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Il rischio di una deriva rivoluzionaria in Francia

Alain Minc è uno dei grandi maître à penser che la Francia sforna con una certa facilità. Sebbene nel suo paese sia considerato “liberale”, si tratta, in effetti, di un socialdemocratico o, al massimo, un centrista. D’altronde, tutto l’asse culturale francese è, da sempre, poco incline al vero liberalismo e più spostato sullo statalismo redistributivo. Quindi, di solito, chi è liberale a Parigi, negli altri paesi è classificabile come social-liberale, lib-lab, socialdemocratico o, appunto, centrista. Dell’articolo, più che le posizioni politiche di Minc (assolutamente pro Macron, sino all'adulazione più plateale), ci ha colpito il fosco presagio di rischi rivoluzionari in Francia e, presumibilmente, in altri paesi europei.

nota della redazione

Nell’opinione del noto scrittore, se i partiti tradizionali non faranno attenzione, la bilancia politica del paese potrebbe presto pendere fortemente a sinistra. In Francia, così come negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Nel suo ultimo libro, Alain Minc, ex consigliere di Sarkozy, oltre che vicino ad Alain Juppé e sempre in contatto con Emmanuel Macron, analizza i pericoli che minacciano il mondo di domani. Al primo posto, le diseguaglianze educative, quelle sociologiche e quelle geografiche.

Il suo nuovo libro reca come titolo «Une humble cavalcade dans le monde de demain» (Una umile cavalcata nel mondo di domani - ndt): si tratta forse di un modo per non farsi relegare da Macron nel “vecchio mondo” da cui il presidente vuole distaccarsi?

Alain Minc – Non vi è un mondo di ieri e un mondo di domani. Come già scrissi dieci anni or sono (in Ce monde qui vient, Il mondo che verrà, Orme editori, 2005), credo sia un buon esercizio intellettuale cercare di individuare i più importanti fattori di cambiamento per i dieci anni a venire, non mancando di osservare gli anni anteriori, per valutare se ciò che prima avevamo previsto si è verificato o meno.

Da quanto si legge nel libro, possiamo dire che il mondo è molto cambiato! Lei, che è solitamente considerato “l’amico dei potenti”, “il liberale”, sembra ora preoccupato per l’aumento di certe diseguaglianze, che ha riassunto con l’espressione “la Francia periferica”. Laurent Joffrin, sul quotidiano Libération, parla addirittura di “Minc il rosso”…

No, non scopro io, all’improvviso, le diseguaglianze! Nemmeno la “Francia periferica”! Lo sappiamo bene: il mondo liberale può generare diseguaglianze economiche eccessive, soprattutto negli Stati Uniti. Ma il mio intento è mostrare che la società ha creato, soprattutto in Francia, anche altre diseguaglianze, oggi crescenti, le quali rischiano di diventare ben più gravi delle eccessive differenze di reddito. Le diseguaglianze finanziarie possono essere considerate, in certo qual modo, come il motore del capitalismo, un sistema che produce al tempo stesso efficienza e diseguaglianza. Invece, gli squilibri in campo educativo, sociologico, geografico, culturale e addirittura psicologico, esplosi nel corso di questi ultimi trent’anni, hanno creato un grave fossato tra la Francia urbana e la Francia periferica, come ha già evidenziato Christophe Guilluy. Si tratta di diseguaglianze che non scaturiscono dal capitalismo, ma dalla nostra stessa incapacità. Devo dire che sono rimasto sbigottito dai dati del secondo turno delle presidenziali (francesi), vedendo che a poca distanza da grandi città che hanno votato in massa per Macron, la provincia ha preferito nettamente Marine Le Pen. Mi ha colpito, in particolare, il caso della regione Lot-et-Garonne, una zona che conosco e nella quale non vi sono problemi di immigrazione o di disoccupazione. Qui è ancora peggio: si tratta di francesi che si sentono travolti da una sorta di “esilio interiore”, puramente mentale, il che mi sembra più grave di una crisi che fosse dovuta a ragioni economiche o materiali.

Sembra che lei tema addirittura una specie di nuovo ’68 in grado di travolgere la Francia...

La crescita elettorale, e simultanea, di Bernie Sanders negli Stati Uniti, di Jeremy Corbyn nel Regno Unito e di Jean-Luc Mélenchon in Franca, non è un caso. Se i partiti dominanti non fanno attenzione, la bilancia politica si sposterà fortemente a sinistra, con un innesco che probabilmente partirà dagli Stati Uniti, in reazione al “trumpismo”, a favore di un populismo protestatario, forse quasi rivoluzionario. Temo che si possa andare verso un sommovimento sociale improvviso, imprevedibile, con forme inedite e dalle conseguenze imponderabili. Ma non sarà un movimento veramente uguale al ’68, sarà qualcosa di più politico. Il ’68 fu un terremoto soprattutto sociologico: il pendolo non schizzò dalla parte opposta dello scacchiere politico. Ma quando uno legge il programma di Corbyn, resta allibito: il 40% degli inglesi ha votato in favore della nazionalizzazione dei servizi di natura pubblica e per l’aumento delle tasse! Detto questo, grazie a Dio, non esiste un Marx contemporaneo. Provi a immaginare un Marx attuale alle prese con i social media! Sarebbe più facile per lui mettere in moto il proletariato internazionale… Per ora, lo sfruttamento delle inquietudini collettive che ruotano tutte intorno agli stessi temi, agitati dall’alleanza internazionale dei demagoghi – o nazionalisti di quarto rango –, non può arrivare molto lontano.

Nel suo libro, lei sostiene la tesi secondo cui la marea del populismo va contrastata con le stesse armi dei populisti. Cosa intende?

In effetti, la sola strategia innanzi alla marea montante del populismo consiste nel ripiegare contro di lui le sue stesse armi. E’ ciò che ha cominciato a fare il movimento Ciudadanos (i Cittadini) in Spagna e che Macron sta facendo in Francia. Si tratta di mettere in corto-circuito i partiti, di perseguire un ricambio delle élite, ma non in nome di una dottrina estremista, bensì di una classica filosofia pro-Europa, a favore dell’economia sociale di mercato e della redistribuzione. Per la Francia, la riuscita, o meno, del mandato - o dei mandati - di Macron è molto importante. Se il presidente vince la sua scommessa, si tratterà di un segnale decisivo per gli altri paesi: la prova che la politica sa rinnovarsi ma che le idee circolanti restano nell’alveo tradizionale, al servizio di una posizione politica centrista o “al centro”.

Macron dà l’impressione di osservare la società solo attraverso il prisma dell’economia, senza tenere in considerazione le inquietudini di molte persone. Riceve i grandi della terra a Versailles per poi volare a Davos (al World Economic Forum  - ndt), ma non sembra che dedichi attenzione alla recente protesta delle guardie carcerarie (per varie aggressioni attuate da detenuti pericolosi – ndt). Non è una politica pericolosa?

Macron rivolge la sua attenzione soprattutto ai temi economici perché sta cercando di produrre una forte iniezione di fiducia, quasi uno “choc”, che funga da carburante per rimettere in moto la macchina del paese. La sua convinzione è che se si dà impulso all’occupazione, tutta la nazione si rimette in cammino. A differenza di Hollande – il quale non aveva capito che esistono tre fattori di produzione nell’economia, vale a dire il capitale, il lavoro e la fiducia – Macron ne è ben consapevole e spinge al massimo su questo terzo pedale. Detto ciò, Macron, come tutte le persone ben istruite, è soprattutto un decisore razionale.

A parte Macron, vi è qualche autentica figura “politica” tra i suoi collaboratori?

Sono rimasto molto colpito dall’ascesa progressiva del primo ministro, secondo il copione non scritto della Quinta Repubblica. Édouard Philippe, oggi, corrisponde a quel che fu Pompidou nel 1962 (quando era capo del governo, non ancora presidente della Repubblica – ndt), o Raymond Barre nel 1976: il direttore d’orchestra, senza l’autorità del compositore. Se farà bene, Philippe diventerà un importante personaggio politico, come lo diventarono Pompidou e Barre. Sono lieto di constatare che con Philippe si è abbandonata quella certa logica secondo cui il posto di primo ministro va assegnato ad un alleato insoddisfatto o vanitoso.

Ritiene che Macron giungerà ad imporsi come il nuovo leader dell’Europa?

Macron si conforma all’atteggiamento tradizionale della Francia in politica estera: vale a dire, il mettersi in punta sui piedi, per cercare di far pesare la voce della Francia in misura un po’ superiore a quello che è il suo peso oggettivo in ambito internazionale. D’altronde, che altro fecero de Gaulle o Mitterrand? I francesi si aspettano che il loro “monarca” abbia una certa autorità e un certo prestigio. Sarkozy aveva l’autorità, ma meno prestigio. Hollande non aveva né l’una né l’altro, mentre Macron, mi pare evidente, li ha entrambi. Ecco perché il presidente è ben calato nel suo ruolo anche agli occhi di chi lo avversa. E’ per questo che l’opinione internazionale sulla Francia è cambiata: non abbiamo più vergogna di essere francesi e, anzi, ne siamo orgogliosi.

© Anne Fulda, 2018, Le Figaro