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I Democratici USA dimostreranno il proprio fanatismo culturale bloccando la legge sull’aborto

Ai primi di ottobre 2017, la Camera dei Rappresentanti ha votato una proposta di legge che vieterebbe l'aborto dopo la ventesima settimana (salvo casi gravi e speciali). La proposta difficilmente passarà anche al Senato, dove i repubblicani non hanno i due terzi necessari. George Will, uno dei più prestigiosi columnist americani, smonta le rigide posizioni degli abortisti, largamente prevalenti nel partito democratico.

nota della redazione

Quale sarebbe la politica americana sull’aborto se il numero dei mesi di gestazione di un bambino fosse un numero primo – ad esempio, sette o undici ? Un’ipotesi così stravagante serve a introdurre alcune considerazioni sul perché il tema dell’aborto abbia intossicato il dibattito politico, cercando di indirizzare la questione su binari meno aspri. Per la terza volta, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti tenta di riportare il dibattito su questi binari, e per la terza volta i Democratici al Senato ostacoleranno il progetto di legge che il leader della maggioranza repubblicana, Mitch McConnell, presenterà in aula. Sarà in questa circostanza che i Democratici manifesteranno il proprio estremismo e l’ostilità a un compromesso bipartisan.

La democrazia, che va costruita attraverso la persuasione e non a colpi di decreti legislativi imposti da una maggioranza prepotente, consiste nella ricerca di un equilibrio tra le differenze. L’aborto, il tipico tema che divide gli animi e rende difficile un compromesso, sta deteriorando i rapporti tra le parti politiche da due generazioni, cioè dal 1973, quando la Corte Suprema americana intervenne sulla questione.

Gli attivisti pro-aborto, cioè coloro che sono pienamente soddisfatti dalla legge del 1973,la quale, sostanzialmente, non pone limiti all’interruzione volontaria di gravidanza, sono in gran parte Democratici, e ritengono di far parte del Partito della Scienza (sic). Costoro sono rimasti sbigottiti quando il Dipartimento della Salute degli Stati Uniti ha recentemente dichiarato che tutelerà le persone "in ogni fase della vita, dal momento del concepimento". Ma questo è l’Abc della biologia, non un astruso concetto teologico: Qualcosa comincia a esistere, per questo si chiama “concepimento”. E, se non interviene una disfunzione naturale o un intervento volontario (aborto), il concepimento dà luogo alla nascita di un essere umano.

Nel 1973, la Corte Suprema introdusse – senza alcun fondamento nella Costituzione, in termini storici e giuridici, nell’embriologia o in altre scienze – il…”trimestre politico”, per così dire. La Corte sostenne la propria tesi senza un briciolo di argomentazione, né l’ombra di un senso etico o giuridico, ma solo perché – banalmente – era più comodo dividere il nove per tre. La Corte riconobbe il diritto all’aborto – senza il benché minimo dubbio – fino a quando il feto non diventa vitale, cioè in grado di sopravvivere fuori dall’utero, e stabilì che la capacità di sopravvivenza autonoma si sviluppa dalla 24a alla 28a settimana.

Il 3 ottobre di quest’anno la Camera dei Rappresentanti americana ha approvato il disegno di legge Pain-Capable Unborn Child Protection Act che proibisce le interruzioni di gravidanza (con la consueta eccezione dei casi di stupro, incesto o rischio per la vita della madre) praticate dopo la ventesima settimana di gestazione.

Il disegno di legge afferma che a partire da tale settimana il feto è capace di sentire il dolore provocato dalla violenta esperienza dell’aborto, e che questo fa la differenza. Naturalmente, gli attivisti pro-aborto considerano l’espressione “unborn child" (bambino non nato) un ossimoro, ritenendo che dal concepimento e fino al momento del parto, il bambino non ancora nato sia mero "materiale fetale" privo di ogni significato morale, come fosse una massa tumorale nel corpo materno (spero gli abortisti mi perdonino il paragone provocatorio).

Lasciamo alla scienza – se non lo ha già fatto – il compito di valutare se un feto di venti settimane abbia un sistema neurologico sviluppato al punto di percepire il dolore.

Esistono già miriadi di procedure mediche prenatali, alcune delle quali prevedono l’uso dell’anestesia, grazie alle quali i medici possono guarire quegli stessi feti che la legge americana – estremamente permissiva sull’aborto – consente di stroncare impunemente. Solo sette nazioni al mondo permettono la libera interruzione di gravidanza dopo la ventesima settimana. In Europa, la maggior parte dei paesi consente la pratica abortiva fino alla tredicesima settimana. Francia e Germania prevedono limiti molto restrittivi dopo la 12a settimana, la Svezia dopo la 18a.

Una risposta scientifica alla domanda relativa al dolore, quand’anche fosse un "si", dovrebbe essere cosa gradita al “Partito della Scienza”. Se la risposta fosse “si”, coloro i quali ritengono che il dolore del feto sia questione non pertinente, potranno spiegare meglio la loro posizione…

Le nuove tecnologie e metodologie mediche stanno scoprendo che lo sviluppo della capacità di sopravvivenza autonoma del feto avviene prima di quanto si immagini. L’uso di strumenti ecografici sempre più sofisticati, che mostrano i battiti del cuore e il movimento delle dita, rendono sempre più difficile sostenere che il "materiale fetale" non sia affatto un bambino. La scienza sta rivelando verità sconvenienti al Partito della Scienza, grazie alle quali la percentuale delle gravidanze interrotte è ai suoi minimi storici dal 1973.

In quell’anno, la Corte Suprema aveva usato la bizzarra espressione "vita potenziale" per definire il feto, ma ormai è innegabile che si tratti di un essere vivo e biologicamente umano.

La maggioranza degli Americani, non avendo informazioni certe, evita di assumere posizioni dogmatiche su una questione che è stata ignorata dalla Camera dei Rappresentanti: a partire da quale momento il “Qualcosa” che prende forma al momento del concepimento dovrebbe acquisire lo status di persona pienamente tutelata dalla legge ?

La risposta cautamente imprecisa e semplificatrice di tale maggioranza è: non al concepimento ma ben prima della fine della gestazione. Di conseguenza, questa maggioranza, il cui vocabolario attinge all’interpretazione arbitraria della Corte Suprema, ritiene che le interruzioni di gravidanza eseguite nel primo trimestre (oltre il 90% degli aborti) debbano essere ammesse dalla legge. Circa due terzi degli americani è favorevole a una limitazione dell’aborto dopo tale periodo.

Quando, il disegno di legge della Camera arriverà in Senato, si spera il prima possibile, i Democratici ne impediranno l’approvazione. Sarà un episodio molto istruttivo che farà capire chi sono i veri integralisti all’interno del dibattito culturale americano.

© 2017, The Washington Post