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I pericoli del secessionismo in Europa

Durante l’imponente manifestazione in difesa dell’unità della Spagna, che si è svolta a Barcellona il 29 ottobre 2017, una giovane manifestante, filmata dalla BBC, ha esclamato: «Io mi sento sia catalana, che spagnola, che europea. Separarmi dalla Spagna non avrebbe senso! D’ora in poi mi rifiuto di essere tenuta in ostaggio dai politici indipendentisti!».

Ecco un giudizio dettato dal buon senso, e condiviso dalla maggioranza silenziosa del popolo catalano. Che esistano una lingua, una storia e una cultura specificamente catalane, in Spagna nessuno lo nega. Ma questa lingua, questa storia e questa cultura, hanno beneficiato delle condizioni più favorevoli, per poter esprimere al meglio il proprio carattere. Si sono sviluppate infatti nell’ampia autonomia conferita al governo della Catalogna dalla costituzione democratica spagnola del 1978, e dallo statuto di autonomia della provincia adottato con il referendum del 2006. I catalani hanno le proprie radici in una regione d’origine, che è la Catalogna; appartengono a una grande nazione, la Spagna; e fanno parte di una terra di antica civiltà, l’Europa: questa è la chiara e semplice verità che i manifestanti del 29 ottobre hanno voluto ricordare a tutti.

Gli indipendentisti catalani fanno continui riferimenti alle sofferenze che ha fatto loro patire il franchismo. Ma dimenticano di non essere stati gli unici spagnoli ad aver sofferto a causa del colpo di stato di Francisco Franco nel luglio del 1936, e della repressione che il generale mise in atto dopo aver vinto la guerra civile del 1936-1939. Per ergersi a eterne vittime del centralismo di Madrid, gli indipendentisti amano risalire fino alla Guerra di Successione spagnola e al terribile assedio di Barcellona del 1714, durante il quale i catalani pagarono cara la scelta di allearsi con gli Asburgo, sostenitori del decentramento, piuttosto che con i Borbone, i quali uscirono infine vittoriosi dal conflitto. Ma questo accadeva più di trecento anni fa! Nella loro propaganda, gli indipendentisti dimenticano anche lo straordinario progresso economico che ha conosciuto nel XIX secolo, nell’ambito di una Spagna centralizzata, l’industriosa regione della Catalogna, dove gli andalusi affluirono in massa per cercare lavoro.

Gli indipendentisti catalani detestano essere paragonati alla Lega Nord italiana. Tuttavia, entrambi i movimenti sono costituiti dallo stesso tipo di cittadini benestanti, che non vogliono più pagare per i meridionali «pigri» del proprio paese. L’intelligenza degli indipendentisti catalani, rispetto agli spavaldi leghisti italiani, consiste nell’aver sempre saputo assumere il ruolo di povere vittime, nell’aver compreso prima degli altri la natura asimmetrica dei grandi conflitti politici contemporanei.

Nella primavera del 1995, abbiamo trascorso una giornata in compagnia del sindaco socialista di Barcellona, per visitare tutte le nuove infrastrutture di cui aveva dotato la città di Gaudí. Non una sola volta, il carismatico Pasqual Maragall, figlio di un importante poeta catalano e capo dell’amministrazione comunale per quasi quindici anni, ha espresso malcontento per un qualunque vincolo imposto dal governo di Madrid. Avendo ottenuto per la sua città il ruolo di  sede ufficiale delle Olimpiadi del 1992, che consacrarono sia la nuova Spagna sia il suo fiore all’occhiello, ovvero la città di Barcellona, Maragall si poneva come un uomo di Stato fiero di contribuire, nell’insieme, allo sviluppo della sua città, della sua regione, del suo paese e del suo continente.

Perché gli indipendentisti catalani non capiscono che si tratta sempre di un arricchimento reciproco? La Catalogna fa crescere la Spagna, e a sua volta la Catalogna cresce grazie alla Spagna. Perché voler costruire una Catalogna al di fuori della Spagna? Gli Stati sono costruzioni giuridiche complesse, figlie della Storia degli uomini e rese più ricche da un insieme di esperienze amministrative accumulate nel tempo. Uno Stato democratico che funziona – come la Spagna contemporanea – è un patrimonio umano troppo prezioso per gettarlo alle ortiche senza riflettere. Nella storia umana, non è stata ancora trovata un’organizzazione politica migliore degli Stati nazionali. Il disfacimento della Jugoslavia fu catastrofico, la federazione cadde sotto i colpi bassi dei politici locali, scaltri ma senza una visione d’insieme, determinati a diventare a ogni costo «capi di Stato» delle loro piccole province.

La prospera Europa del dopoguerra fu costruita sulla base di Stati nazionali forti, ma anche sulla stretta cooperazione che li legava, inaugurata con il trattato di Roma del 1957. Oggi, un’ampia riforma si impone all’interno di alcuni di questi Stati nazionali (quali la Francia e la Spagna), così come nelle istituzioni di Bruxelles. Ma non è una buona ragione per aprire la strada a pericolosi secessionismi di ogni genere. Vogliamo ritornare all’Europa feudale del Medioevo? In un universo globalizzato come il nostro, non avrebbe la minima possibilità di sopravvivere alle manovre delle grandi potenze mondiali che mirano alle sue ricchezze.

© Renaud Girard, 2017, Le Figaro