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Il dilemma dell’estate: lasciar riposare i bambini o mandarli in un campo studio?

Quest’estate, per quattro settimane, mia figlia di dieci anni e alcune sue amiche frequenteranno lezioni di introduzione all’algebra e si eserciteranno nella scrittura creativa, invece di svolgere attività manuali o andare a nuotare. Oltre a inseguire lucciole e grattarsi le punture di zanzara, passeranno anche del tempo al chiuso, dissezionando insetti. Mi è stato detto, inoltre, che  verranno assegnati compiti a casa e test di verifica. Credo che avremo un luglio molto lungo…

Le attività verranno svolte nell’ambito di un campo estivo incentrato sullo studio, ideato per i bambini che hanno appena terminato le elementari e che si devono preparare al maggiore impegno richiesto dalla scuola media. Tutto ciò non è obbligatorio, ma insieme ad alcuni genitori abbiamo pensato che sarebbe stata una buona idea far imparare qualcosa in più ai nostri figli, visto che dobbiamo comunque spendere soldi per iscriverli al campo estivo.

Dopotutto, siamo stati messi ripetutamente in guardia contro la pigrizia mentale che l’estate può indurre; e adesso che ci stiamo preparando ad affrontare un nuovo capitolo dell’educazione dei nostri bambini, ne siamo un po’ spaventati. Per quanto mi riguarda, io mi sento anche piuttosto combattuto.

Lo "svuotamento" mentale - come anche l’attaccamento dei genitori ai figli o l’autoconsapevolezza - è problema che fino alla nostra generazione non esisteva nemmeno. Di sicuro, durante un’intera estate passata ad andare in bicicletta, tuffarci in piscina e guardare la televisione, anche i nostri cervelli si atrofizzavano, ma nessuno sembrava preoccuparsene troppo. D’altra parte, avevamo trascorso i nove mesi precedenti ad allenare la mente, quindi meritavamo senza ombra di dubbio un periodo di pausa, esattamente come gli atleti che tornano a casa a riposarsi dopo una partita importante.

Al giorno d’oggi, invece, i genitori vengono sommersi da dati statistici che fanno riflettere. Stando a questi ultimi, nel corso dell’estate gli studenti perdono una quantità di competenze alfabetiche e matematiche corrispondente a circa due mesi di scuola. E, cosa ancor più preoccupante, questa perdita può diventare cumulativa, se non viene affrontata tempestivamente. Ciò significa che, col passare degli anni, i nostri figli avranno sempre maggiori difficoltà a rimettersi in pari con lo studio, e questo influirà negativamente sui loro progressi e sulle loro possibilità di successo a lungo termine. Le scuole però ci aiutano in questa battaglia: qui, nello Stato di Washington, le vacanze estive sono state ridotte a nove misere settimane; inoltre, ai bambini viene spesso assegnato un “pacchetto estivo”, che comprende una serie di libri da leggere e vari compiti da consegnare il primo giorno di scuola.

Si continua dunque a procedere in questo modo, sebbene i dati riguardanti l’inaridimento mentale siano in realtà di difficile interpretazione. Secondo altre ricerche, infatti, l’attività fisica è fondamentale per ottenere buone prestazioni intellettuali, i cervelli hanno bisogno di riposo per ricaricarsi, ed è possibile imparare anche con metodi non convenzionali. Di conseguenza, scavare nella terra alla ricerca di insetti potrebbe essere tanto educativo quanto dissezionarli in un laboratorio. In fin dei conti, la maggior parte dei bambini ha bisogno di entrambe le esperienze, e da ciascuna di esse impara qualcosa.

Allora perché, nonostante il mio scetticismo verso questa battaglia, ho deciso di scendere in campo contro il “dolce far niente” dell’estate?

In parte per una questione pratica. A dieci anni, i bambini sono ancora troppo piccoli per passare tutto il giorno da soli senza essere seguiti, ma cominciano a trovare noiose le attività proposte dai campi estivi tradizionali, curate fin nei minimi dettagli. Hanno bisogno di supervisione, ma desiderano anche una più ampia varietà di stimoli. Per noi genitori, che realisticamente non possiamo abbandonare per otto ore i nostri figli a scavare nella terra, la pianificazione delle vacanze si trasforma sempre in una sfida. E visto che dovrò comunque organizzare perfettamente ogni giornata, e anche spendere molto denaro, ho riflettuto su cosa potevo ottenere in cambio di questo sforzo: che i bambini ricevano meno coccole e abbiano più sfide da affrontare, mi sembra una soluzione ragionevole.

Ma soprattutto, mi sono reso conto che è inutile discutere se il problema dell’inaridimento mentale sia reale o meno. I bambini vengono esaminati e valutati non solo nel corso dell’anno scolastico, ma fin da subito, appena ricominciano ad andare a scuola. Quindi il problema è reale, perché nasce da un sistema di valutazione che misura immediatamente i progressi dei nostri figli, senza lasciare loro il tempo, durante l’autunno, di ritornare in maniera graduale a un livello di prestazioni più elevato.

Non sono affatto convinto che le ore di studio perse nel corso di varie estati possano accumularsi e far sì che un bambino, col passare tempo, resti indietro di uno o più anni nell’apprendimento: sarebbe come dire che le ore trascorse dormendo ci fanno perdere anni e anni di guadagni. Tuttavia, mi piace pensare che alcuni dei nuovi metodi educativi utilizzati al giorno d’oggi rappresentino un miglioramento rispetto al passato – così come lo sono, per esempio, l’obbligo dei seggiolini sulle auto o l’introduzione delle zone non-fumatori. E siccome devo comunque mandare mia figlia da qualche parte, sono disposto a farle provare quattro settimane di campo studio … infilate fra due periodi vacanza.

Considerando che, come genitore, non me la sento né di accettare né di rifiutare completamente il concetto di inaridimento mentale, mi sono ritrovato con una lunga lista di cose da fare durante le prossime vacanze: imparare e oziare, studiare e giocare, vivere nuove avventure e ripassare la matematica dell’ultimo anno. Spero che, per noi e per i nostri ragazzi, nove settimane siano sufficienti per riuscire a far tutto!

© 2018, The Washington Post