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Il ritorno del vecchio capitalismo

Ci illudiamo di vivere in un periodo di eccezionali stravolgimenti economici, ma la verità è che la situazione presente ricorda incredibilmente quanto già avvenuto in passato. Abbiamo imparato – e poi dimenticato – che un’economia in evoluzione è intrinsecamente distruttiva, ma che i cambiamenti periodici generano spesso benefici a lungo termine. Questo si è dimostrato vero per gran parte della nostra storia.

Senza dubbio, in questi anni hanno avuto luogo numerose trasformazioni economiche: la diffusione di internet, l’enorme deficit di bilancio degli Stati Uniti, l’alto livello raggiunto dal debito pubblico e privato sia nelle nazioni più ricche sia in quelle in via di sviluppo, l’ascesa della Cina, la crescente disparità degli stipendi e della distribuzione della ricchezza, l’immigrazione, l’invecchiamento della popolazione, la globalizzazione (intesa non solo come commercio di beni e servizi, ma anche riferita all’enorme flusso di denaro che attraversa i confini nazionali). E così via.

Il cambiamento sembra essere parte integrante della natura stessa dell’economia. Non sappiamo però quale direzione prenderà, e l’incertezza mette in crisi il nostro senso di sicurezza. Tutto questo è innegabile, ma è anche vero che è sempre stato così: molti dei precedenti periodi economici - se non tutti - sono stati caratterizzati dalla stessa contraddittoria mescolanza di ammirazione e di ansia. Anzi, in confronto al passato, l’economia odierna appare piuttosto tranquilla.

Alcuni anni fa, un amico mi regalò una copia del libro Recent Economic Changes (“I recenti cambiamenti economici”), pubblicato nel 1890 e scritto da David A. Wells, uno dei più importanti economisti americani della fine del diciannovesimo secolo. Il suo saggio, di quasi 500 pagine, comincia con queste parole:

“I cambiamenti economici dell’ultimo quarto di secolo – cioè nel corso della vita della generazione attuale – sono stati senza dubbio, nella storia mondiale, i più importanti e numerosi avvenuti in un lasso di tempo così breve”.

Vi sembra di averlo già sentito?

Ai tempi di Wells, i progressi realizzati nel campo dei trasporti, delle comunicazioni e dell’industria manifatturiera furono straordinari. Sull’acqua, le imbarcazioni a vapore avevano sostituito quelle a vela. Sulla terra, il treno aveva preso il posto delle carrozze e dei carri a cavallo. Nel 1869, fu aperto il canale di Suez e, contemporaneamente, venne inaugurata la prima linea ferroviaria transcontinentale degli Stati Uniti.

Nel 1800, ci volevano in media quarantadue giorni per andare da New York all’allora minuscolo avamposto militare di Chicago; alla vigilia della guerra civile, il tempo necessario per percorrere la stessa distanza si era ridotto a due giorni, stando a quanto riportato nell’Historical Statistics of the United States (Statistiche storiche degli Stati Uniti), edizione Millennial. Treni più veloci e un maggior numero di tratte fecero diminuire i costi dei trasporti; tra il 1859 e il 1890, le linee ferroviarie aumentarono di venti volte la loro estensione, passando da 14.000 a circa 268.000 chilometri.

Quegli anni furono anche il periodo dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione degli Stati Uniti. Nel 1860, quattro americani su cinque vivevano in zone rurali, ma prima del 1900 la popolazione era quasi triplicata, arrivando a 76 milioni, di cui il 40% risiedeva nelle aree urbane. L’industria si sviluppò rapidamente: la produzione di birra, che nel 1871 era di 6,6 milioni di barili, aumentò di sei volte prima della fine del secolo.

Paragonate a tutto ciò, molte delle innovazioni dell’economia odierna paiono di poco conto. Lo sviluppo di grandi città ebbe sulla vita quotidiana un impatto certamente più importante dell’avvento di Facebook o di Istagram. La tecnologia digitale può produrre risultati sorprendenti, frustranti e irritanti, ma i suoi effetti saranno sempre messi in una posizione di secondo piano rispetto allo sconvolgimento sociale ed economico verificatosi nella seconda metà del diciannovesimo secolo.

Certamente anche allora, come oggi, ci furono delle ripercussioni negative. I progressi realizzati portarono, scrive Wells, “alla completa dissoluzione di ingenti capitali investiti nello sviluppo di nuove invenzioni e scoperte tecnologiche, alla perdita di somme ancora più elevate a causa della riduzione dei tassi di interesse e degli utili, al malcontento dei lavoratori e all’aumento dell’antagonismo tra le nazioni”.

Vi sembra di averlo già sentito?

Un altro aspetto negativo di questo periodo di grande sviluppo fu l’instabilità cronica. Nel corso degli anni si ebbero diverse crisi finanziarie e depressioni, in particolare nel 1873, 1882, 1893 e 1907. Quando le imprese tagliavano i salari, le tensioni tra i lavoratori spesso esplodevano in violente proteste. In borsa, il dinamismo economico diede origine a speculazioni e truffe.

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, si diffuse la convinzione che fosse in corso una modernizzazione e un miglioramento di questo capitalismo grezzo. Si pensava che una politica monetaria e fiscale attiva – ad esempio l’uso del debito pubblico e il bilancio federale – avrebbe attenuato l’impatto dei cicli economici; che l’introduzione di una rete di protezione in ambito sociale (indennità di disoccupazione, buoni pasto e altri interventi del genere) avrebbe mitigato le sofferenze umane provocate dagli inevitabili crolli finanziari.

Fu il momento di una svolta storica: il vecchio e crudele capitalismo stava lasciando il posto a un capitalismo più moderno e sensibile. Ma fu davvero così? Più ci allontaniamo dalla seconda guerra mondiale, più il nuovo capitalismo sembra assomigliare a quello vecchio. La produttività e il tenore di vita si sviluppano in modo imprevisto e improvviso; continuano a succedersi cicli finanziari difficili; aumenta la disuguaglianza economica.

È esagerato affermare che il nuovo capitalismo sia ritornato esattamente a quella che era la sua forma originaria: ci rimangono comunque una rete di protezione sociale e una moderna politica monetaria e fiscale. Questi elementi fanno la differenza, e pochi di noi sarebbero disposti a farne a meno. Eppure, lentamente, il passato sta raggiungendo il futuro…

© 2018, The Washington Post