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Il Fattore Umano: il vero segreto della Silicon Valley

Ad un osservatore esterno, la Silicon Valley appare un centro di fervide attività incentrate su robots, intelligenza artificiale e big data[1]. E’ paradossale, quindi, scoprire - invece - che la tribù tecnocratica residente nella Silicon Valley si trova spesso ad affrontare ben altri temi, più inerenti le persone in carne ed ossa che i codici binari.

Sheryl Sandberg, attuale direttrice operativa di Facebook, ha scritto due libri, considerati tra i più rilevanti fra quelli pubblicati nella Valley negli ultimi cinque anni: uno tratta dell’autostima professionale delle donne e l’altro di come affrontare un lutto. Anche Steve Jobs (che fondò la Apple) è tutt'ora oggetto di inesauribile interesse nella Silicon Valley; ma non tanto per le sue invenzioni, quanto piuttosto a causa del suo stravagante perfezionismo New Age, che in qualche modo gli ha spalancato le porte del successo.

Ed ora è John Doerr, il più noto finanziatore della Valley, ad aver scritto un libro che ben evidenzia questo paradosso; leggerlo, potrà giovare a chiunque si preoccupi di un possibile sorpasso della tecnologia sull’uomo. Il libro “Measure What Matters: How Google, Bono, and the Gates Foundation Rock the World with OKRs” [Calcola ciò che conta: come Google, Bono e la Fondazione Gates vanno al massimo con gli OKR - ndt] è un distillato di 40 anni di esperienza nella Silicon Valley; dai primi tempi, quando Doerr era alle prese con i pionieristici semiconduttori della Intel, fino alle spettacolari e temerarie sfide delle start-up come Amazon e Google. Ma l’argomento principale scelto dall'autore è significativo. Doerr è un ingegnere, eppure scrive poco sulla tecnologia. E’ un investitore, ma non menziona l’alta finanza. Al contrario, il libro di Doerr riguarda direttamente le persone: come motivarle, come riunirle in gruppi di lavoro efficaci, come poi aggregare questi ultimi in reti capillari e coese.

Doerr ha molto da raccontare sulle sue esperienze formative alla Intel negli anni ’70. Ma i leader della Intel che lui ammira non sono i soci fondatori, come Gordon Moore, ideatore della legge che porta il suo nome e che è alla base dell’elettronica moderna, o il brillante ingegnere Robert Noyce. Doerr appare invece profondamente colpito da Andy Grove, l’inflessibile immigrato ungherese che riorganizzò i gruppi di lavoro della Intel addetti alle vendite e alla produzione, servendosi di uno strumento di gestione chiamato Objectives and Key Results [Obiettivi e risultati chiave - ndt], in breve OKR. Nell’edizione inglese del libro, il sottotitolo definisce gli OKR come “l’idea semplice che decuplica la crescita”. Doerr spiega con convinzione che aver stabilito con chiarezza degli obiettivi comprensibili, e i passi necessari per raggiungerli, è il fattore chiave che ha consentito di ottimizzare i risultati di imprese private e società filantropiche. In particolar modo, quello che colpisce è che Doerr sembra molto più interessato a ottenere il meglio dalle persone, che a sfruttare al massimo i circuiti elettronici.

Inoltre, è significativo leggere chi sono gli altri suoi idoli. Doerr riporta una dichiarazione di Peter Drucker, il grande guru della gestione d’impresa: la prima responsabilità di un manager“è sul piano personale. É la relazione con la gente, la creazione di una comunità”. L’autore aggiunge anche una bella frase spesso attribuita ad Albert Einstein: “Non tutto quello che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato”. Ed esalta  Larry Page, fondatore di Google, ma non in qualità di talentuoso ingegnere o co-inventore del miglior motore di ricerca del mondo, bensì per essere un manager che ha adottato con entusiasmo gli OKR, e che dedica dunque due giorni a trimestre all’analisi dettagliata degli obiettivi di ciascun programmatore di Google.

Infine, Doerr conclude il suo libro con un tributo a Bill Campbell, personaggio sconosciuto ai più, che però contende a Steve Jobs la fama di santo protettore della Silicon Valley. Campbell non era un ingegnere e neanche un genio visionario; era il classico, caro, vecchio compagno, sempre impegnato a lavorare dietro le quinte, ma con un gran talento per l’amicizia; lo chiamavano “il Coach”, sia per il suo passato giovanile di allenatore di squadre di calcio universitarie, sia per l’abilità naturale che aveva nel plasmare i colleghi dirigenti della Valley. I più importanti leader di aziende come Google, Apple, Amazon si sono contesi i suoi burberi consigli. E due anni fa, quando lui venne a mancare, tutti loro si presentarono al suo funerale. Doerr scrive che Campbell fu “un ascoltatore di prima categoria, un mentore del massimo livello”, e un uomo la cui “laica benevolenza” fu capace di formare la cultura di dozzine di aziende nella Silicon Valley.

Che lezione dobbiamo trarre quando osserviamo un uomo di grande esperienza nel campo delle tecnologie scrivere un libro che, contro ogni aspettativa, parla delle persone, non di hi-tech? Come considerare il fatto che un miliardario, divenuto tale nel settore dell’hardware e del software, sembri assai più interessato a quella “cosa” che alcuni maniaci delle tecnologie chiamano scherzosamente “wetware” [materia umida, le persone - ndt]? Tutto ciò significa che, a dispetto dell’incessante innovazione tecnologica, viviamo ancora in un mondo che gravita intorno all’Uomo, e probabilmente sarà così per sempre. Doerr cita Dov Seidman, saggista e attento osservatore del mondo aziendale: “Nel nostro mondo iperconnesso e open-source, il comportamento umano è ciò che caratterizza e distingue un’impresa … si tratta di un elemento che non può essere copiato o standardizzato”. Le aziende con una forte cultura valoriale sono quelle che riescono, più delle altre, a motivare e fidelizzare i propri dipendenti. Inoltre, sono quelle che più facilmente producono innovazione.

Doerr ci conduce in un viaggio futuristico: da una start-up che produce pizze utilizzando robot, a quella che offre allenatori e nutrizionisti attraverso una app su smartphone. Ma ciò che accomuna tutti i casi di studio è un elemento centrale: le persone, che chiedono solo di essere motivate e incoraggiate, che danno il meglio di sé quando si sentono parte di un team coinvolgente. Sono ormai lontani i tempi delle linee di produzione asettiche e disumanizzanti, o degli ordini perentori calati dall’alto, proprio perché le attività standardizzate e impersonali sono sempre più affidate ai robot. Contrariamente a quanto narra la vulgata corrente, la tecnologia costringe gli uomini a diventare ancora più “umani”, ad impegnarsi ancor di più per arricchire la loro caratteristica distintiva, cioè il loro essere ben diversi dai robot.

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[1] Big data: l’insieme delle tecnologie e delle metodologie di analisi applicate a enormi quantità di dati - ndt.

© 2018, The Washington Post