I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.
Logo 01
Content
Top

Il profondo malcontento delle donne iraniane

Le manifestazioni di piazza esplose in Iran alla fine dello scorso dicembre si sono attualmente placate, anche grazie alle 23 persone che hanno perso la vita e ai circa 4.000 arresti effettuati dalle forze dell’ordine. Tuttavia, numerose circostante confermano come nella repubblica islamica continui a covare il malcontento sociale e la determinazione a proseguire sulla strada delle proteste. Un segnale lampante è il crescente numero di donne iraniane che sono salite sulle centraline elettriche e sui muretti per le strade di Teheran, si sono tolte il loro hijab, il copricapo imposto dalla legge islamica, e lo hanno legato a un palo facendolo sventolare come una bandiera.

La prima a portare in scena la protesta è stata una donna di 31 anni, Vida Movahed, che il 27 dicembre si è arrampicata su una centralina di metallo in via Enghelab, anche detta Revolution Street. Si è tolta il velo dalla testa, lo ha issato a un bastone e per un’ora lo ha sventolato in silenzio. Le foto e i video che riprendono la sua protesta si sono subito riversati su internet, con l’effetto di spingere altre giovani donne a seguire il suo esempio, a Teheran e in altre città del paese. Si sono subito fatte conoscere con l’hashtag #GirlsofRevolutionStreet: le ragazze di Revolution Street.

Come c’era da aspettarsi, il regime ha reagito a questa protesta pacifica e silenziosa con la repressione. Movahed è stata arrestata e tenuta in carcere per diverse settimane, prima di essere rilasciata alla fine di gennaio, mentre altre 29 donne sono state detenute fino al 3 febbraio scorso.

Un portavoce della giustizia ha dichiarato che alcune donne, che egli sostiene siano state “istigate da elementi stranieri e [fossero] sotto l’effetto di droghe ricreative", riceveranno un trattamento severo. Un’attivista arrestata sulla Revolution Street il 30 gennaio, Narges Hosseini, è stata condotta in carcere con una cauzione superiore a $110.000.

Sebbene le proteste targate #GirlsofRevolutionStreet presentino delle analogie con il movimento femminile #MeToo che si sta diffondendo in tutto l’occidente, esse si sviluppano in un contesto unicamente iraniano. Lo hijab fu bandito sotto il regime repressivo dello Scià, ma durante la rivoluzione del 1979 le donne lo indossarono in segno di protesta. Oggi, l’uso del velo è imposto dalla legge: la polizia iraniana dichiara di aver effettuato, nel 2014, ben 3,6 milioni di interventi per obbligare al rispetto di tale norma. E quindi le donne si stanno ribellando, togliendo il velo. Il punto chiave di questa protesta, molto sentita dalle donne, non è il rifiuto di un regime autoritario e corrotto, ma la loro rivendicazione ad avere il pieno controllo sul proprio corpo.

Alcuni esponenti del governo sembrano riconoscere che, come per le proteste esplose a dicembre, le sbandieratrici dello hijab si inseriscono in una più ampia protesta popolare. La scorsa settimana, il governo del presidente Hassan Rouhani, un politico moderato, ha reso pubblico un resoconto di tre anni fa dove si afferma che circa la metà degli iraniani vuole rendere facoltativo l’uso dello hijab. In precedenza, il presidente aveva mostrato un’apertura in tema di diritti civili, e a gennaio avrebbe dichiarato “non si può imporre il proprio stile di vita alle generazioni più giovani”.

Come per molte altre questioni, Rouhani sembra tuttavia riluttante o incapace di tenere a bada l’apparato repressivo del regime, che continua a inibire qualsiasi segno di dissenso. Ma ciò non ha fatto altro che rendere più creativi gli iraniani: secondo gli attivisti all’opposizione, molti stanno esprimendo la propria rabbia ritirando i loro depositi dalle banche statali. Slogan scritti sui muri con la vernice, che invocano la fine del regime e la morte del suo leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, sono fotografati e condivisi sui social. In passato, il regime si è dimostrato molto abile nella repressione dei movimenti di opposizione. Ma le Ragazze di Revolution Street costituiscono un ulteriore segno che l’Iran è entrato in una imprevedibile, e speranzosa, stagione di fermento.

© 2018, The Washington Post