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I bambini con la sindrome di Down hanno il diritto di vivere!

Quando la madre di Karen Gaffney scoprì che sua figlia sarebbe nata con la sindrome di Down, il dottore la mise al corrente del fatto che la bambina, con molta probabilità, non sarebbe neanche stata in grado di allacciarsi le scarpe da sola. Invece, come ha raccontato in modo toccante e coinvolgente la stessa Karen durante il programma televisivo TEDx Talks, è diventata un’abile nuotatrice in acque libere, riuscendo persino ad attraversare la Manica durante una staffetta e a completare, a nuoto, un tratto della gara di triathlon “Escape from Alcatraz”.

Ora Karen teme l’esito di un’altra competizione, quella che punta a sviluppare screening prenatali sempre più efficaci per la diagnosi della sindrome di Down permettendo di eliminare, già nel grembo materno, un numero ancora maggiore di feti colpiti da questa disabilità.

Le sue paure sono fondate. Un servizio trasmesso recentemente da CBS News rivela che l’Islanda è sul punto di “eliminare” la sindrome di Down. Sfortunatamente questa notizia non riporta alcuna svolta decisiva per la medicina: l’Islanda non sta debellando la patologia, bensì coloro che ne sono affetti… Tanto è vero che il tasso di aborto di bambini Down nel paese ha quasi raggiunto il 100%, il più alto al mondo. La Danimarca segue a ruota, con un tasso del 98%. Negli Stati Uniti, i feti Down abortiti sono il 67%, ma Karen teme che la percentuale aumenti fino a raggiungere i livelli europei.

“Salvateci!” è il suo disperato appello.

Purtroppo, ci sarà sempre chi vede nelle persone con la sindrome di Down solo un peso per la società. Robert George, professore presso la Princeton University, ha recentemente pubblicato su Twitter un video inquietante in cui un funzionario dell’Istituto nazionale olandese della Sanità Pubblica illustra alla lavagna, dati alla mano, quanto “costa” alla società una persona Down rispetto a una persona “normale”. “Gli olandesi  – si chiede il professor George – hanno subìto la dominazione nazista, spesso resistendo eroicamente. Hanno forse dimenticato che ‘la soluzione finale' è iniziata con la disumanizzazione e l’eutanasia eugenetica degli handicappati?”.

Oggi, un numero crescente di persone affette dalla sindrome di Down fa sentire la propria voce, e rivendica il diritto a essere riconosciuto come essere umano. Frank Stephens è intervenuto recentemente innanzi alla Commissione parlamentare per gli stanziamenti pubblici (House Appropriations Committee) e, rivolgendosi ai deputati del Congresso, ha detto: “Sono un uomo affetto dalla sindrome di Down e la mia vita merita di essere vissuta”. Ha poi commentato le percentuali di aborti praticati in Europa sui nascituri Down: “Chi sostiene questa particolare forma di ‘soluzione finale' è chiaramente convinto che le persone come me non debbano esistere”. Ha quindi concluso il suo intervento con un’accorata esortazione: “Noi siamo l’America: una società che include le persone, non le elimina. Non siamo la Danimarca o l’Islanda...”.

Il suo messaggio sta lentamente facendo presa. Il mese scorso, la Gerber, nota società di alimenti per l’infanzia, ha nominato un bambino Down, Lucas Warren, “Portavoce Gerber 2018”, scegliendolo tra 140.000 candidati per il suo “irresistibile sorriso”. Brava Gerber!

D’altronde, il sorriso raggiante di Lucas non sorprende. Uno studio condotto nel 2011 dai ricercatori della Harvard University ha messo in evidenza che le persone Down non conducono una vita di sofferenza ma presentano, invece, tassi di felicità straordinariamente elevati. La ricerca indica che ben il 99% è contento della propria vita, il 97% si piace come persona e il 96% si ritiene soddisfatto del proprio aspetto. “La schiacciante maggioranza degli intervistati affetti da sindrome di Down conduce una vita felice e appagata”, è stata la conclusione dei ricercatori.

I sondaggi effettuati dal Children's Hospital di Boston indicano che, lungi dal costituire un peso per le loro famiglie, i bambini Down portano grande gioia ai propri cari. Il 94% degli intervistati è orgoglioso del proprio fratello o sorella Down, mentre l’88% dei familiari si ritiene “migliore” grazie alla loro presenza. Solo un 4% dei fratelli vorrebbe averne uno differente, e solo il 4% dei genitori è dispiaciuto di avere un figlio con questa disabilità. In conclusione, la ricerca ha scoperto che, “la sindrome di Down è un’esperienza positiva per la maggior parte dei genitori, dei fratelli e per le stesse persone Down”.

I legislatori ne stanno prendendo atto. Secondo quando riporta questa settimana il “Washington Post”, sono in aumento gli stati che promulgano leggi contro l’interruzione di gravidanza a seguito della diagnosi di sindrome di Down. L’Indiana, il North Dakota e la Louisiana hanno varato una legge di questo tipo, mentre, alla fine del mese, entrerà in vigore, in Ohio, il Down Syndrome Non-Discrimination Act, una legge contro la discriminazione delle persone Down.

Anche nello Utah è in discussione un disegno di legge che va in questa direzione. Karianne Lisonbee, repubblicana e promotrice della proposta legislativa, riassume così l’iniziativa: “il messaggio che lo Utah vuole dare al mondo è che non sarà tollerata alcuna discriminazione”.

Naturalmente, gli assolutisti pro-aborto hanno avviato azioni legali per bloccare queste proposte di legge. E nello stato dell’Indiana ci sono riusciti.

E’ intollerabile che tante e così gioiose esistenze vengano spezzate. “Ogni vita è un dono di Dio”, dice Gaffney. “Per me ciò significa che tutte le vite sono importanti, anche se si ha un cromosoma in più”.

© 2018, The Washington Post