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Il “bengodi” del lavoro garantito a tutti

Il senatore Bernie Sanders vorrebbe che il governo americano garantisse un impiego a ogni cittadino che voglia e possa lavorare. Una proposta all’apparenza caritatevole e illuminata, ma che in pratica si risolverebbe quasi sicuramente in un disastro. Il fatto che venga presa sul serio è la migliore dimostrazione che molti Democratici, come del resto i Repubblicani prima di loro, sostengono progetti economici astrusi,  concepiti non tanto con la volontà di attuare politiche sensate ma piuttosto con il desiderio di riscuotere pubblico consenso.

Non è ben chiaro come dovrebbe funzionare un simile progetto, perché finora Bernie Sanders non ha presentato una precisa proposta di legge. In ogni caso, il sito web della sua Fondazione sembra favorevole al piano di “garanzia-lavoro” elaborato dagli economisti del Bard College's Levy Economics Institute, che ne hanno illustrato i punti chiave.

Chiunque sia in cerca di un lavoro avrebbe diritto a ottenerne uno, con la garanzia di un salario minimo di 15 dollari l’ora, l’assicurazione sanitaria e altre importanti agevolazioni, tra le quali  l’assistenza gratuita per i figli. Secondo gli economisti che lo hanno concepito, qualora venisse pienamente realizzato, tale progetto creerebbe 15 milioni di nuovi posti nel pubblico impiego. Si tratta di cifre enormi, che rappresentano oltre cinque volte il numero degli attuali dipendenti del governo federale (2,8 milioni), e tre volte il numero di quelli presenti a livello dei singoli stati (5 milioni).

I costi previsti sarebbero a carico del governo federale, ma il programma verrebbe gestito dai singoli stati, dagli enti locali e da organizzazioni no-profit, tutti incaricati di individuare i lavori disponibili e di assumere gli assegnatari prescelti. Tra i lavori suggeriti dagli economisti del Bard College, pulire le case sfitte, sovrintendere a progetti di assistenza alle neo-mamme e agli adolescenti a rischio, piantare alberi, impermeabilizzare le abitazioni.

Non c’è dubbio che dietro a tutto ciò vi siano esigenze reali. Anche se il tasso di disoccupazione registra percentuali assai basse  (attualmente il 3.9%), “milioni di americani restano disoccupati o sono sottoccupati”. In genere, si tratta di lavoratori non specializzati, con problemi di droga o di alcolismo, oppure così scoraggiati da aver smesso di cercare un lavoro. Come è ovvio, un piano che garantisce un posto di lavoro per tutti riscuote ampio consenso. Secondo un recente sondaggio del settimanale The Nation [pubblicazione di tendenze progressiste - ndt], il 52% degli intervistati si dice favorevole al piano di “garanzia-lavoro”.

Ma il problema è che tra il mondo della retorica e quello reale vi è una grande differenza. E di questo, per la verità, sono consapevoli anche alcuni commentatori di sinistra. Ecco cosa dice Kevin Drum, blogger del sito Mother Jones [anch’esso con tendenze leftist - ndt]:

Anche i nostri compagni dell’Europa socialdemocratica non garantiscono un lavoro a tutti. Costerebbe una fortuna, distruggerebbe il mercato privato del lavoro, affonderebbe la produttività, ed è improbabile che tutti i milioni di lavoratori inseriti in un simile programma possano essere resi effettivamente competenti e in grado di svolgere le mansioni loro affidate”.

Di conseguenza, sorgerebbero alcuni inevitabili problemi.

La proposta andrebbe a incrementare il già gonfio budget federale. Gli economisti del Bard College stimano che il piano costerebbe intorno ai 400 miliardi di dollari all’anno. E, sebbene qualche risorsa potrebbe essere recuperata risparmiando su altri programmi di assistenza sociale, un tale costo sembra comunque sottostimato. Soprattutto per quel che riguarda la copertura sanitaria prevista: una volta garantita a tutti i salariati con reddito pari a 15 dollari l’ora, inizierebbero le pressioni per estenderla alla maggioranza dei lavoratori. Perché altrimenti, come ha fatto notare il Wall Street Journal, i lavoratori del settore privato, che non beneficiano della copertura sanitaria, si ribellerebbero, o comunque sarebbero incentivati a lasciare gli impieghi del settore privato – retribuiti con salari minori – per migrare verso gli impieghi pubblici con garanzia di un miglior trattamento economico. Lo stesso discorso andrebbe fatto in relazione alle agevolazioni per l’assistenza alle famiglie.

Poi, si deve considerare il problema dell’inflazione. L’aumento della spesa e dei salari porterebbe verosimilmente a un aumento del livello dei prezzi. Gli economisti del Bard College non sembrano preoccupati da questa ipotesi, principalmente perché secondo il loro modello l’effetto sull’inflazione sarebbe minimo. Ma si sa che i modelli economici sono spesso poco affidabili, e con ogni probabilità la Federal Reserve [che vigila sull’inflazione - ndt] non  reagirebbe con indulgenza.

Si prospettano, inoltre, problemi di ordine pratico. Timothy Taylor, dal suo blog Conversable Economist, sempre utile e imparziale, pone alcuni quesiti di non semplice soluzione.

Il governo centrale possiede davvero le competenze sufficienti per sovraintendere alla creazione di un numero così elevato di nuovi posti di lavoro? Taylor è scettico (15 milioni di nuovi posti di lavoro significano un posto in più ogni 10 già esistenti).

In termini di specializzazione, esiste una corrispondenza tra i lavori che gli attuali disoccupati sono effettivamente in grado di svolgere e quelli che è davvero necessario vengano svolti? Sembra assai improbabile (si ricordi che i candidati al posto pubblico garantito rientrano nella categoria dei lavoratori con minor grado di specializzazione).

E ancora, ragionando in maniera analoga, si pone un problema di disallineamento geografico? Ad esempio, cosa accadrebbe se i disoccupati si trovassero in Michigan e i posti di lavoro da coprire fossero in Arizona?. Anche in questo caso  la domanda non sembra peregrina.

Per quanto riguarda i provvedimenti disciplinari nei confronti dei neo-assunti, Taylor osserva: “Il problema del posto di lavoro garantito è che non è possibile licenziare nessuno”.

Infine, è plausibile pensare che gli enti locali sarebbero incentivati a sostituire i propri impiegati, pagati con le tasse dei contribuenti riscosse a livello locale, con gli impiegati pagati dal governo centrale tramite la fiscalità generale. Sembra inevitabile. E anche questo andrebbe a limitare gli effetti della riforma in termini di concreta creazione di nuovi posti di lavoro.

Gli americani sono sempre pronti a imbarcarsi in grandi crociate che rendano meno incerta la ricerca della felicità. In quest’ottica, la proposta di Bernie Sanders è un vero colpo da maestri. I disoccupati cronici hanno strenuo bisogno di un lavoro, i singoli stati e gli enti locali sono in perenne necessità di fornire maggiori servizi ai cittadini. Sembra un patto nato in paradiso.

Ma qui giù, sulla terra, l’intesa appare un po’ meno nobile. Certamente, fa apparire caritatevoli e permette quindi di acquisire consenso politico. Ma in realtà molti dei nuovi lavori proposti sembrano inventati a tavolino. L’ironia è che nell’assegnare allo Stato attività destinate al fallimento, gli avvocati dell’interventismo pubblico finiscono per privarlo di qualunque credibilità.

© 2018, The Washington Post