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Il giornalismo sta vincendo la sua battaglia con il mondo web

Thema International nasce come scommessa d'impresa sul giornalismo di qualità. A quanto pare, la scelta non sembra sbagliata: il vento sta cambiando direzione, girando in favore del giornalismo professionale a scapito dei "contenuti" creati dagli utenti. Ci si può improvvisare cantanti, comici o intrattenitori (su YouTube), ma cercare informazioni, intervistare, studiare, sintetizzare e raccontare, scrivendo bene, resta ancora una professione a tutti gli effetti, che non si può improvvisare.

nota della redazione

Sembra ieri, quando il giornalismo doveva affrontare alcune sfide per la propria sopravvivenza: quelle lanciate dagli operatori online che avevano messo ogni utente in grado di pubblicare qualsiasi contenuto, preso il controllo della distribuzione delle notizie e usurpato il mercato della pubblicità, con la promessa di saper individuare i target con estrema precisione.

Ora invece, a quanto pare, i professionisti dell’informazione si stanno rivelando perfettamente in grado di rispondere a tali sfide. Il nemico è in ritirata, l’industria del giornalismo deve solo trovare il coraggio di reclamare la propria vittoria.

La scorsa settimana, l’Huffington Post ha chiuso la propria piattaforma che ospitava gli autori di blog che contribuivano senza essere pagati, mentre Facebook ha deciso di chiedere ai propri utenti di classificare le fonti di notizie in base alla loro autorevolezza.

Due scelte che dimostrano una chiara preferenza nei confronti del giornalismo tradizionale, quello in cui le persone vengono pagate a giusto titolo per gli articoli che producono. L’edizione 2018 dell’Edelman Trust Barometer, appena pubblicata, rivela che la fiducia nei media tradizionali è in crescita. Nelle 28 nazioni in cui è stato condotto il sondaggio, oggi il 59% delle persone ha fiducia nel giornalismo, contro il 54% dell’anno scorso, mentre la fiducia nei confronti dei social media è scesa dal 53 al 51%. Quasi ovunque nel mondo occidentale, i professionisti dell’informazione sono considerati più attendibili delle piattaforme online.

L’annuncio di Facebook costituisce un’ammissione del fatto che l’azienda non è riuscita a sostituire i contenuti professionali con quelli generati dagli utenti. “Le ultime notizie saranno sempre fondamentali per iniziare le conversazioni su questioni importanti”, ha scritto il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg. Ma c’è dell’altro. Facebook sta dicendo ai suoi utenti che consumare i prodotti di certe organizzazioni è più sano rispetto a un approccio indiscriminato. Ecco perché, dopo l’annuncio di Facebook, le azioni del New York Times hanno subito un rialzo.

Restano con l’acqua alla gola le media company che hanno puntato tutto sui “social”: ora sono costrette a tagliare il personale, dopo aver scoperto che mettersi al traino degli avidi e vulnerabili giganti di Internet non è stata una scommessa vincente. Se va avanti così, le testate giornalistiche potrebbero chiedersi se non sia meglio investire sul proprio sito web anziché sui social media.

Sopravvivere è una buona cosa, ma vedersi riconosciuto il proprio valore è meglio. Ora che le piattaforme tecnologiche si stanno rendendo conto di non avere nulla che possa prendere il posto del buon giornalismo di qualità, è giusto che lo paghino per quel che vale. È questo il senso, in sostanza, di una dichiarazione rilasciata lunedì da Rupert Murdoch, presidente esecutivo della News Corporation. Murdoch ha accusato Facebook e Google di contribuire alla popolarità di “fonti di informazione scurrili”, ha dato loro il merito di aver riconosciuto il problema e ha formulato una richiesta: “Se Facebook vuole dare un riconoscimento agli editori ‘affidabili’ allora dovrebbe pagar loro una ‘tassa di trasporto’, analoga a quella che pagano le reti della Tv via cavo. È ovvio che gli editori stanno aumentando il valore e l’integrità morale di Facebook grazie alle notizie che pubblicano e agli altri contenuti, ma non sono ricompensati in modo adeguato per tali servizi. Una tassa per il trasporto avrebbe un impatto trascurabile sui profitti di Facebook, ma avrebbe un grande peso per il futuro di editori e giornalisti”.

Dal momento che Zuckerberg ha riconosciuto il valore delle notizie per le finalità della sua azienda, e cioè mettere in contatto le persone e costruire comunità, questa appare come una proposta sensata. Gli editori di giornali dovrebbero opporsi alla ripubblicazione (gratuita - ndt) dei loro contenuti. Per l’industria della musica ha funzionato: Facebook sta pagando i diritti d’autore per la musica diffusa nei suoi video. Se le testate giornalistiche “affidabili” faranno pressione su Facebook, alla fine verranno pagate anche loro.

Gli editori di giornali non dovrebbero fermarsi a questo. È un’aberrazione che i social media e i motori di ricerca siano diventati i principali canali di distribuzione per molti di loro, tanto da rimpiazzare i loro stessi siti web, fino a mettere in pericolo gli introiti pubblicitari e quelli da abbonamento. Per questo motivo, ogni cambiamento di strategia da parte di Facebook e Google chiede degli aggiustamenti, a volte veri e propri stravolgimenti, per quanto riguarda il modo in cui i contenuti vengono mostrati e presentati.

Gli editori dovrebbero prestare maggiore attenzione a progetti come il browser “Brave”, progettato per aiutarli a essere pagati direttamente e/o attraverso un meccanismo di condivisione delle entrate pubblicitarie. Devono anche impegnarsi per cambiare gli standard della pubblicità online, per trasformarla dall’attuale e disonesto smercio di dati personali, raccolti in silenzio, in un modello trasparente nel quale le persone vengono ricompensate, in denaro o con contenuti di qualità, per visualizzare le inserzioni.

È anche ora che vengano stipulati accordi generali per la creazione di paywall che non possano essere aggirati facilmente semplicemente svuotando la cache del browser o aprendo una sessione di navigazione in incognito. Sarebbero, perlomeno, un aiuto nella trattativa con le piattaforme di Internet per ottenere compensi più alti.

Fino a poco tempo, fa queste importanti battaglie erano rese più complicate da un diffuso pessimismo tra gli editori e dalla disponibilità da parte degli ultimi arrivati a regalare i propri contenuti nella speranza di raccattare qualche briciola dal banchetto pubblicitario dei colossi del web. A questo punto, dovrebbe essere chiaro che questo pessimismo era malriposto e che fare dumping non è utile per nessuno. I contenuti di qualità non possono essere gratuiti. È arrivata l’ora di reagire.

- Leonid Bershidsky scrive su Bloomberg View. Ha fondato il quotidiano economico russo Vedomosti e il sito d’opinione Slon.ru.

© 2018, Bloomberg