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I giovani europei: tra tentazioni radicali e valori conservatori

I giovani europei, pur essendo piuttosto soddisfatti della propria vita e “perfettamente integrati nella società”, manifestano tuttavia i sintomi di una crisi: scarsa fiducia nei media, una sostanziale accettazione della violenza, dubbi sulla democrazia, oltre alla convinzione che la radicalizzazione violenta continuerà a crescere nei prossimi anni. Ecco quanto si apprende dallo studio europeo “I giovani e la radicalizzazione che conduce alla violenza”, realizzato dal progetto PRACTICIES «Partenariat contre la radicalisation violente dans les villes» (partnership contro la radicalizzazione violenta nelle città - ndt), in collaborazione con l’Istituto Kantar, e condotto su più di 12.000 persone in 12 nazioni diverse. Secondo l’analisi di Muriel Domenach, segretario generale del Comitato interministeriale di prevenzione della delinquenza e della radicalizzazione (CIPDR) “l’Isis perde terreno, ma la minaccia esiste ancora, seppure riconfigurata. Stiamo constatando una certa tolleranza nei confronti della violenza, del complottismo e dei discorsi carichi di odio…”.

L’obiettivo era quello di indagare “il fenomeno dilagante della radicalizzazione dei giovani in Europa”, come spiega la deputata Sandrine Mörch (LaREM - La République en Marche; dipartimento della Haute-Garonne), esponendo i risultati di una “missione lampo” sulla prevenzione della radicalizzazione nelle scuole. Il 23% dei giovani europei dice di conoscere “almeno una persona radicalizzata” (in Francia la percentuale è del 18%). Tuttavia, come precisa l’Istituto Kantar, “le idee sostenute da queste persone radicalizzate sono variegate”. Per quanto la radicalizzazione venga generalmente associata alla jihad, l’indagine ha scelto di non concentrarsi unicamente su questa minaccia e di prendere in considerazione anche altri radicalismi, rischiando di mettere sullo stesso piano islamismo, razzismo, xenofobia, estrema destra, estrema sinistra, fondamentalismi religiosi e perfino idee sessiste. La ricerca, inoltre, non mette in evidenza in maniera soddisfacente le preoccupazioni dei giovani europei. Il 47% circa dei giovani tra i 14 e i 24 anni dichiara che la radicalizzazione violenta è diffusa nel loro paese. In Grecia, Francia e Spagna queste percentuali risultano più alte. Inoltre, l’83% dei giovani europei pensa che questo fenomeno sia destinato a peggiorare o comunque a non diminuire, anche se la metà si dichiara soddisfatta delle azioni di governo in questa direzione (in Francia il 53%).

I giovani si tengono informati soprattutto attraverso i social ma hanno più fiducia nei media tradizionali, pur non considerandoli sufficientemente “neutrali”. Per questo motivo, circa 8 giovani su 10, ampiamente esposti sul web a contenuti incentrati sull’odio, hanno avuto a che fare, nel corso dell’anno scolastico appena concluso, con incitamenti all’azione violenta, due terzi dei quali includevano istigazioni all’antisemitismo. Più della metà hanno letto o sentito discorsi di propaganda della jihad. La maggioranza crede nel complottismo.

Quali sono i valori che contano per questi ragazzi? Tutti fuorché la religione, secondo quanto risulta in questa ricerca. I greci, i polacchi e gli italiani sono i più attaccati alla loro religione, mentre soltanto il 17% dei francesi la considera “molto importante”. In tutti i paesi dell’Unione europea si registra, tra i giovani al di sotto dei 25 anni, un consenso diffuso sullo Stato di diritto. Con ampie fluttuazioni: se infatti in Grecia è considerato “molto importante” dai tre quarti circa dei ragazzi intervistati, in Francia la percentuale scende al 39% e in Belgio addirittura al 28%.

“I giovani europei hanno tendenza ad orientarsi verso valori conservatori”, sottolinea l’indagine. Il 65% circa dei ragazzi tra i 14 e i 24 anni pensa che “i giovani d’oggi non rispettino abbastanza i valori tradizionali” del loro paese né “i valori religiosi” (la percentuale in Francia è del 58%). Più della metà considera che “per alcuni crimini, la pena di morte sia la condanna più appropriata”, e quasi il 50% ritiene che “il diritto all’aborto dovrebbe essere circoscritto a determinati casi specifici”. Per quanto riguarda la famiglia, gli amici e il luogo di residenza, la maggior parte dei giovani – così come chi ha qualche anno in più - si dichiara soddisfatta dei diversi aspetti della propria esistenza. Molti pensano, inoltre, di poter raggiungere il successo se lo desiderano (81%) e di essere pienamente integrati nella società (73%). Malgrado l’81% si dichiari fiero di essere europeo, l’82% ha subito almeno un episodio discriminatorio (soprattutto a causa dell’aspetto fisico).

Rispetto ai loro fratelli maggiori, questi ragazzi sono più inclini a considerare come accettabile “disobbedire alla legge per combattere l’ingiustizia”, mentre il 50% dei giovani europei (45% in Francia) ritiene che il proprio paese “dovrebbe essere governato da un leader forte, svincolato dal parlamento e dalle elezioni”. Il 55% crede addirittura che sia “accettabile limitare in alcuni casi le libertà individuali”, mentre il 76% sarebbe pronto ad utilizzare la violenza per difendere i propri cari. Séraphin Alva, coordinatore generale del team di Practicies, sottolinea che “a cinquant’anni dal ’68, invece di pronunciare la vecchia formula ‘né Dio, né padrone’, la gioventù proclama l’esatto contrario: vuole un Dio, un padrone, e ritiene che debba essere consentito proibire” (ribaltando lo slogan sessantottino vietato vietare – ndt).

© Stéphane Kovacs, 2018, Le Figaro