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Il regno saudita vuole mettere al lavoro il suo popolo

Per fronteggiare le perdite dovute al calo del prezzo del petrolio, il governo punta su progetti imponenti, futuristi e costosi, che favoriscono la “saudizzazione” del mondo del lavoro.

Negli impianti di raffreddamento e dissalazione dell’acqua diretti dalla Saur (multinazionale francese specializzata nella gestione dei servizi idrici) a Jubail, sulla costa orientale dell’Arabia, più della metà dei dipendenti è saudita. “Nel 2011, quando abbiamo preso in gestione queste strutture, i lavoratori sauditi erano meno di un terzo”, spiega Pascal Grante, consulente di direzione del terzo maggior colosso idrico francese. La Saur ha già superato le quote stabilite dal governo saudita. Ma comunque, senza dubbio, entro qualche anno il personale straniero verrà ridotto a un quarto.

Il mantra di questo Stato, che conta più di trenta milioni di abitanti, di cui un terzo stranieri, è “saudizzare”. E per ragioni ben precise. Più di un terzo dei giovani sauditi fra i 16 e i 30 anni è disoccupato, e nei prossimi dieci anni si affacceranno sul mercato del lavoro quasi due milioni di persone. Per questo, dall’inizio del nuovo millennio, il governo è impegnato in un ampio progetto di inserimento dei sauditi nel mondo del lavoro. Quasi tutti sono funzionari. Il processo di saudizzazione è rivolto soprattutto al settore privato, le cui aziende assumono in media due stranieri per ogni nativo.

Il governo impone alle imprese quote difficili da rispettare. “Si tratta, in effetti, di sostituire una mano d’opera straniera, qualificata e a buon mercato, con lavoratori locali, meno produttivi e più cari”, riassume Sébastien Hénin, direttore generale di Alienor Capital e assiduo frequentatore del paese. Tra l’altro, lavoratori non sempre motivati. I sauditi infatti, oltre ad essere privi di un’istruzione adeguata a ricoprire ruoli di responsabilità, sono anche poco propensi a svolgere lavori manuali. Per questo, talvolta, nelle aziende alcuni gruppi di lavoro sono presenti in doppia copia, una è composta da sauditi e l’altra da stranieri provenienti dall’Asia sud-occidentale (come le Filippine) o dagli Stati arabi vicini.

Un terzo delle lezioni è dedicato all’insegnamento religione

Ma il governo vuole far diminuire il tasso di disoccupazione e ridurre le spese dello Stato. Quindi, alle aziende conviene rispettare le regole del gioco, altrimenti rischiano di venire escluse dai contratti pubblici o di non ottenere il rinnovo del permesso di lavoro per i loro dipendenti.

Far lavorare i sauditi è una necessità. La crescita demografica è forte e lo stato sociale ha visto crollare le sue entrate a seguito dell’abbassamento del prezzo del petrolio. Ma per realizzare tutto questo è necessaria una trasformazione collettiva. In questi ultimi anni, il costo della vita è aumentato a tal punto che le famiglie a reddito medio non riescono più a sopravvivere con un solo stipendio. Quindi, fatto inimmaginabile fino a dieci anni fa, il numero delle donne che lavorano è in continua crescita.

L’obiettivo di portare l’incidenza delle donne ad un terzo degli occupati totali sarà raggiunto “ben prima dell’anno stabilito, il 2030”, ha dichiarato a settembre al Figaro Abdulaziz Alrasheed, viceministro dell’Economia. L’autorizzazione a guidare le automobili, che sarà loro concessa nel giugno 2018, dovrebbe accelerare il processo di integrazione.

Inoltre, le donne sono tanto più attese nel mondo del lavoro in quanto, sebbene costituiscano solo un settimo della popolazione attiva, rappresentano più della metà della popolazione in possesso di un diploma di scuola superiore. E la formazione è una priorità assoluta. L’istruzione beneficia infatti di uno dei più cospicui investimenti dello Stato. Ma anche in questo ambito, c’è una rivoluzione da attuare. Alle scuole superiori e nelle università, un terzo delle lezioni è dedicato allo studio della religione, principalmente nella sua forma integralista, il wahhabismo: non sarà certo la religione a creare i manager, gli ingegneri o i medici del futuro in Arabia Saudita.

© Armelle Bohineust, 2017, Le Figaro