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Il film «L’ora più buia» dimostra che il corso della Storia può dipendere da un singolo leader

A gennaio 2018 uscirà anche in Italia il film "L'ora più buia" (titolo originale "Darkest Hour"), già dibattuto sulla stampa internazionale (molti elogi). L'insolita recensione di Michael Gerson (che non è critico cinematografico) traccia un parallelismo tra ieri e oggi.

nota della redazione

Il film biografico su Winston Churchill, «L’ora più buia», va visto, ma senza dargli credito fino in fondo. Il Churchill interpretato da Gary Oldman, che alterna forza e vulnerabilità, è un trionfo di recitazione e della maestria dei truccatori. Anche solo il sentirgli pronunciare frammenti dei discorsi del primo ministro vale il prezzo del biglietto (solo io mi commuovo ancora per frasi come: «Combatteremo sulle spiagge»? [1] Commento di mia moglie: «probabile»).

Ma il concetto centrale del film – che un Churchill demoralizzato e sconfitto avesse bisogno d’esser risollevato dal popolo britannico – è pura invenzione. E’ vero quasi l’esatto contrario. La politica non interventista ebbe largo seguito in Inghilterra dall’inizio e fino alla metà degli anni ’30. Nel 1938, la maggioranza del popolo sostenne gli accordi stretti a Monaco da Neville Chamberlain (che concesse larga parte della Cecoslovacchia alla Germania nazista in cambio di…nulla). La verità è che fu Churchill a risvegliare il coraggio e l’audacia degli inglesi, grazie alla sua intensa idealizzazione del carattere britannico. Lui vide nei suoi concittadini tratti d’eroismo che loro stessi, per un certo tempo, non furono capaci di scorgere.

Questo non significa che i mesi di maggio e giugno del 1940 non furono momenti bui, anche per Churchill. Quando la resistenza in Francia crollò e l’Italia sembrò destinata ad entrare in guerra a fianco della Germania, Churchill chiese ai capi di stato maggiore se fosse o meno possibile proseguire in quella guerra (gli risposero un “sì” condizionato). La disperazione insita in un simile interrogativo è ancora oggi impressionante.

Ma il 3 giugno (1940), con le truppe britanniche in procinto d’essere evacuate da Dunkerque, il suo segretario privato, Jock Colville, appuntava nel proprio diario: «Winston è stanco di stare sempre sulla difensiva e sta valutando attacchi al nemico. “Che gran cosa sarebbe” ha scritto ad Ismay [il generale Hastings Ismay, primo collaboratore di Churchill - ndt] “se si potesse far sì che siano i tedeschi a doversi arrovellare sul dove noi li colpiremo la prossima volta, invece che esser loro a costringere noi a barricarci nell’Isola”». Nel bel mezzo della catastrofe, Churchill sognava già lo sbarco in Normandia (oltre alla campagna del Nord Africa e uno sbarco in Italia). Questi non sono certo i pensieri di un uomo sconfitto…

Dove invece «L’ora più buia» brilla, è quando descrive l’inquietante ed esaltante clima d’emergenza dei grandi avvenimenti. Nella primavera del 1940, l’Europa era scossa da forze imponenti, impersonali, di portata storica mondiale: l’apparente fallimento delle democrazie liberali e del libero mercato, l’ascesa del comunismo e del fascismo, l’emergere dell’antisemitismo. In milioni marciavano, serrati in ranghi, al canto di “Horst Wessel” [inno ufficiale dei nazionalsocialisti - ndt] o dell’Internazionale.

Eppure, nel salvare quel che restava dell’esercito britannico a Dunkerque, 665 imbarcazioni di privati cittadini inglesi (insieme a 222 navi da guerra del Regno Unito) si assunsero il compito di evitare alla patria la (probabile) capitolazione o l’invasione. Tutte quelle forze potenti e impersonali, furono messe in riga da 665 volontari, al comando di imbarcazioni da diporto e pescherecci. Un futuro di libertà fu deciso dalle scelte e dal coraggio di poche centinaia di uomini liberi.

E, ovviamente, dalle scelte e dal coraggio di un uomo. Una recensione de «L’ora più buia» pubblicata sul New York Times ha deriso nel film il “mito del grand’uomo”. Come è possibile dubitare del fatto che la Storia sarebbe stata assai più buia se Churchill si fosse davvero scoraggiato, o se fosse morto nel 1931, quando fu investito da un’automobile a New York (se la cavò con due costole rotte e una grossa ferita alla testa)? La Storia può dipendere da una singola persona.

Churchill ci ha insegnato come resistere alla deriva del pessimismo. Il maggio del 1940 fu tremendo, ma non interminabile. Capimmo la potenza dell’ottimismo, anche se contrario all’apparente razionalità, e l’importanza del pianificare il contrattacco pur nel mezzo di una sconfitta. Fu evidente la possibilità di una leadership che non si limita a cavalcare la corrente, ma che piuttosto la fa scaturire.

Molti di noi guardano ad un tale esempio non solo con riconoscenza, ma con rimpianto. Il problema dei nostri tempi non sta solo nell’arroganza di chi poi nulla conclude, o nella tracotanza di chi non raggiunge il traguardo. Queste sono cose alquanto comuni in politica. Il problema risiede, invece, nell’emergere di leadership che si affermano alimentando risentimenti, rancori o cambiamenti privi di senso. Leadership che ci inducono – con comizi rabbiosi, stereotipi razziali o una visione bigotta della fede – a dimenticarci di quel che siamo in quanto popolo. Leadership che hanno smesso di credere nel miracolo al centro della nostra storia: il potere unificante degli ideali americani.

Ma non sarà così per sempre. Molti sono in cerca di qualcuno che possa raccogliere le loro speranze. E verrà quel leader, noi crediamo, che chiamerà a raccolta i suoi concittadini affinché scelgano decenza e solidarietà civica, invece che il gusto distruttivo del rancore e delle accuse. Qualcuno che sappia scorgere e risvegliare quel che c’è di meglio nel carattere Americano, anche se al momento quest’ultimo sembra restare nell’ombra.

Nel mentre, «combatteremo sulle spiagge»…


[1] Dal famoso discorso di Churchill: “Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e negli oceani; combatteremo nei cieli con crescente forza e fiducia. Difenderemo la nostra isola qualunque possa esserne il costo. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campi, nelle strade e sulle montagne. Non ci arrenderemo mai…”.

© 2017, The Washington Post