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Il pragmatismo tecnocratico ha sostituito le convinzioni politiche

Per la filosofa Chantal Delsol, i frequenti interventi pubblici di Macron sono a supporto di una visione esclusivamente pragmatica del potere. La politica del "buon senso" e il governo degli esperti hanno rimpiazzato il dibattito tra le diverse visioni del mondo.

nota della redazione

In questi ultimi giorni, la comunicazione “intensiva” di Emmanuel Macron ha messo in luce in maniera ancora più evidente la forma di un nuovo potere, ovvero di una tecnocrazia pragmatica coadiuvata da una fredda retorica. In discontinuità con la politica delle idee che ha sempre caratterizzato le democrazie, e rompendo la logica dei vecchi partiti - nessuno escluso - la Francia ha scelto di concedersi un governo trasversale ai partiti stessi, un governo in grado di guardare “allo stesso tempo” sia a destra che a sinistra, mostrandosi né liberale né socialista pur essendo entrambe le cose. In poche parole, un governo “pragmatico”, la cui azione non viene legittimata da principi, da convinzioni, bensì dall’evidenza scientifica e dal buon senso cartesiano.

È come se rivendicare delle idee, delle convinzioni sulle quali fondare il proprio progetto politico fosse ormai diventato qualcosa di indecente. I socialisti giustificavano le proprie azioni attraverso la loro fede nella superiorità dell’uguaglianza, i liberali attraverso la fede nella superiorità della libertà. La stessa democrazia, d’altronde, si fonda su questo dibattito tra diverse convinzioni, e fino ad oggi un uomo politico “senza ideali” era mal visto, ritrovandosi costretto ad inventarsene su due piedi per non essere considerato cinico. Attualmente, il dibattito tra idee sembra essere diventato obsoleto: forse delegittimato a causa della sua stessa propensione alla disonestà intellettuale, al fanatismo, e a lotte non sempre leali. Nello spirito postmoderno campeggia oggi una rivendicazione di “disinvoltura” che sta conducendo inevitabilmente all’abbandono di qualsiasi tipo di impegno politico: “Una causa! Non siamo così provinciali!” diceva un personaggio di Simone de Beauvoir. Difendere delle convinzioni è obsoleto. Macron non ha un ideale. E allora in nome di che cosa agisce? Quello che fa, lo fa perché è utile e necessario, perché è efficace. Ma efficace per ottenere che cosa? Riposta: gli obiettivi fondamentali del pragmatismo, cioè il benessere del popolo e il rispetto dei suoi usi e costumi. Fondamentalmente, siamo di fronte ad una politica del buon senso. Cosa che risulta essere più che benvenuta, oltre che logica, in un momento in cui il paese si ritrova impantanato, sia a destra che a sinistra, nell’economia statalista, nel protezionismo diffuso, nell’indulgenza e nel lassismo su ogni fronte.

Questa situazione dura da così tanto tempo che qualsiasi individuo dotato di buon senso, il quale voglia tentare di fornire una risposta ai problemi della nazione, tenderà necessariamente a procedere nella direzione opposta. Basta un minimo di ragionevolezza per osservare che gli imprenditori, schiacciati dalle tasse, vanno a cercare la forza lavoro al di fuori dei confini nazionali, e per capire che la prosperità dei francesi dipende necessariamente da un alleggerimento della pressione fiscale (“un regalo per i ricchi”, secondo la definizione ideologica di Edwy Plenel[1]). Basta un minimo di buon senso per capire che non sono le logorree colte e pretenziose, bensì il fatto di imparare a leggere-scrivere-far di conto, durante la scuola primaria, a plasmare l’intero avvenire di un bambino. Basta un minimo di buon senso, ancora una volta, per capire che un paese è destinato a sprofondare irrimediabilmente nel fallimento se continua a finanziare alcuni privilegi ereditati dal socialismo; oppure per capire che una società non può che crollare a partire dal momento in cui comincia a considerare l’occupazione delle università o delle ZAD [2] come fatti banali, ridicoli. Il buon senso da parte del potere è il benvenuto se è in grado di liberarci dai vincoli della vecchia ideologia socialista. Tutto ciò che la destra non è riuscita a fare in nome delle proprie convinzioni, Macron tenta di realizzarlo in nome del pragmatismo. Ormai è diventato sconveniente fare le riforme appellandosi ai massimi principi, ma è lecito fare le riforme semplicemente perché “funzionano”. Il Presidente viene visto come un grande liberale, perché nella Francia statalista anche il minimo buon senso – salvo abbandonare presto o tardi la scena – impone scelte di libertà. In realtà, Macron crede unicamente a ciò che funziona.

La stessa cosa è destinata a verificarsi con ogni probabilità anche per quanto riguarda i fenomeni attinenti alla vita sociale. In quest’ambito però l’efficienza assume un valore diverso. La storia personale del Presidente è una trasgressione post-moderna, ovvero legittimata e di successo. Questo fa forse di lui un difensore dell’anarchia morale? È poco probabile. Il nostro Cesare, da buon pragmatista, si preoccupa molto delle varie credenze e tradizioni del suo popolo, come ampiamente dimostrato con il discorso al Collegio dei Bernardins (nel quale ha blandito il mondo cattolico - ndt). Egli comprende molto bene il cristianesimo e ne rispetta il ruolo, così come valorizza o intende valorizzare il ruolo degli ebrei, dei musulmani, dei massoni, degli LGBT e degli adoratori di balene. Farà in modo di non deludere nessuno, cosa niente affatto difficile quando si parte da una posizione di neutralità.

Questo equivale a dire che il Presidente, non governando in funzione di una corrente o di convinzioni difese in sede di campagna elettorale e risultate in seguito vincenti, governa unicamente per i francesi e per il loro benessere. Ci troviamo di fronte all’eterna tentazione francese: dotarsi di un capo di Stato che, scavalcando la logica dei partiti, sia in grado di scegliere come obiettivo il bene comune, prendendo le distanze da qualsiasi lobby. Una tentazione che già a suo tempo era stata prima monarchica e in seguito gollista. Non c’è scampo. È questo che la Francia adora, ed è Cesare che desidera. I francesi ammirano la sua intelligenza e il suo carisma. È cento spanne sopra agli altri, al punto che anche i due giornalisti che gli stanno di fronte sembrano mediocri ideologi ancorati al passato (ma siamo davvero così provinciali?), piazzati lì appositamente, per fare in modo che tutti possano detestare una volta per tutte queste convinzioni così obsolete. Cesare, intanto, esibisce una retorica fredda e sovrana, un tantino accondiscendente, e quel suo guizzo di collera negli occhi ogniqualvolta viene contraddetto non lascia presagire nulla di buono per il futuro. Il nostro Cesare è un padre, e i cittadini sono i suoi figli. La società francese non è mai riuscita a diventare abbastanza adulta da riuscire a sbarazzarsi dell’ossessione del capo.

Escludere le convinzioni e le correnti di pensiero dal campo visivo, significa ignorare la democrazia vera e propria, la quale non si alimenta d’altro che del dibattito tra diverse visioni del mondo. Evidentemente, non c’è molto da dibattere interno al buon senso, soprattutto se questo è stato talmente “bistrattato” che le risposte si impongono da sole. Ci si ritrova allora in uno scenario TINA (“There is no alternative”, non c’è altra scelta). E, ovviamente, il nostro Cesare esibisce la “democrazia partecipativa”, caratterizzata da continue riunioni nelle quali, senza tregua, si dà voce al popolo senza ascoltarlo davvero. Diversamente da quanto taluni affermano, questa non è una forma ultramoderna e superiore di democrazia. Al contrario, è un ritorno alla dimensione antica dei conciliaboli, che corrisponde – e non può essere altrimenti – all’autocrazia. Perché l’assemblea, invece di decidere, si trastulla nel suo bisogno di esibirsi pubblicamente cercando il consenso, a dispetto del quale decide sempre il capo unico, attorniato dai suoi “tecnici” e dai suoi amici. Macron, che si è dotato di una maggioranza parlamentare assolutamente fedele, quasi devota, e di ministri “tecnici”, governa in solitudine, sopra il mare delle voci e delle opinioni.

Questo è quel che si dice “governo degli esperti”, altrimenti detto tecnocrazia, il quale intende farci credere che di fronte alle scelte politiche esista una sola risposta possibile, al tempo stesso “scientifica” e di buon senso. Il presidente è un figlio della meritocrazia francese, e la meritocrazia (sistema che abbiamo importato dalla Cina) mette d’accordo il pragmatismo con l’autocrazia.

La domanda cruciale è: siamo di fronte alla fine delle convinzioni politiche, e dunque alla democrazia come forma di confronto tra diverse visioni del mondo? Oppure tutto questo non è che una parentesi grazie alla quale potremo – per vie insondabili – liberarci del vecchio demone marxista e rimettere ordine nel nostro sistema democratico?


[1] Hervé Edwy Plenel è un giornalista politico francese, direttore del sito di informazione francese Mediapart - ndt.

[2] Per gli imprenditori, “Zona di Pianificazione Differita”, per alcuni cittadini “Zona da Difendere”. Si fa riferimento alla polemica relativa all’area di costruzione del futuro aeroporto internazionale di Notre-Dame-des-Landes, a pochi chilometri dall’attuale aeroporto di Nantes, in Bretagna. L'operazione è fortmente osteggiata da comitati di cittadini e da numerosi gruppi antagonisti. Continui e seri incidenti si sono susseguiti nella zona per molte settimane - ndt.

© Chantal Delsol, 2018, Le Figaro