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Il governo di Parigi punta al rilancio delle scuole francesi all’estero

Il governo parigino si accinge nei prossimi mesi a riformare tutto il sistema delle scuole francesi operanti in paesi esteri. Si tratta di ben 492 scuole distribuite ai quattro angoli del globo, dalle quali deriva una rete di relazioni e di contatti che è anche strumento di influenza diplomatica. La validità della formazione fornita da queste scuole è dimostrata dagli eccellenti voti di maturità mediamente conseguiti dagli studenti. In media, ogni scuola ospita, per due terzi, ragazzi provenienti da famiglie locali, per un terzo ragazzi di famiglie francesi residenti temporaneamente o stabilmente all’estero. Il 20% di queste scuole è direttamente gestito dallo Stato, mentre il restante 80% è di natura privata. In quest’ultimo comparto si distinguono quelle in convenzione con lo Stato (35% del totale) e quelle in partenariato (45%). La gran parte delle scuole si trova in Europa, Africa e Medio Oriente.

In Italia, le strutture francesi esistenti sono il liceo Stendhal a Milano, il Victor Hugo a Firenze, lo Chateaubriand e il Saint Dominique a Roma, il Dumas a Napoli e il Jean Giono a Palermo. Per (triste) confronto, si pensi che in Francia non esistono licei italiani, ma solo sezioni italiane all’interno di due licei internazionali, con un programma di studio che è italiano solo in parte.

L’obiettivo della riforma francese è raddoppiare, da qui al 2030, il numero di studenti che sono iscritti in tali scuole, pur tenendo conto del fatto che le risorse finanziarie a disposizione del governo sono abbastanza limitate. Un primo problema concerne la rappresentanza dei genitori all’interno dell’Agenzia per l’Insegnamento del Francese all’Estero (AEFE), che sovraintende a tutte le scuole francesi all’estero, sia pubbliche che private: i genitori hanno solo 2 posti su 28 nel consiglio di gestione dell’Agenzia, pur contribuendo per l’80% ai costi annuali delle scuole, sia pubbliche che private. Vi è una crescente protesta tra le famiglie francesi all’estero. Infatti, in dieci anni, a causa della riduzione degli stanziamenti statali, le rette sono aumentate del 60% circa. Alcune scuole cominciano ad avere problemi di solvibilità: le immatricolazioni sono in netto calo e i costi fissi restano incomprimibili. D’altronde, se le rette crescono, aumenta la concorrenza delle scuole private angloamericane, ancora oggi più costose ma capaci di offrire strutture all’avanguardia, un metodo di insegnamento meno teorico e più “semplice”, oltre che un ambiente più internazionale. Molte di queste offrono agli studenti dell’ultimo anno l’esame per l’International Baccalaureat, una sorta di maturità internazionale riconosciuta da tutte le più prestigiose università del mondo, che poi, per larga parte, sono proprio quelle dei paesi anglosassoni. Basti pensare che dal 2000 al 2017 le scuole internazionali angloamericane si sono moltiplicato per 3,5 (oggi ci sono 8900 scuole nel mondo), hanno moltiplicato per 5 il numero degli studenti (4,9 milioni) ed hanno moltiplicato per 9 l’ammontare dei ricavi (giunti a 43 miliardi di dollari).

La riforma punterà sullo sviluppo delle scuole private in regime di partenariato, alle quali è consentito il fine di lucro (al contrario delle convenzionate) e nelle quali il governo francese investe fondi molto limitati (a differenza delle convenzionate). Uno sviluppo che, però, andrà di pari passo con controlli governativi più stringenti, visto che alcune di esse hanno registrato un calo della loro reputazione in questi anni, con effetti negativi sulle altre scuole francesi operanti nello stesso paese.

Forse arriverà il giorno in cui anche il nostro governo comprenderà l’importanza, culturale e diplomatica, di avere una pur piccola rete di scuole italiane all’estero, vocate all’internazionalità, magari da realizzare in collaborazione con i privati. È pressoché certo che i tanti italiani residenti all’estero e molte famiglie straniere sarebbero ben felici di dare ai loro figli una formazione mista italiana-internazionale, di alta qualità, che faciliti l’accesso alle migliori università del mondo. D’altronde, se è vero, come riferiscono alcune fonti, che l’italiano è ormai la quarta lingua più studiata al mondo, allora vuol dire che esiste un importante mercato potenziale.

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