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Il modello sociale svedese, ovvero l’arte del buon negoziato

A novembre 2017 si è tenuto in Svezia il Social Summit europeo per il Lavoro e la Crescita. Il Figaro ha colto lo spunto della conferenza per un breve, ma interessante, sguardo ai rapporti tra sindacati e imprese in Svezia. L'Italia avrebbe qualcosa da imparare...

nota della redazione

In occasione del Social Summit europeo, convocato questo mese a Göteborg, la Svezia intende promuovere le sue strategie.

Quando chiediamo a Göran Nilsson, membro del principale sindacato operaio svedese, IF Metal, di rievocare la sua ultima manifestazione, ecco la sua risposta: “Era il 1° maggio, per la Festa del Lavoro”. Ma avete manifestato per difendere un diritto sociale acquisito o per rivendicare un aumento di salario? Il sindacalista esita a lungo e poi confessa: “Non me ne ricordo!”.

Questa “invisibilità” dei conflitti sociali costituisce l’aspetto più spettacolare del “modello svedese”.

Non è un caso se il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha scelto la Svezia per convocare un “summit sociale” dei capi di Stato e di governo della Ue.

Il rinomato modello svedese ha visto la luce nel 1938, nel porto turistico di Saltsjöbaden. “All’inizio del XX secolo la Svezia era uno dei paesi europei in cui i conflitti sociali erano più frequenti” – spiega Kenneth Nelson, dell’università di Stoccolma. “A Saltsjöbaden, gli imprenditori e i sindacati giunsero alla conclusione che sarebbe stato molto più produttivo mettersi d’accordo su come incoraggiare la crescita economica nel miglior modo possibile”. E che questa crescita avrebbe consentito di finanziare il sistema di protezione sociale.

In seguito, questo “modello” si è, di fatto, profondamente evoluto. A partire dagli anni Novanta, la dimensione del Welfare State si è notevolmente ridotta per far fronte ad una crisi economica senza precedenti. Oggi, la Svezia è ridiventata uno dei paesi più prosperi dell’Unione europea, con un tasso di disoccupazione al 7% e un confortevole surplus di bilancio. In compenso, essa non rappresenta più un eldorado sociale. Il numero dei dipendenti pubblici è stato ridotto e il posto fisso a vita non può più essere garantito. Inoltre, diversi settori – come ad esempio l’educazione e la sanità – sono andati verso la privatizzazione.

Secondo Kenneth Nelson, che ha messo a confronto i sistemi sociali dei paesi sviluppati, la Svezia ha chiaramente perso posizioni. “Nel 1990, quando il Welfare State era al culmine, nessun’altro paese aveva un sistema pensionistico altrettanto generoso. I lavoratori percepivano l’85% del loro salario. Nel 2015, un solo paese si comporta peggio della Svezia, ed è la Germania. L’apertura al privato, inoltre, ha aumentato le ineguaglianze e il modello svedese si è avvicinato a quello britannico o americano”.    

L’indispensabile discrezione

Per i più liberali, come Martin Adahl, capo economista del Partito del Centro - formazione politica di opposizione - questi sacrifici erano necessari: “La Svezia si è distinta quando ha saputo adattarsi alle diverse realtà: è per questo che il modello svedese è in costante trasformazione. Senza le riforme degli anni Novanta, promosse sia dalla destra che dalla sinistra, la Svezia avrebbe fatto la fine della Grecia”.

Sulle relazioni sociali aleggia costantemente uno spirito di collaborazione, di continuità. Presso IF Metal, Göran Nilsson ha partecipato, nel 1997, alla realizzazione del “patto industriale”. Un testo di riferimento nel quale non si parla in alcun modo né di ore di lavoro, né di aumenti salariali, ma, più prosaicamente, di come riuscire a negoziare nel migliore dei modi. “Le due parti devono depositare le loro proposte tre mesi prima della scadenza di un contratto di settore, basandosi su un rapporto redatto da quattro economisti indipendenti” – spiega dettagliatamente Göran Nilsson. Se, dopo due mesi, non si ottengono risultati, i negoziati vengono affidati ad una personalità imparziale. “Se anche quest’ultimo tentativo fallisce, cosa rarissima, dobbiamo rendere conto delle cause di questo esito negativo a tutti gli altri settori industriali. Quel che è certo, è che lo Stato non è mai invitato ad intervenire”.

I rappresentanti dei datori di lavoro sono sottoposti agli stessi obblighi e si rallegrano del tasso di sindacalizzazione degli operai che, per alcuni settori, raggiunge l’80%: “Quando si rappresenta la quasi totalità dei lavoratori, aumenta necessariamente il senso di responsabilità” – sostiene Anders Weihe, capo intermediario dell’associazione fra le industrie tecniche svedesi (Teknikföretagen).

C’è un ingrediente, in questa ricetta svedese, che contribuisce in maniera significativa al suo successo: la discrezione. Sindacati e datori di lavoro si sono ritrovati a dibattere durante diverse settimane in merito alla possibilità di offrire alle migliaia di rifugiati stranieri un contratto di lavoro temporaneo, con un salario più basso, affinché potessero ottenere un impiego più rapidamente. Le discussioni si sono svolte lontano dalle telecamere, ed è solo grazie ad una fuga di notizie della radio nazionale che gli Svedesi hanno appreso della loro esistenza. E che si era addirittura prossimi a concludere un accordo.

© Frédéric Faux, 2017, Le Figaro