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I servizi segreti dell'Estonia: grandi conoscitori della Russia...

I servizi segreti della piccola Estonia non darebbero mai 100mila dollari a uno sconosciuto cittadino russo per ottenere dati già disponibili online. Invece, secondo il New York Times, questo è quanto avrebbe fatto la CIA [1]. Quelli estoni sono tra i pochi servizi segreti del mondo occidentale a possedere una collaudata expertise sulla Russia, grazie alla padronanza del russo, alla profonda comprensione culturale e all’incessante attenzione nei confronti del grande e pericoloso vicino. Tali caratteristiche rendono molto interessante - per tutti coloro che seguono le vicende russe - il recente rapporto annuale dell’agenzia estone, pur se eccessivamente ottimista circa il futuro della Russia.

Dal 2016, si tratta del terzo documento di questo tipo. I primi due, pur riportando notizie ben note, contenevano informazioni preziose al tempo della loro pubblicazione. Spiegavano che l’ampio uso della propaganda e della pirateria informatica era un segno della debolezza militare russa, non della sua forza. E dubitavano che il presidente Vladimir Putin fosse in grado di sviluppare l’economia del Paese, essendo costretto a tenere in piedi il mondo corrotto che sostiene il suo sistema di potere.

L’agenzia estone, a differenza di tanti altri osservatori, non evita di affrontare il crescente disagio delle generazioni più giovani, irritate dalla corruzione del regime di Putin, simboleggiata dai sontuosi stili di vita dei burocrati di Stato. Il rapporto sottolinea che il monopolio della propaganda da parte del Cremlino non riesce, nell’era di internet, a controllare facilmente la diffusione della contro-informazione antigovernativa. Il documento mette in evidenza come la crescente opposizione provenga dall’interno del paese: la ricchezza, per usare un eufemismo, non si sta diffondendo in maniera uniforme nel vasto territorio della Federazione Russa.

Il punto di vista sulla cosiddetta campagna presidenziale russa è estremamente lucido. Il rapporto liquida nell’irrilevanza uno dei finti avversari di Putin, Ksenia Sobchak, pochi giorni dopo che la candidata ha incontrato il mondo dei think tank di Washington,  nell’ambito della sua campagna elettorale. “La maggior parte dei russi la considera una candidata inadatta alla presidenza”, si legge nel rapporto. “Le critiche della Sobchak al governo sono del tutto innocue per il Cremlino, mentre il suo programma politico è perfetto per simulare la parvenza di un dibattito pubblico e aperto”. E’ una frase che vale molto più di tutti i discorsi e di tutte le interviste rilasciate dai “servizi di disinformazione” del Cremlino negli Stati Uniti.

Gli estoni dimostrano una certa competenza anche nella comprensione del sistema economico russo, troppo dipendente dalle grandi compagnie statali e dall’apatia delle masse. “I cittadini non sono favorevoli ai cambiamenti e, di conseguenza, non sono invogliati ad agire. Eppure, ciò è indispensabile per promuovere e attuare le riforme economiche”, recita il rapporto. Un recente studio del Carnegie Endowment for International Peace conferma tale punto di vista: la maggioranza dei russi non desidera cambiamenti di vasta portata, ad eccezione delle persone anziane e più povere che tendono a credere alle promesse populiste, comprese quelle del Cremlino. In verità, molti di costoro reputano Putin un riformatore potenziale.

Se, da un lato, l’intelligence estone stima che le sanzioni economiche occidentali provocheranno un calo dell’1% nella produzione russa nell’arco del 2018, dall’altro l’agenzia ritiene che le sanzioni forniscano a Putin un’utile copertura politica per celare i suoi insuccessi. “Quella delle sanzioni è una narrazione che protegge i leader russi dalle critiche rivolte a una politica economica fallimentare e serve, in una certa misura, a mascherare le debolezze di base dell’economia russa”.

Gli estoni descrivono con chiarezza anche le ragioni del comportamento della Russia nel conflitto in Ucraina. Tutte le proposte russe apparentemente concilianti, come quella relativa all’introduzione di una forza di pace nell’Ucraina orientale, mirano in realtà a “rendere ancora più profondo il conflitto”. “La Russia, a quanto pare, considera percorribile la strategia che consiste nel trasferire parte delle responsabilità a diverse organizzazioni internazionali, in modo da ridurre le proprie. Allo stesso tempo”, secondo il rapporto, “la Russia cerca di consolidare lo status di entità separatiste autoproclamatesi indipendenti, come le repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, che minano l’integrità territoriale dell’Ucraina”.

Una delle intuizioni più acute dell’intelligence estone riguarda la Bielorussia, un’area di influenza del potere russo che in genere viene trascurata. Se il mondo è così preoccupato degli sforzi della Russia di erodere la sovranità delle nazioni che la circondano, perché non si parla mai del controllo dei confini con la Bielorussia e del progetto di installare, proprio al confine, una base militare? Dopo aver perso una buona dose di influenza in Ucraina, per il Cremlino è essenziale stringere il legame con la Bielorussia, in modo da controllare con efficacia gli Stati che un tempo facevano parte dell’Unione Sovietica.

Eppure, come nei precedenti rapporti, anche quest’ultimo pubblicato considera le debolezze del regime di Putin con troppo ottimismo. A mio parere, sopravvaluta l’impatto sul Cremlino delle sanzioni occidentali e delle iniziative condotte dal leader dell’opposizione Alexei Navalny. “Anche nell’eventualità di un nuovo mandato a Putin, la società russa non può più illudersi di incolpare l’Occidente per i suoi problemi, o di pensare che l’economia del paese sia indebolita a causa delle sanzioni”, si legge nel rapporto. “La Russia non è priva di persone capaci di valutare obiettivamente la situazione economica e politica. Le sanzioni, se perseguite in maniera coerente, faciliteranno l’emergere nell’opinione pubblica di idee distanti dalla narrazione ufficiale del regime”.

Allo stesso modo, gli estoni sono forse troppo ottimisti circa i frequenti problemi disciplinari nell’esercito russo. Data la sua fragilità, l’Estonia cerca sempre di intravedere il segno di qualche incrinatura nel regime di Putin. D’altronde, l’alternativa è rappresentata dal rischio di un sentimento di rassegnazione generale che può diffondersi a tutta la nazione.

Il paradosso più grande del sistema di potere guidato da Putin è la sua capacità di resistere, nonostante la sua natura intrinsecamente opportunistica e istituzionalmente instabile. Da dove proviene questa resistenza? Gli estoni, giustamente, pensano che sia un’economia troppo debole a determinare la diffusa riluttanza della Russia al cambiamento. Ma non capiscono come il Cremlino sia in grado di trarre tanta forza dalla riluttanza del popolo.

Nessuno, purtroppo, immagina cosa potrebbe ridurre questa forza. Si tratta del tipo di intelligence che neppure le agenzie più esperte e collaudate in materia di affari russi sono in grado di fornire.

[1] L’autore si riferisce ad un episodio, rivelato dal New York Times, che sarebbe avvenuto a settembre 2017: funzionari della CIA avrebbero versato 100mila dollari, in un albergo di Berlino, ad un misterioso cittadino russo che affermava di poter fare loro avere indietro alcuni strumenti di spionaggio ultrasegreti in precedenza sottratti alla NSA-National Security Agency (il ramo dei servizi segreti Usa che controlla le comunicazioni elettroniche). Il pacchetto avrebbe incluso anche “informazioni riservate” su Trump. Alla fine, il russo si è dileguato con il denaro dando in cambio solo un collage di pettegolezzi giornalistici circa presunti incontri fra Trump e alcune prostitute, privi di ogni fondamento. La NSA non è rientrata in possesso dei suoi strumenti di spionaggio e anche la CIA ha fatto ben magra figura - NdR.

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- Leonid Bershidsky è un editorialista di Bloomberg View. Ha fondato il quotidiano economico russo Vedomosti e il sito web di informazione Slon.ru.

© 2018, Bloomberg