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Il mito dell’università per tutti: un inganno per studenti e contribuenti

Affermare che molte più persone dovrebbero frequentare l’università sembra qualcosa di lodevole. Siccome ormai la nostra società è principalmente “fondata sulla conoscenza”, è un bene aumentare il numero dei cittadini istruiti. Per questo, quando nel 1999 Tony Blair dichiarò che “nel XXI secolo dovremo fare in modo che il 50% dei giovani scelga di proseguire gli studi fino al livello universitario”, il suo pubblico ne fu entusiasta.

Ricordando che negli anni Sessanta solo il 5% dei giovani andava all’università, l’obiettivo di Blair richiederebbe che l’università mantenga un buon livello di insegnamento, pur aumentando il numero degli iscritti.

E se così non fosse? Questa settimana, il Comitato per gli Affari Economici della Camera dei Lord ha presentato un resoconto piuttosto sconvolgente. È stato intitolato  “Trattare in modo corretto gli studenti” (Treating Students Fairly), ma dimostra come in realtà non li stiamo affatto trattando in modo corretto…

La situazione si è particolarmente aggravata nel 2012, quando la coalizione di governo (Conservatori + Liberaldemocratici - ndt) decise di innalzare il costo delle tasse universitarie. Attualmente le entrate delle università dipendono in gran parte da questa voce, e non da finanziamenti statali, quindi gli atenei mirano ad accumulare quante più iscrizioni possibili, in modo da ottenere maggiori ricavi. La qualità dell’educazione ne risente, come prevedibile.

Le scuole superiori, valutate dall’Ofsted (l’ispettorato scolastico) in base a numero degli allievi che riescono ad accedere agli studi universitari, hanno contribuito a questa immeritata espansione, facendo pressioni sui propri studenti affinché intraprendessero il percorso accademico. Solo raramente le scuole aiutano i ragazzi a orientarsi nel labirinto degli studi professionali e dell’apprendistato (cioè nei percorsi alternativi all’università).

I sistemi di formazione part-time sono collassati, mettendo in crisi istituzioni come, per esempio, la Open University. Il mondo dell’apprendistato si è impantanato nella confusione a causa dell’assurdo obiettivo di raggiungere i 3 milioni di partecipanti, che era stato posto nel 2015 dai Conservatori per far bella figura con il loro programma incentrato sullo slogan “aspirazioni per tutti”.

Esistono circa 500 differenti tipi di apprendistato, di cui quasi 300 hanno una durata di ben due anni. Molti di questi “apprendistati” sono in realtà forme di impiego a cui viene attribuita tale etichetta in modo da ottenere sussidi statali. Un dato sconvolgente che emerge dal rapporto della commissione è che il 40% di coloro che stanno svolgendo un apprendistato non ha assolutamente idea di cosa stia imparando.

Per quanto riguarda il valore dei titoli di studio, il rapporto dei Lord riferisce che nell’anno scolastico 2016/17, gli studenti che si sono laureati erano il 26%, contro il 18% del 2012/13. Nessuno, però, crede che questi dati siano indici di un effettivo e così rapido aumento del livello di istruzione. Si tratta di valori gonfiati, la cui prevedibile conseguenza è la profonda delusione che nasce tra i neolaureati quando non riescono a ottenere il lavoro e lo stipendio che era stato loro promesso. A un’intera generazione è stata venduta la parvenza, e non la realtà, di un progresso educativo. Ed è corretto usare il termine “venduta”: per la prima volta, da quando l’accesso all’università è diventato alla portata di tutti, gli studenti stanno pagando somme davvero ingenti per usufruire di questo privilegio. Pagare è giusto in linea di principio, ma ovviamente lo scambio diventa svantaggioso se la qualità dell’educazione diminuisce con l’aumento delle tasse.

Il rapporto presentato dalla commissione dei Lord approfondisce in particolare due aspetti preoccupanti in merito ai prestiti studenteschi: i loro tassi di interesse sono molto alti (6.3% secondo i dati di quest’autunno) e vengono addebitati a partire dall’inizio del corso di studi. L’addebito immediato è stato stabilito dal Ministero del Tesoro - conclude il rapporto - per “appianare” il deficit: le notevoli somme derivanti dall’incasso degli interessi vengono calcolate come entrate nel bilancio annuo, e in questo modo il disavanzo diminuisce. Tuttavia, la spesa totale per il sistema dei prestiti studenteschi, in particolare quella dovuta alla svalutazione dei finanziamenti non estinti, andrà a ripercuotersi fino a 30 anni dopo il termine del prestito.

La commissione parlamentare è riuscita a far ammettere a Sam Gyimah, il ministro dell’Università e della Ricerca, che entro l’anno fiscale 2049/50 il valore nominale del debito che ricadrà sui contribuenti sarà di 1.212 miliardi di sterline (1.380 miliardi di euro - ndt) o, se vogliamo scriverlo in maniera ancor più terrificante, 1.212.000.000.000. Una cifra che rappresenta più della metà del prodotto interno lordo annuale del Paese.

Bisognerebbe aggiungere che fanno parte di questa commissione due ex ministri delle Finanze, un ex sottosegretario e un ex responsabile del Tesoro; non si può dire, quindi, che questo rapporto sia frutto delle opinioni di nobili naif o di critici faziosi. Gli stessi redattori sono rimasti piuttosto scioccati da quanto scoperto.

In queste circostanze, direi che “appianare il deficit” è un modo fuorviante per definire le intenzioni dell’allora cancelliere, George Osborne. La storia probabilmente si esprimerà usando termini meno positivi.

© Telegraph Media Group Limited (2018)