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I solidi principi della Apple si piegano allo stato di polizia che regna in Cina

Cina e Russia, due paesi governati da uomini potenti e dai loro alleati politici, hanno adottato nuove misure che obbligano le aziende tecnologiche a collocare i propri server all’interno dei confini nazionali. I big dell’innovazione digitale americana – Apple, Google, Facebook, Amazon, Microsoft e altri – si trovano di fronte a una scelta difficile: correre il rischio di consegnare a uno stato di polizia i dati personali di milioni di utenti oppure rifiutarsi di farlo, rischiando così di perdere milioni di clienti.

Questa settimana, la casa di Cupertino ha scelto la prima opzione: lo stato poliziesco. A partire da mercoledì, i dati dei clienti cinesi memorizzati nel servizio iCloud saranno trasferiti in Cina, in osservanza delle nuove normative locali, affinché siano archiviati in server gestiti da una società cinese. Apple manterrà il controllo delle chiavi crittografiche, tuttavia fornirà i dati personali dei propri clienti in caso di “richiesta legittima” da parte delle autorità giudiziarie cinesi. Il provvedimento riguarda soltanto iCloud e i dati che gli utenti cinesi decidono di salvare al suo interno; i dati presenti, invece, in un iPhone rimangono criptati, e solo il possessore del cellulare può sbloccarli.

Prima che entrasse in vigore la nuova normativa, una qualsiasi richiesta di accesso ai dati cloud (appartenenti a clienti cinesi – ndt) doveva essere inoltrata alle autorità degli Stati Uniti e soggetta alle severa legge federale sul trattamento dei dati personali. Ma la Cina è governata dal partito comunista, che si pone al di sopra della legge. Un esempio lampante dei meccanismi in atto nel paese, è la recente operazione delle autorità cinesi per mettere a tacere e punire gli avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani, arrestati per aver difeso chi ha osato manifestare le proprie opinioni. Inoltre, la Cina sta per dare avvio a un sistema di controllo, su scala nazionale, sui comportamenti dei singoli individui, una sorveglianza onnipresente che ficcherà il naso dappertutto: operazioni finanziarie, abitudini di acquisto, social media utilizzati, multe per infrazioni stradali, debiti pendenti, ecc..

È questo il nuovo contesto giuridico che consentirà il controllo dei dati degli utenti cinesi, memorizzati su iCloud. Ma anche Amazon e Microsoft hanno aperto dei data center in Cina (nota: l’amministratore delegato e fondatore di Amazon, Jeff Bezos, è proprietario del Washington Post).

Due anni fa, Tim Cook, amministratore delegato di Apple, si rifiutò di collaborare con l’FBI e di sbloccare l’accesso ai dati di un iPhone appartenente a un attentatore della strage di San Bernardino, in California. Cook affermò che la tutela dei dati personali criptati ha un’importanza primaria e che fornirli all’FBI avrebbe “reso vulnerabili centinaia di milioni di clienti in tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti”.

Siamo consapevoli del fatto che in quell’occasione Cook si riferiva all’iPhone, e che la questione non riguardava il servizio di iCloud; tuttavia, egli difese strenuamente il principio secondo il quale bisogna resistere allo spionaggio di Stato. “Dobbiamo affermare a testa alta i nostri principi”, dichiarò all’epoca.

Nel caso della Cina, invece, la società di Cupertino afferma che pur non condividendo le nuove normative di Pechino, ha deciso di “rimanere presente” in quel mercato. Non deve essere stata una decisione facile per la Apple o per Cook, così come non lo sarà per le altre società high-tech che dovranno affrontare la spinosa questione. L’uscita della Apple dal grande mercato asiatico sarebbe stato un serio problema per i suoi clienti, oltre che per i profitti dell’azienda. Ma obbedire alle “leggi locali” può significare piegarsi ai capricci di potenti ficcanaso e dittatori che non condividono i valori della democrazia e della libertà di espressione.

La Apple dovrebbe considerare anche questo come un duro colpo…

© 2018, The Washington Post