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Il revival dei labirinti nel Regno Unito: perdersi aiuta a trovare se stessi…

Era il 1971. I 12.000 spiriti liberi che avevano partecipato alla seconda edizione del Glastonbury Free Festival [un noto festival musicale inglese – ndt] avevano appena lasciato la Worthy Farm nel Somerset, ma uno di loro aveva deciso di fermarsi: Greg Bright, un diciannovenne con i capelli lunghissimi, un tipo che che pensava in grande. Rimase lì finché Michael Evis non gli affittò un campo inadatto al pascolo e lui iniziò a tracciare un labirinto.

Lo scrittore Henry Eliot sostiene che Bright è un personaggio affascinante e che è stato lui a dare l’avvio al revival dei labirinti nel Regno Unito. La marchesa di Bath, vedendo il labirinto della Worthy Farm una volta realizzato, commissionò a Bright la costruzione di un secondo labirinto a Longleat [uno dei più noti castelli inglesi, proprietà dei marchesi di Bath - ndt]. Inaugurato nel 1975 è, stando alle parole di Eliot, “incredibilmente grande”, con una lunghezza pari a circa 3,2 chilometri. “Ogni anno devono tenerlo chiuso per due settimane per consentire a una squadra di giardinieri di potare le sue pareti camminando sui trampoli”. Per uscirne ci vuole circa un’ora e mezza e Eliot paragona l’esperienza alla lettura di un romanzo lungo e dalla trama complicata. “Quando si guadagna l’uscita sembra di aver ottenuto un gran risultato”.

Il successo di Bright a Longleat ha ispirato una nuova generazione di costruttori di labirinti in tutto il mondo, ma l’idea di realizzare labirinti è antichissima: risale infatti a diversi millenni fa, come spiega Eliot nel suo nuovo libro “Follow This Thread”. Eliot è cresciuto a Winchester, non lontano dalla Mizmaze, uno degli otto antichi labirinti su prato rimasti in Inghilterra. Il luogo lo attraeva, perché è un mondo di tensione e ansia. “In alcuni momenti essere dentro un labirinto non è poi così divertente. Ci si entra per perdersi, e la cosa può rivelarsi alquanto spaventosa”.

Nella sua ricerca sulle radici culturali dei labirinti, Eliot ha messo in luce una tradizione ricca di metafore che esplorano i diversi aspetti dell’esistenza e dell’animo umano. “I labirinti sono simboli polivalenti, che possono rappresentare una ricerca, un pellegrinaggio, una liberazione, ma anche una trappola. Nella mitologia dei nativi americani, sono simbolo di affermazione personale, di rinascita spirituale”.

Dice ancora Eliot: “Nella mitologia celtica, i labirinti rappresentano la morte. Ad Anglesey, c’è una tomba ipogea risalente al neolitico chiamata Bryn Celli Ddu in cui i visitatori, per entrare nel luogo di sepoltura vero e proprio, devono faticare per superare uno strettissimo ingresso di pietra. Quando entriamo in un labirinto abbiamo accesso a tutte queste metafore diverse: il labirinto dell’amore, l’ineluttabilità della morte, la vita come viaggio in cui cercare di prendere le decisioni migliori”.

Con l’avvento della moda delle case di campagna, il labirinto è diventato uno status symbol. Nei labirinti a più percorsi e con diverse entrate e uscite, come quello settecentesco di Hampton Court, la sensazione di claustrofobia risulta attenuata. Questi labirinti diventano un luogo in cui flirtare lontano da occhi indiscreti, continua Eliot. “In alcuni casi il labirinto sfugge a qualsiasi controllo e, nella percezione comune, corrisponde ad un luogo sgradevole”.

Attualmente, invece, la maggior parte di noi collega i labirinti a delle belle gite in luoghi piacevoli. Eliot mi ha portato in uno dei suoi labirinti preferiti, nei giardini del castello di Leeds, nel Kent. Questo labirinto è stato progettato da Adrian Fisher, un altro personaggio chiave nel revival dei labirinti inglesi. Bright ha messo in pratica nuovi principi di progettazione dei labirinti, ad esempio quello dei centri reciprocamente accessibili, secondo cui il labirinto è costituito da tanti piccoli labirinti connessi da punti di snodo. Fisher, invece, si è specializzato nella costruzione di “labirinti simbolici”, in cui i percorsi, visti dall’alto, formano motivi particolari e riconoscibili.

Fisher ha progettato 700 labirinti in 35 paesi, ma il Malborough Hedge Maze, nella tenuta di Blenheim Place, costruito con 3000 siepi di tasso, è il più grande labirinto simbolico del mondo.

Anche il labirinto del castello di Leeds, progettato nel 1988 con la forma della corona e della tiara della regina, è un gioiello, secondo Eliot. “L’ho trovato gradevole perché, pur essendo così piccolo, la sua difficoltà è quasi irritante”, osserva mentre entriamo al suo interno.

Ci sono diverse tecniche per risolvere i labirinti. In alcuni di essi, dove tutti i percorsi sono connessi, ad esempio in quello di Hampton Court, è sufficiente seguire sempre la parete o la siepe alla propria destra o alla propria sinistra per arrivare al centro, anche se il percorso risultante è lungo e tortuoso. Qui invece, nel labirinto di Leeds, questa tecnica non funziona. Negli anni venti dell’Ottocento, Earl Stanhope inventò un tipo di labirinto più difficile, in cui non tutte le pareti interne erano connesse.

“L’unico metodo per risolvere questo labirinto risiede in un complicato algoritmo elaborato nel XIX secolo dal matematico francese Charles Pierre Trémaux. Ad ogni incrocio occorre lasciare un segno. Un po’ come Hansel e Gretel”. Eliot preferisce sforzarsi a ricordare la via d’uscita ogni volta che la abbia già trovata in passato. La sua memoria è formidabile e abbiamo avuto appena il tempo di osservare tutto il labirinto da una piattaforma centrale rialzata, prima che arrivasse un gruppo di chiassosi ragazzini francesi.

Mentre ci incamminiamo verso l’uscita, Eliot mi spiega che c’è una differenza tra un maze (dedalo) e un labyrinth: il maze ha più percorsi e vie senza uscita, mentre il labyrinth è un unico percorso obbligato, inestricabilmente arrotolato su se stesso. “I labyrinth tendono ad essere più meditativi e spirituali. Il mondo cristiano ne fece largo uso; se ne trovano diversi in varie cattedrali gotiche sparse in Europa. Entrandoci, si ha come la sensazione di seguire un pellegrinaggio in miniatura”.

Che gli si attribuisca un valore metaforico o meno, ogni incontro con un labirinto fa storia a sé, ci avverte Eliot. “E se ne esce fuori con una migliore conoscenza di sé stessi”.

Il libro: “A maze book to get lost in” (“Un libro-labirinto in cui perdersi”), di Henry Eliot, edizioni Penguin (£16.99). Su books.telegraph.co.uk è disponibile a £14.99, più spedizione e imballaggio.

© Telegraph Media Group Limited (2018)