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Il bilancio degli Stati Uniti spiegato in breve

È giunto quel momento dell’anno in cui il Congresso discute del bilancio federale. La maggior parte degli americani non se ne interessa affatto. Si parla di cifre mostruose: non miliardi, ma migliaia di miliardi di dollari. Il vocabolario della finanza governativa è incomprensibile. Non deve quindi meravigliare che la gente non mostri interesse per l’argomento.

Per chi è stanco di questa giostra, o semplicemente ha le idee confuse, ho preparato una breve introduzione al bilancio. Ecco ciò che ritengo importante, e perché.

Negli ultimi decenni si è verificata un’ampia riorganizzazione delle priorità nazionali, che dalla difesa sono passate al welfare.

Dagli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Sessanta, la spesa per la difesa spesso costituiva circa la metà del bilancio, ora invece non è più così. Nell’anno fiscale 2017, la difesa ha rappresentato il 16% circa dei quattromila miliardi di dollari a bilancio, una percentuale che continua a diminuire anno dopo anno. Il suo posto adesso è occupato dalla previdenza e alla sanità. Nel 2017, alle spese per i programmi Social Security, Medicare e Medicaid, i tre maggiori programmi di aiuto agli anziani e ai meno abbienti, è stato destinato un totale di duemila miliardi di dollari, cioè la metà del bilancio federale.

C’è un enorme divario tra ciò che gli americani vogliono dal governo e ciò che (finora) sono stati disposti a pagare in tasse e questo divario si esprime in continui deficit annuali.

Nel prossimo decennio, cioè dal 2018 al 2027, il governo spenderà 53.000 miliardi di dollari e recupererà 43.000 miliardi di dollari in tasse e altre entrate, stando alle più recenti proiezioni pubblicate dall’Ufficio di bilancio del Congresso (CBO). A volte, i deficit di bilancio possono essere imputati alla recessione che fa diminuire il gettito fiscale. Ma di solito non è così, e neanche adesso. La disoccupazione è appena al 4,2% e le proiezioni del CBO non prevedono una recessione in futuro.

Quando l’economia non è in recessione o nei primi stadi della ripresa, il governo dovrebbe far pareggiare il bilancio.

La ragione principale è politica. Gli americani dovrebbero compensare lo sforzo di pagare le tasse con i vantaggi ottenuti dal governo (tramite la spesa pubblica). Se vogliono un governo forte, dovrebbero essere disposti a pagare per averlo. Se non vogliono pagare più tasse, dovrebbero essere disposti ad avere un governo meno forte. Questa era la politica tradizionale fino all’era Kennedy-Johnson negli anni Sessanta, quando divenne popolare il deficit spending (le spese superano le entrate). Dal 1961, siamo stati in deficit sempre, tranne che per soli cinque anni. Il deficit spending è cresciuto in modo incontrollato. Il governo si è trasformato in un’organizzazione senza obiettivi precisi che fa beneficenza e persegue interessi particolari.

Dato l’ordine di grandezza del deficit esistente e previsto per il futuro, non esiste un tasso di crescita economica che, una volta raggiunto, sarebbe in grado di portare al pareggio di bilancio.

Questo significa che non possiamo permetterci il taglio delle tasse promesso da Trump, se questo comporta una riduzione delle entrate; l’idea che il taglio “si ripagherà da solo” è una pia illusione: sarebbe bello che accadesse, ma le probabilità sono decisamente a sfavore. E nemmeno possiamo permetterci l’equivalente democratico-liberal, come il programma Hands Off Social Security e gli altri sussidi per gli anziani. Ma i soldi stanno proprio lì. Se cercassimo di ottenere il pareggio di bilancio senza tagliare nulla alla voce “diritti”, sarebbe necessario aumentare le tasse di circa 25 punti percentuali. Analogamente, se facessimo tagli di spesa solo sugli altri programmi, dovremmo eliminare il Pentagono, che nel bilancio 2017 pesa circa 600 miliardi di dollari, cioè una cifra quasi pari al deficit. Oppure, potremmo abolire tutti i programmi nazionali che possono disporre di fondi a propria discrezione (la Federal Aviation Administration, i sostegni all’istruzione, le corti federali, l’FBI, i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, e molti altri), la cui spesa complessiva si aggira intorno ai 600 miliardi di dollari.

Nessuna di queste misure impedirebbe il deficit se l’economia attraversasse una fase di recessione o se il paese si ritrovasse ad affrontare una situazione d’emergenza, ad esempio una guerra o una pandemia.

Infatti, si dovrebbe cercare di raggiungere il pareggio di bilancio nei periodi non di recessione, anche per evitare che il forte indebitamento renda più complicato ricorrere al prestito quando eventi economici o geopolititici inattesi non lascino altra scelta.

I cambiamenti dovrebbero essere graduali, ma una cosa è certa: le scelte saranno sempre più difficili. I figli del baby boom andranno in pensione, ma il loro costo sul sistema sanitario continuerà a mantenersi ostinatamente alto. Queste pressioni stanno lentamente facendo aumentare la spesa federale, le tasse e il deficit di bilancio. Gli altri programmi sono sempre più a rischio. Questo è il cuore di tutta la questione del bilancio.

Se siete arrivati fin qui, avrete capito la mia preoccupazione. Ritengo che si debba venire a patti con queste pressioni economiche anziché ignorarle, come tipicamente fanno i politici di entrambi gli schieramenti. Si rifugiano in blande proposte che accontentano i loro sostenitori, ma non prendono di petto le nuove realtà economiche e sociali che ci ritroviamo ad affrontare.

Qual è il ruolo del governo? Che cosa potremmo sacrificare senza eccessiva sofferenza per il paese? Il welfare state in via di espansione sta causando la contrazione della spesa militare in un modo che ci rende più vulnerabili? Gli anziani sono più ricchi e più in salute che mai. Come possiamo ripensare il sistema pensionistico in risposta a questo fenomeno, senza mandare a monte la previdenza?

Sette anni fa scrivevo che queste erano tutte buone domande in attesa di buone risposte. Ad oggi, le stiamo ancora aspettando.

© 2017, The Washington Post