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Il Giappone mostra ai leader mondiali come salvare le economie nazionali

Uno dei più influenti uomini politici del mondo ha appena vinto un importante appuntamento elettorale, ma nessuno pare essersene accorto. Ha inviato pochi tweet, forse…

Mi riferisco al primo ministro giapponese Shinzo Abe. Il partito liberal-democratico, di cui è presidente, è riuscito a mantenere la maggioranza dei due terzi, necessaria per emendare la Costituzione, all’interno della camera bassa giapponese, nonostante il calo di consensi dovuto a una serie di scandali che avevano coinvolto sua moglie. È una dose di fiducia utile quando l’opposizione è debole e l’economia, grazie alla politica, è più solida che mai.

Shinzo Abe, che in questi giorni ospita il presidente Trump all'inizio del suo viaggio in Asia, è salito al governo cinque anni fa con l'incarico di scuotere l’economia giapponese dal suo torpore. Questa, almeno, fu la storia raccontata allora. Le cose, in realtà, erano un po' più complicate. Il Giappone era stato sino a quel momento il primo paese ad aver attraversato il ciclo di boom, depressione e stagnazione economica che il resto del mondo ha sperimentato negli ultimi 10 anni.

Ma ciò non basta a dare un'idea della gravità della situazione e dei pericoli che il paese corse in quegli anni. Il Giappone fu avvolto in una delle più grandi bolle finanziarie della storia. I prezzi fondiari raggiunsero livelli astronomici, per non parlare del picco, ineguagliato, del mercato azionario a quota 38.916 punti nel 1989 (oggi l’indice segna soltanto 21.700 punti circa).

Per avere un termine di paragone, Richard Koo, economista di Nomura, ha calcolato che, in proporzione, il Giappone perse una ricchezza pari al triplo di quella persa dagli Stati Uniti dopo il crac del 1929. E nella storia non ci sono stati molti eventi peggiori della Grande Depressione.

Tuttavia, in Giappone non non ci sono mai state, davanti alle panetterie, file di persone ridotte sul lastrico. Il tasso di disoccupazione non è mai stato al di sopra del 6%, anche perché, per ragioni culturali e istituzionali, il Giappone tende a perseguire un livello di disoccupazione regolarmente più basso rispetto agli altri paesi. Gli elementi più significativi dello scenario economico furono il taglio dei tassi di interesse da parte della banca centrale, che li portò sino a zero, e gli interventi di governo in materia di infrastrutture, finalizzati a mantenere alti i livelli di occupazione. Tutto ciò bastò ad evitare il collasso, ma non riuscì a innescare la ripresa economica.

Tra il 1990 e il 2000, l'economia giapponese crebbe, in media, di un solo punto percentuale all'anno. In seguito, ha fatto poco meglio di altri paesi sviluppati, tenendo presente che l'invecchiamento della popolazione causa una forte riduzione della forza lavoro.

Malgrado gli sforzi, come ha sottolineato l'economista Brad DeLong, il Giappone non ha mai recuperato il terreno perso negli anni ‘90. Al contrario, è rimasto intrappolato tra un basso tasso di inflazione, bassi tassi di interesse che non hanno permesso il rimborso dei debiti a causa della stasi dei prezzi, mentre la banca centrale non ha potuto dare stimoli al sistema attraverso il taglio dei tassi. Questo tipo di economia, che ha consentito la sopravvivenza ma non la crescita, ha spinto molti giovani ad accettare lavori privi di prospettive e inadatti a garantire la sicurezza finanziaria necessaria per mettere su famiglia, nel quadro di una crisi demografica senza precedenti che ha inchiodato i tassi di interesse a livello zero.

In sintesi, questi sono stati i problemi che Shinzo Abe si è trovato di fronte. E la sua soluzione è stata innovativa: provare di tutto. Il che, secondo il primo ministro, ha voluto dire spendere e stampare più denaro, oltre che affrontare le inefficienze che da tempo affliggono l'economia giapponese. Sulla carta, almeno, visto che Abe non ha realizzato tutto ciò che ha promesso. In realtà, negli ultimi anni, Tokyo ha optato per una politica di austerity, invece che di stimolo della crescita. E benché la cultura aziendale, i sistemi di governance e la competitività d'impresa abbiano compiuto notevoli passi avanti, la strada da percorrere è ancora lunga.

Tuttavia, errori e mancanze non hanno pesato così tanto sull'attività di governo. La Abenomics, come è stata inevitabilmente ribattezzata la politica economica di Abe, è ancora un grande successo. In particolare, la stampa di denaro da parte della banca centrale non solo ha aumentato l’export attraverso la svalutazione dello yen, ma ha anche notevolmente sostenuto la domanda interna, come sottolineato da Simon Cox (The Economist). Unitamente all’impegno del governo nei confronti dell'occupazione femminile, il Giappone ha costruito il più solido mercato del lavoro da una generazione a questa parte.

Il tasso di disoccupazione è soltanto al 2,8% e la quota di cittadini attivi tra 25 a 54 anni, cioè il fulcro della vita produttiva, ha raggiunto un nuovo record pari all’84,1%, contro l’80,5% antecedente alla Abenomics (negli Stati uniti, nello stesso periodo, si è passati dal 76% al 78,9%).
In Giappone, pertanto, chi vuole un lavoro può trovarlo senza problemi.

Naturalmente, c'è ancora molto da fare. Innanzitutto, è necessario un incremento dei salari. In tal modo, l'economia si ricollocherebbe nel ciclo virtuoso in cui le aziende investono di più perché i cittadini sono in grado di comprare di più, e viceversa. Stranamente, ciò non sta accadendo, nonostante un tasso di disoccupazione estremamente basso. Shinzo Abe, da parte sua, si è ridotto ad esortare i sindacati ad esigere una fetta più grande della torta dei dividendi.

Il Giappone, in altre parole, ha saputo architettare un boom economico che ora dovrebbe sostenersi da solo. Può sembrare un problema da nazione del Primo mondo, ma – da molto tempo – tanti paesi di questa categoria non hanno la fortuna, di affrontare problemi del genere.

© 2017, The Washington Post