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Harvard discrimina gli asiatici?

Lavorando come reporter in Cina e facendo il genitore in California, mi sono spesso imbattuto nello straordinario talento e nella grande energia mostrati dai giovani provenienti da famiglie di origine asiatica. Tuttavia, nel corso dei vent’anni in cui, in qualità di ex alunno, ho intervistato i candidati che facevano domanda di ammissione all’università di Harvard, non sono mai riuscito a capire per quale motivo il mio ateneo e gli altri college iperselettivi si mostrino indifferenti nei confronti dei ragazzi orientali più meritevoli.

A quel tempo, avevo pochi dati per supportare le mie preoccupazioni. Recentemente, però, sono state presentate, a supporto di una causa per discriminazione contro Harvard, oltre 160.000 testimonianze di studenti, dalle quali si evince che i risultati delle selezioni potrebbero essere stati condizionati da un pregiudizio anti-asiatico.

Potrei anche sbagliarmi. Tutti i candidati vengono intervistati da noi ex allievi, che spesso assumiamo il ruolo di avvocati difensori per i ragazzi più in gamba che incontriamo e, se l’università li rifiuta, tendiamo a prendere la questione come un fatto personale.

Eppure, da quanto posso testimoniare, molti giovani americani di origine asiatica che si presentavano con il massimo dei voti, alti punteggi SAT [test per l’ammissione ai college statunitensi - ndt], talora un grande talento musicale, sono stati respinti perché considerati troppo comuni, non abbastanza “speciali” per Harvard. Ci sono persone le quali pensano che il saper suonare il violino derivi da una semplice predisposizione culturale, come potrebbe esserlo il mio amore per i milkshake, e che ciò non richieda perseveranza o abilità.

Negli anni 80, l’università di Harvard mi aveva inviato a svolgere i colloqui presso la scuola superiore di South Pasadena, non lontano da dove vivevo. La scuola era frequentata da molti studenti di origine asiatica che ritenevo fossero candidati validi, che invece non furono ammessi.

Uno di loro mi confessò che, insieme a un amico, aveva fondato un giornale scolastico clandestino, perché quello ufficiale era troppo noioso. Non aveva menzionato questa informazione nella sua domanda di ammissione, perché pensava che un comportamento del genere sarebbe stato malvisto da un’istituzione come Harvard.

Ero emozionato: avevo trovato un candidato asioamericano con ottimi voti e un alto punteggio nel test, che invece di suonare il violino scriveva articoli contro l’amministrazione scolastica, alcuni dei quali piuttosto arguti. Era un ribelle! Ho evidenziato quest’aspetto nel mio resoconto e ho assegnato al ragazzo punteggi molto alti nelle sezioni riservate alle attività extracurricolari e personali. Nonostante ciò, Harvard non lo ha voluto.

I responsabili delle ammissioni per i college più selettivi non possono sempre accontentare tutti. Vogliono trovare posto per le categorie che sono state trascurate in passato, come i cittadini a basso reddito, le persone di colore e gli ispanici.

Le domande di iscrizione ad Harvard presentate dagli asiatici sono ben al di sopra della loro percentuale nella popolazione americana, ma in ogni categoria i candidati qualificati sono più di quanti l’ateneo possa ammettere. Osservando chi riesce a entrare e chi no, è facile riconoscere che la scelta è spesso casuale come un tiro ai dadi, forse in parte condizionata anche da qualche pregiudizio.

Tra i dati raccolti dagli asioamericani promotori della causa, l’elemento più interessante è una statistica – aspramente criticata da Harvard – secondo cui i punteggi assegnati agli orientali da parte degli ex alunni intervistori, sarebbero paragonabili a quelli attribuiti ai bianchi. I responsabili delle ammissioni presso l’ateneo, però, hanno dato loro le valutazioni peggiori, se confrontate con qualsiasi altro gruppo etnico.

Nel mio libro del 2003, Harvard Schmarvard, consigliavo ai candidati respinti di convincersi del fatto che non essere accettati dagli atenei più prestigiosi non avrebbe cambiato le loro vite. Un importante studio aveva dimostrato che gli studenti dotati di humor, fascino e pazienza, nel corso di un ventennio avrebbero raggiunto gli stessi guadagni, indipendentemente da quale università avessero frequentato, ultraselettiva o meno.

Nel 1987, mia moglie Linda Mathews scrisse sulla rivista Los Angeles Times Magazine un articolo a proposito di un candidato asioamericano deluso dalle selezioni. Si trattò, decisamente, del miglior pezzo che io abbia mai letto su questo argomento. Yat-pang Au fu respinto dall’università della California, sede di Berkeley, nonostante potesse vantare il massimo dei voti in tutte le materie, alti punteggi SAT, premi conquistati ad una expo dedicata alla scienza e le lodi di tutti i suoi insegnanti.

Ma, a distanza di trentuno anni, ecco come va a finire la sua storia: Au si trasferì dall’università statale a Berkeley (che ad un secondo tentativo, anni più tardi, lo ammise - ndt) si laureò in ingegneria elettronica e informatica, lo stesso corso da cui era stato rifiutato. Poi, è diventato fondatore e CEO della Veritas Investments, la più grande società immobiliare di San Francisco.

Non sappiamo se i tribunali federali riusciranno a dirimere la questione. Qualunque sarà la loro decisione, non servirà a rendere più facile il sistema di ammissione per i giovani candidati. Tuttavia, viste le qualità dimostrare da questi studenti, è improbabile che perdano di vista i loro sogni, anche se il processo selettivo continuerà a essere esasperante.

© 2018, The Washington Post