala contrattazioni, dov’ero l’unica donna, arrivavo in ufficio intorno alle sette meno un quarto, ma trovavo sempre la mia postazione e il mio computer già occupati da un’altra persona. Il mio capo in seguito mi spiegò che avrei dovuto condividere la scrivania con quell’uomo, che proveniva da un team diverso ma seguiva lo stesso cliente: chi tra noi due avesse venduto più prodotti si sarebbe tenuto la scrivania e, alla fine, anche il lavoro. Avendo capito che sarebbe stato l’unico modo per riconquistare il mio posto, ed essendo naturalmente portata alla competizione, spesso mi sono ritrovata seduta in braccio a quell’uomo, pur di avere l’opportunità di fare carriera.

Il mondo [della finanza], per entrare nel quale avevo lottato così duramente, era davvero spietato come me lo ero immaginata. Ho perso il conto delle volte in cui gli operatori di borsa, solo perché avevano una giornata storta, mi tirarono addosso il caffè bollente. Era normale che mi rivolgessero invettive piene di parolacce, se commettevo errori banali come portar loro il tè con il tipo sbagliato di latte.

Ero l’unica donna e avevo poco più di vent’anni, quindi mi sentivo completamente vulnerabile. Volevo mettermi a piangere e fuggire via, ma non avrei saputo dove andare e, in ogni caso, lì il mio stipendio era cinquanta volte più alto di quello che ricevevo in precedenza. Allo stesso modo, non ho mai lontanamente pensato di potermi rivolgere alle risorse umane, perché sarebbe stato considerato come un atto di debolezza: se non riuscivo a gestire i miei operatori, come avrebbero potuto fidarsi di me per il lavoro sul campo?

Non mi sono mai confidata con la mia famiglia, né con i miei amici: erano così orgogliosi di dove ero arrivata che sentivo su di me la pressione di dover mantenere l’immagine di impiegata bancaria di successo. Avevo persino paura di ammettere che c’era qualcosa che non andava e rifiutavo di accettare la verità, nel disperato tentativo di mostrarmi come donna sicura di sé di fronte al resto del mondo.

Lavoravo 14 ore al giorno e ben presto raggiunsi e superai tutti gli obiettivi; mi soprannominarono “la donna più figa della piazza” e non feci nulla per smentire questo riconoscimento. Indossavo gonne aderenti e facevo ondeggiare i fianchi quando andavo dagli operatori, sperando di ottenere un prezzo migliore per i miei clienti. Per me era chiara la differenza tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, ma alcuni uomini non riuscivano proprio a tenere a freno né la lingua né le mani. Il miglior modo per gestire la situazione, l’unico in realtà, era riderci su e stare al gioco, anziché protestare.

Nel 2008, dopo soli quattro anni di lavoro nel settore, le cose cambiarono: la crisi finanziaria globale rese necessario inasprire il controllo sui mercati e su coloro che li gestivano. L’attenzione, che prima era incentrata sugli ingenti bonus e sui guadagni facili, venne rivolta al rispetto delle norme, alla gestione del rischio e alle procedure. A un certo punto si arrivò a considerare una fortuna anche soltanto riuscire a mantenere il proprio posto di lavoro nel settore bancario: come per molti altri, era bastata una telefonata per mettermi in esubero. In una tale situazione di precarietà lavorativa, gli uomini iniziarono a riflettere bene prima di dire qualcosa di avventato alle colleghe donne.

Ho deciso di raccontare le mie esperienze nel libro Snow job. Questo titolo si riferisce all’idea che “un giorno la neve si scioglierà e lo stesso avverrà per il denaro”. Il settore bancario è un’industria artificiale che affascina con la promessa di una ricchezza facile. Ma, andando un po’ più a fondo, ci si rende conto che, in realtà, poggia sul nulla.

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Jenni Ferchenko è l’autrice del libro “Snow Job: The Great Game”.

© Telegraph Media Group Limited (2018)