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Il preside che vieta i cellulari ... e vuole ritornare ai libri di testo

Non tutti piegano la testa di fronte all'invasione di cellulari e tablet nelle scuole...

nota della redazione

Entrare nell’ufficio di Peter Phillips – recentemente consacrato miglior dirigente scolastico del Regno Unito – è come tornare indietro nel tempo: ritratti di ex presidi occhialuti appesi alle pareti, un clarinetto in bella mostra nella custodia aperta, un tavolino ottomano in tessuto scozzese invaso da teiere e pasticcini.

Ma, cosa ancor più insolita per il preside di un istituto scolastico che accoglie 216 tra studenti e convittori, sulla sua elegante scrivania in mogano non si nota alcun computer, laptop o telefono cellulare. Solo un telefono fisso campeggia fra le carte.

L’assenza di dispositivi tecnologici non è un caso. Peter Phillips, come ogni bravo insegnante, vuole dare l’esempio. È uno dei pochi dirigenti scolastici ad avere avuto il coraggio (molti direbbero l’incoscienza) non solo di attuare con fermezza un piano di “disintossicazione” digitale ma addirittura di imporre un blackout totale nel proprio istituto, vietando gli smartphone e limitando l’uso di altri strumenti tecnologici come laptop e tablet. Il preside della St. Anselm School, una preparatory school privata frequentata da studenti dai tre ai sedici anni, immerso nella bucolica campagna inglese del Peak District, la cui retta arriva fino a £24.900 all’anno, è appena stato premiato dalla rivista Tatler come miglior preside del Regno Unito.

Peter Phillips è in ottima compagnia: Bill Gates, il fondatore di Microsoft, e quello di Apple, Steve Jobs, hanno imposto ai propri figli regole ferree sull’uso dei dispositivi digitali (Gates non ha concesso l’uso del cellulare prima dei 14 anni, né permetteva che fosse usato a tavola, mentre Jobs limitava l’uso dell’iPad in casa perché convinto che creasse dipendenza).

I pericoli che minacciano oggi le scuole sono cambiati. Camminando per i campi sportivi o lungo i corridoi, invece di schiamazzi e dell’allegro vociare dei ragazzi, si sente solo il rumore di dita che pigiano frenetiche sulle tastiere dei cellulari, o il suono delle notifiche di Snapchats, mentre i volti assorti restano incollati agli schermi.

Eppure, i problemi derivanti dall’uso smodato che un’intera generazione di ragazzi videodipendenti fa dei dispositivi tecnologici sono stati ampiamente dimostrati. Secondo l’Office for National Statistics (l’Istat britannico – ndt), i bambini che passano tre o più ore sui social media durante la giornata, manifestano problemi di natura mentale in misura doppia rispetto a coloro che non trascorrono il loro tempo online.

I medici sostengono che gli effetti della dipendenza tecnologica sulle giovani menti sono paragonabili a quelli della cocaina: aumento dell’ansia e calo dell’autostima; inoltre, per 24 ore su 24, sette giorni su sette, essa fornisce al cyberbullismo la protezione dell’anonimato.

È quindi a persone come mr. Phillips, in prima linea nella lotta contro il nuovo ordine digitale mondiale, che dovremmo essere grati.

“Credo fermamente che durante l’infanzia i dispositivi elettronici, di qualsiasi genere, debbano essere totalmente esclusi”, afferma il preside. “L’uso del cellulare crea isolamento e dipendenza, assorbendo totalmente l’attenzione. Ciò che mi preme è alleviare i bambini dal peso delle tecnologie, far sì che sviluppino la capacità di concentrarsi e di relazionarsi con i loro coetanei. Quando il primo televisore arrivò nelle nostre case, eravamo ossessionati dall’idea che guardarlo per troppo tempo potesse causare danni al cervello. Oggi il problema si ripresenta immutato”.

Se gli allievi della St. Anselm devono chiamare casa, possono usare il telefono fisso in segreteria. Per chiunque fosse sorpreso con un dispositivo vietato è prevista la sospensione – è successo solo due volte in quattro anni; al secondo provvedimento scatta l’espulsione definitiva. Il dirigente scolastico ammette che questa politica non lo rende popolare; ma afferma che “nessuno piange per i corridoi perché non ha un cellulare”, e sostiene di avere creato un clima più allegro e più libero, che favorisce nei bambini lo sviluppo dell’immaginazione. 

Peter Phillips aveva già vietato l’uso dei cellulare sei anni orsono, quando dirigeva la Cundall Manor School nello Yorkshire, e si ritiene che sia stato emulato da un terzo delle scuole in quella regione.

A una conferenza della Independent Association of Preparatory Schools tenutasi quest’anno, è emerso che solo lui e un altro preside, su 60, abbiano vietato l’uso degli smartphone a scuola. “Mi guardavano come se avessi una rotella fuori posto”, ride Phillips, descritto dalla Good Schools Guide come un esponente estraneo alla “tradizionale categoria dei presidi seriosi e formali”. Ma se da un lato deve lottare contro consolidate abitudini digitali, dall’altro deve confrontarsi con i genitori.

“L’altro vero problema è l’incapacità dei genitori di dire di no, che nel tempo è andata peggiorando. Alcuni temono i propri figli. Probabilmente hanno dei sensi di colpa, forse lavorano entrambi e fanno fatica a trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata. Quindi non riescono a imporsi. Eppure, i bambini reagiscono bene ai ‘no’ ragionevoli”.

Nel complesso, l’iniziativa è stata accolta positivamente. Il discorso tenuto in occasione del proprio insediamento presso la St. Anselm School, in cui annunciava l’introduzione del divieto di utilizzare i cellulari a scuola, è stato accolto con un applauso da parte dei genitori. La scorsa settimana, una madre di York gli ha detto di avere scelto la St. Anselm proprio per via del divieto. 

Secondo Mr. Phillips, il rischio che questo provvedimento scateni nei bambini un’abbuffata digitale una volta tornati a casa, è questione al di fuori delle sue possibilità di controllo.

Per lui conta che nelle ore trascorse a scuola essi siano liberi da pressioni tecnologiche.

Le idee di Mr. Phillips trovano conforto in un crescente numero di riscontri. Secondo una ricerca della London School of Economics del 2015, le scuole in cui i cellulari sono vietati hanno registrato un miglioramento del 6,4% nei voti degli studenti oltre i 16 anni, e un aumento del 12,2% per gli studenti che partivano da voti più bassi.

Progressivamente, anche altre scuole si stanno facendo promotrici di questo cambiamento culturale. L’estate scorsa, la Stroud High School ha annunciato il divieto di cellulari e smartwatch, per alleggerire la pressione sociale sull’aspetto fisico dei ragazzi e delle persone in genere. La preside della Wensleydale School nello Yorkshire aveva pensato di far installare un sistema elettronico per bloccare i segnali telefonici (“jamming”), ma poi si è resa conto che avrebbe violato la legge.

Ma non sono solo i cellulari a disturbare l’apprendimento: mr. Phillips è preoccupato anche della progressiva scomparsa dei libri scolastici. “La digitalizzazione dei testi di studio è una faccenda seria e tra non molto non vi saranno più libri, perché tutto andrà online. Sta già accadendo”, così afferma.

Nel 2017, uno studio realizzato dalla società di ricerche YouGov ha rivelato che meno del 10% degli insegnanti prevede di usare ancora libri di testo nei propri corsi, o nella maggior parte di essi, per la fine del 2020. In passato, il viceministro per l’Istruzione scolastica, Nick Gibb, si era scagliato contro il crescente atteggiamento contrario ai libri di testo nelle scuole volto a ridurre i costi.

Se materie come la storia o la geografia si prestano ad una certa simbiosi con i nuovi media, per materie come lingua e letteratura inglese i libri sono insostituibili. “I libri cambiano il modo di elaborare un argomento e permettono un assorbimento graduale”, afferma Phillips. “I testi cartacei danno un senso di sicurezza ai ragazzi. Consentono di ripassare agevolmente. Tutti noi siamo strutturalmente in sintonia con la forma del libro. Un giusto equilibrio tra i diversi strumenti di studio è della massima importanza”.

Peter Phillips si sforza in ogni modo di sottolineare che le sue posizioni non significano un ritorno al medio evo. La sua scuola ha un laboratorio pieno di robot, stampanti 3D e computer. Si tengono lezioni su programmazione pc e scrittura in codice sorgente per alunni dai 6 anni in su, mentre i ragazzi oltre i 13 anni possono usare i laptop in alcune lezioni, sotto il controllo dei docenti.

“Non voglio dare l’impressione che questa scuola sia una specie di dinosauro che si oppone al cambiamento. Non è il nostro caso”.

Si tratta di insegnare agli allievi la capacità ad autoregolare il tempo che dedicano ai vari device, oltre che aiutarli ad acquisire maggiore sensibilità e consapevolezza della vita che scorre fuori da tali schermi. “Ciò che stiamo cercando di creare, e abbiamo creato, è un’oasi in cui i bambini possano godere pienamente della propria infanzia quanto più a lungo possibile”.

Mentre la campanella suona la ricreazione, vaghiamo all’interno della scuola e ci imbattiamo in ragazzini che irrompono a braccetto fuori dalle aule. Due di loro fanno la fila per mostrare al preside le medaglie vinte nelle gare di nuoto. Il chiasso riempie i corridoi, mentre gli scolari parlano e scherzano tra di loro, mostrando interesse per la realtà viva e concreta che li circonda.

© Telegraph Media Group Limited (2017)