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I migliori stipendi? Dimenticate l’hi-tech e guardate l’industria del petrolio…

È ora di dichiarare superati i titani di Wall Street e i giganti della Silicon Valley: oggi, per quanto riguarda i salari, ai lavoratori americani conviene puntare sull’industria del petrolio e del gas naturale, cioè sulle aziende chiamate nel loro complesso “Big Oil”.

In parte gonfiata dal boom del petrolio di scisto, la mediana dei salari nel settore dell’energia si è attestata lo scorso anno sui 104.000 euro, secondo i dati appena resi pubblici negli Stati Uniti. Si tratta della mediana più alta tra tutti i settori, compresi quello delle utilities, della tecnologia e della salute. Gli amministratori delegati delle industrie del settore energetico hanno fatto registrare salari elevatissimi, pari a 120 volte i dipendenti del settore, eppure tale divario salariale è il secondo più piccolo nella classifica di tutti i settori industriali.

Ma che cosa sta alimentando questa crescita esponenziale dei salari? In primo luogo, l’industria si affida abitualmente a geologi, a ingegneri e ad altri professionisti altamente specializzati, tutti ben retribuiti. A questo vanno aggiunti gli sforzi necessari per non disperdere l’expertise dei professionisti, e per attrarre i giovani talenti, dopo che la drastica diminuzione del prezzo del petrolio ha causato la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

“Le aziende si sono trovate a dover trattenere i dipendenti più importanti praticamente a tutti i costi”, afferma Bill Arnold, ex dirigente della Royal Dutch Shell, che ora insegna management dell’energia alla Rice University di Houston. “Le aziende avevano poca flessibilità manageriale”.

In tutto il paese, le aziende si trovano a dover affrontare la carenza di lavoratori e nel bacino di estrazione dell’argillite in Texas e New Mexico, formatosi nel Permiano e che ora dà al paesaggio della regione la tipica colorazione rossastra, “la carenza è ancora più marcata”, come afferma Bob Sullivan di AlixPartners, consulente aziendale in campo energetico, con sede a New York. “A un certo punto la pressione dei salari ha iniziato ad ad aumentare”.

Fondamentalmente, le aziende del settore estrattivo stanno pagando adesso lo scotto dei due crolli nelle assunzioni seguiti alla contrazione dei prezzi che si è verificata a metà degli anni Ottanta e che si è ripetuta a metà di questo decennio. Queste due crisi hanno costretto il settore a faticare per tornare ai livelli occupazionali precedenti, persino durante l’aumento dei prezzi del greggio e l’ondata record di nuove trivellazioni.

La riforma Dodd-Frank del 2010 ha obbligato le società quotate in borsa a rendere pubblico, a partire da quest’anno, il rapporto numerico tra il livello dei salari degli amministratori delegati e quello dei lavoratori. La cifra viene calcolata dividendo il pacchetto salariale dell’amministratore delegato per il salario mediano dei lavoratori, (cioè il salario che divide a metà tutta la scala dei valori: il 50% dei salari maggiori si trova sopra, il restante 50% si trova sotto).

Nel settore dell’energia è evidente l’esistenza di una graduatoria: le aziende di produzione e raffinazione, dotate di personale altamente formato, di scienziati accreditati, di ingegneri e di altri professionisti, hanno il salario mediano più elevato. La Kosmos Energy, specializzata nella ricerca di giacimenti offshore, guida la classifica, con un salario mediano pari a circa 200.000 euro. La Valero Energy Corp., che si occupa di raffinazione, è la seconda in classifica, mentre la terza è la Cheniere Energy Inc., che esporta gas naturale liquido.

“I ruoli e gli incarichi del settore tendono a corrispondere a professionalità altamente qualificate” ha affermato Brian Blackwood, responsabile della Willis Towers Watson di Minneapolis, società di consulenza del lavoro. “Sono professionalità necessarie per rimanere competitivi in questo settore”.

Le aziende dei servizi estrattivi, che impiegano i lavoratori meno qualificati, cioè operai, meccanici, autisti e altri colletti blu, dominano la parte bassa della classifica.

Il divario maggiore tra la retribuzione degli amministratori delegati e quella dei lavoratori spetta alla Marathon Petroleum Corp., azienda di raffinazione e distribuzione carburante, il cui amministratore delegato Gary Heminger, con un pacchetto salariale pari a quasi 17 milioni di euro, guadagna 935 volte tanto lo stipendio mediano dei suoi dipendenti. L’azienda afferma che il conteggio è viziato dall’esistenza di 32.000 dipendenti, la maggior parte dei quali in part-time, operanti presso la catena di stazioni di servizio Speedway. Secondo le stime della Marathon, se questi dipendenti venissero esclusi dal conto, il rapporto tra salari scenderebbe a 156:1.

Confrontare i rapporti salariali tra le varie aziende è quantomeno fuorviante.

Il compenso dichiarato degli amministratori delegati è basato su stime azionarie e contabili, e le cifre non rispecchiano sempre quelle che i capi azienda intascano effettivamente. Le imprese, inoltre, hanno un certo margine nella misurazione del salario mediano, ad esempio perché le norme consentono loro di escludere i terzisti o una parte di lavoratori stranieri.

Lo scorso anno, negli Stati Uniti, il CEO meglio pagato tra quelli delle “Big Oil” è stato John Watson della Chevron Corp., che ha guadagnato più di 21 milioni di euro, prima di andare in pensione. Quello pagato peggio è stato Stephen Kean della Kinder Morgan Inc., che ha ricevuto uno stipendio di (soli) 85 centesimi di euro e dividendi per circa 321.000 euro dalla sua compagnia di distribuzione petrolifera.

© 2018, Bloomberg