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Il disprezzo della sinistra farà rieleggere Trump

I Democratici hanno elaborato una nuova strategia per riuscire a riconquistare il Congresso e la Casa Bianca. Esattamente come le soccer moms [1] hanno contribuito, nel 1996, all’insediamento di Bill Clinton nello Studio Ovale, mentre i NASCAR dads [2] hanno aiutato George W. Bush a vincere nel 2004, Donald Trump – secondo molti analisti – è stato eletto grazie agli elettori vicini al movimento #NeverHillary, che non amavano particolarmente lui ma detestavano lei. Il giornale online Axios riferisce che i Democratici puntano a quel “20% di elettori di Trump che, intervistati, hanno dichiarato di non amarlo”, nella speranza che coloro che lo hanno votato con riluttanza alimentino un’ondata democratica alle elezioni di midterm 2018 e sconfiggano il presidente nel 2020.

Tuttavia, c’è un problema con cui questa strategia deve fare i conti: i continui ed eccessivi attacchi a Trump da parte della sinistra non stanno allontanando questi elettori da lui ma, al contrario, li stanno avvicinando ancora di più al presidente.

Nelle ultime settimane, la sindrome ossessiva contro Trump, di cui soffre la sinistra, ha raggiunto livelli elevatissimi. Prima c’è stata l’invettiva di Robert De Niro con il suo “vaff…. Trump” durante i Tony awards, seguita dall’insulto “str… incapace” riservato a Ivanka Trump da Samantha Bee nel suo programma televisivo. Poi è stata la volta dei proprietari del ristorante Red Hen (Lexington, Virginia), i quali hanno cacciato via dal loro locale la portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, per il semplice fatto che lei lavora per il presidente, mentre in un ristorante messicano alcuni contestatori hanno urlato invettive contro il Ministro della Sicurezza Interna, Kirstjen Nielsen. La deputata democratica della California, Maxine Waters, ha versato benzina sul fuoco invitando apertamente folle di attivisti di sinistra ad “aggredire senza remore” i funzionari di Trump.

Non sono poi mancati gli innumerevoli oppositori del presidente americano nel mondo dei media, al Congresso e su Twitter, i quali hanno paragonato la separazione delle famiglie al confine messicano con il nazismo tedesco: una copertina di Time ha mostrato Trump mentre fissa con freddezza dall’alto in basso una bambina migrante in lacrime, lasciando intendere che fosse stata separata dalla madre (ma poi è risultato che non vi è stata alcuna separazione). E ora arriva la minaccia di bloccare la nomina di un giudice alla Corte Suprema addirittura prima ancora che Trump ne abbia nominato uno [Trump ha poi nominato Brett Kavanaugh, un conservatore, suscitando prevedibili polemiche a sinistra – ndr].

Come pensano i liberal che reagirà quel 20% di elettori “critici” nei confronti di Trump a queste smodate manifestazioni di disprezzo? Ciò che li indigna non è il presidente, ma i suoi detrattori. L’odio accanito nei confronti di Trump spinge questi elettori a difenderlo quasi di riflesso.

Credetemi, è davvero così. Il New York Times ha recentemente intervistato decine tra gli elettori più “tiepidi” di Trump, i quali hanno spiegato come gli incessanti attacchi suscitino in loro il desiderio di schierarsi a favore del presidente. Una di loro, Gina Anders, “conosce questa sensazione molto bene”, scrive il Times. “Il presidente afferma o fa delle cose che scatenano un moto di indignazione: non necessariamente lei condivide il modo in cui egli ha gestito la situazione, ma capisce perché la gente sia turbata”.

Eppure la Anders, che secondo il Times “nel suo armadio non tiene neanche un cappellino con la scritta ‘Make America Great Again’, è portata a difenderlo”. Di fronte agli attacchi “eccessivi” mossi contro Trump, “mi indigno, e mi vien voglia di difenderlo”, dichiara la signora.

Tony Schrantz, un altro elettore poco entusiasta di Trump, concorda: “Non è perfetto, commette delle stupidaggini”, ha riferito al Times, “ma vederlo continuamente braccato comincia a stancare”.

Sono esattamente questi gli elettori che i Democratici intendono riconquistare. Invece, stanno ottenendo l’effetto contrario, come confermano i sondaggi.

Due settimane fa, l’indice di gradimento di Trump secondo l’istituto Gallup ha raggiunto il 45%, il più alto dal suo insediamento (sceso leggermente al 41% la scorsa settimana). Tra i Repubblicani, il gradimento dell’amministrazione Trump è all’87%, un livello quasi da record, paragonabile al sostegno che ebbe George W. Bush immediatamente dopo l’11 settembre. Val la pena rifletterci: gli attacchi della sinistra a Trump hanno indotto gli elettori repubblicani a stringersi attorno al presidente in modo del tutto analogo a quanto accadde dopo gli attacchi terroristici del 2001.

Dunque, se i richiami alla civiltà, alla decenza e alla coscienza non funzioneranno, forse ci riuscirà un invito al pragmatismo politico. I Democratici si illudono se pensano di aver perso le elezioni per via del movimento #NeverHillary e se credono che quegli elettori torneranno a sinistra ora che la Clinton non è più in corsa. Hanno perso perché sono diventati parte di quelle élite liberal della costa atlantica che hanno perso il contatto con milioni di comuni cittadini della Middle America: elettori della classe operaia che lottano contro la chiusura delle fabbriche, la perdita del lavoro e la drammatica epidemia di eroina che sta distruggendo le loro famiglie. Nel 2016, questi elettori hanno concluso che ai Democratici non importava più dei loro problemi, a differenza di Trump.

Il disprezzo spasmodico esibito nei confronti dell’attuale amministrazione non li riconquisterà. Semmai, conferma le conclusioni cui sono giunti tali elettori, e cioè che i Democratici ancora non capiscono né il presidente, né il popolo. Si può comprendere l’effetto catartico che procura tale miasma di disprezzo, tuttavia si tratta della cosa migliore che sia mai capitata a Trump, ed è davvero possibile che essa determinerà la sua rielezione.

 

[1] Madri della classe media, principalmente impegnate ad accompagnare i figli alle varie attività extrascolastiche - ndt.

[2] Uomini di mezza età, classe operaia, appassionati di auto da corsa - ndt.

© 2018, The Washington Post