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Il problema pensionistico: la minacciosa avanzata dell’età media

Nessuno può dire che non siamo stati avvisati. Per anni, gli studiosi di ogni categoria e disciplina – demografia, economia, scienze politiche – ci hanno messo in guardia sul fatto che le popolazioni dei paesi più avanzati stanno progressivamente invecchiando, con drammatiche conseguenze in termini economici e politici. Ma non li abbiamo ascoltati e non ci siamo preparati a un futuro inevitabile.

Colpevoli di tale negligenza non sono soltanto gli Stati Uniti ma quasi tutte le società avanzate. Di fatto, l’invecchiamento dell’America, pur considerevole, è relativamente modesto se paragonato a quello di molti paesi europei e del Giappone.

L’ultimo allarme arriva da un esteso rapporto sulle pensioni erogate dalla previdenza sociale, “Pensions at a Glance 2017”, pubblicato dall’Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo (OCSE), che ha sede a Parigi ed è prevalentemente composta da paesi sviluppati. Il rapporto avverte che “il ritmo delle riforme pensionistiche ... ha rallentato il passo”.

Il problema è semplice: la bassa natalità e la crescente aspettativa di vita portano all’invecchiamento delle popolazioni. Nei paesi dell’OCSE l’aspettativa di vita media residua per chi ha 60 anni è passata dai 18 anni calcolati nel 1970, agli odierni 23,4, mentre nel 2050 si prevede che sarà di 27,9 anni: si arriverà dunque a vivere fino a quasi a 90 anni. Un fenomeno che porterà a un’esplosione dei costi del sistema sociale e previdenziale.

I governi, consci della situazione di emergenza, hanno aumentato l’età pensionabile. Tuttavia, si tratta di cambiamenti modesti, introdotti con poca convinzione. Soltanto in tre paesi l’età di uscita dal lavoro supera i 68 anni (Italia, Olanda e Danimarca). In generale, l’aumento dell’età della pensione non avviene di pari passo con il previsto aumento della longevità, il che significa che si allunga il tempo trascorso in pensione. Per gli uomini, l’OCSE ha calcolato che l’età media pensionabile aumenterà di 1,5 anni, per collocarsi “appena sotto i 66 anni nel 2060”. Per le donne, l’aumento previsto è di circa 2,1 anni, arrivando sempre attorno ai 66 anni di età.

Le conseguenze: a meno di un netto aumento dell’età pensionabile nei diversi paesi o di una forte riduzione delle pensioni, una porzione crescente del reddito della popolazione in età lavorativa sarà assorbita da maggiori imposte o da tagli che colpiranno altre voci della spesa pubblica, il tutto per finanziare la spesa pensionistica.

I rischi sono enormi, come illustrato dalla tabella seguente che sintetizza il rapporto OCSE e indica il “tasso di dipendenza” di alcuni tra i paesi più sviluppati. Si tratta di un indicatore che misura il rapporto tra anziani (dai 65 anni in su) e popolazione in età lavorativa (dai 20 ai 64 anni). Se i due gruppi fossero identici, il rapporto sarebbe del 100%. Benché in nessuna nazione si sia arrivati a questo limite, in molti paesi le distanze si stanno rapidamente accorciando. In Germania, ad esempio, se nel 2015 la popolazione anziana rappresentava circa un terzo della popolazione attiva (35%), nel 2050 arriverà a costituire più della metà (59%).

“Poche riforme sono così fortemente contrastate come l’innalzamento dell’età pensionabile”, afferma il rapporto OCSE, che prosegue domandandosi “perché l’idea di lavorare più a lungo è così malvista anche da chi ha una lunga speranza di vita ed è in buona salute?”.

É un’ottima domanda, ma essa riconduce a uno dei dilemmi della democrazia: dare alle persone ciò che vogliono nel presente può mettere in pericolo il nostro futuro collettivo.

Non sarà facile trovare una soluzione.

© 2017, The Washington Post