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Il vantaggio dell’età: le imprenditrici “d’annata” cominciano tardi

Quando Jane Kellock presentò il suo progetto per una nuova attività, la reazione del suo capo e di uno sponsor furono deludenti. “Mi dissero ‘mi piace e non mi piace’ ”, ricorda oggi a distanza di anni. “Furono piuttosto sprezzanti”.

La Kellock aveva già alle spalle una lunga carriera come cacciatrice di tendenze nel settore della moda e non si demoralizzò. “Me ne andai dalla riunione pensando: ‘andate al diavolo, ce la faccio da sola’ ”, ci racconta.

Ed è così che, all’età di 51 anni, Jane mise in piedi un’azienda tutta sua: un sito web - Unique Style Platform (USP) - che fornisce alle aziende del settore moda e lifestyle previsioni sulle tendenze generali in ambito fashion.

Sono già trascorsi cinque anni da allora, la sua società è in continua crescita e nel suo ufficio a Hackney, zona est di Londra, ci sono cinque donne in pianta stabile a lavorare per lei, più una considerevole squadra di agenti freelance a disposizione.

La Kellock è solo una delle numerose storie di successo tra le statistiche, spesso trascurate, degli over-50 che hanno dato vita ad una loro impresa. Ricade in quest’ambito un’attività commerciale su sei nel Regno Unito.

Li chiamano ‘olderpreneurs’, imprenditori "d’annata", ma i loro successi sono notevoli: alcuni studi dimostrano che le attività avviate da persone di mezza età hanno il 70% di possibilità di superare i primi cinque anni di vita, mentre le imprese dei giovani imprenditori si attestano solo al 28%.

Di solito, le donne mature che si lanciano in un’attività commerciale sono considerate una minoranza rispetto agli imprenditori uomini di età avanzata, ma sono emersi dati che dimostrano il contrario. Un crescente numero di signore di mezz’età decide, per le più svariate ragioni, di tentare l’avventura.

“Stiamo osservando che molte donne tra i 45 e i 55 anni avviano delle imprese”, racconta Lynne Cadenhead, presidente di Women’s Enterprise Scotland. “E’ una tendenza ormai confermata”.

Come si spiega questo aumento delle “start-up d’argento” al femminile? E come riescono queste imprenditrici d’annata a sfruttare il vantaggio che può portare la non più giovane età?

La risposta potrebbe darla uno studio condotto dal Telegraph prima del lancio della sua campagna “Women Mean Business” (“Donna vuol dire Impresa”), mirata ad eliminare il pregiudizio che spesso frena i finanziamenti per le donne imprenditrici. Il giornale ha commissionato un sondaggio su 750 donne titolari di un’attività e ne è risultato che spesso le imprenditrici con figli lamentano svantaggiate condizioni iniziali di partenza rispetto ai colleghi maschi. E’ stato però interessante rilevare che le donne con figli adulti già fuori casa percepiscono in misura minore questo handicap, se paragonate non solo a chi ha figli in casa, ma anche a chi non ha alcun figlio (meno del 25% delle intervistate con figli adulti ha dichiarato di subire questo svantaggio, paragonato al 35% delle imprenditrici senza prole).

Questi dati suggeriscono che, al momento del distacco dai figli, le donne vedono aprirsi un maggior spiraglio nella loro crescita professionale. Sembra proprio il caso di Jane Kellock, considerato che, quando lei avviò la USP, i suoi figli vivevano ormai fuori casa per seguire gli studi universitari.

“Quando i miei figli erano piccoli lavoravo part-time a contratto, mi destreggiavo tra un impegno e l’altro per seguire i bambini”, ricorda. “Una volta superata questa fase, i miei orizzonti professionali si sono ampliati, insieme al numero di ore che potevo dedicare al lavoro. E’ innegabile che crescere dei figli mentre si lavora è difficile”, dice la Kellock. “Adesso che i miei ragazzi vivono altrove, sono libera di dedicare ogni energia alla mia attività. Posso decidere di lavorare 14 ore di seguito, senza sentirmi in colpa. Sono in contatto con molti professionisti e mi sento inserita, ho costruito tanto nel corso della mia carriera”.

“Come me, altre amiche si preparano a dare il via alle loro ambizioni, una volta che la fase ‘occhio ai bambini’ è archiviata”, ci racconta.

Alcune donne si decidono a diventare imprenditrici ancora più avanti negli anni – e questo dipende dai diversi casi della vita di ognuna – ma tutte condividono la sensazione che finalmente il momento giusto è arrivato.

Cherry Harker ha lanciato la sua marca di costumi da bagno, ZwimZuit, nel 2016, a 76 anni. In un’intervista al Telegraph ha dichiarato: “Tutto è successo al momento giusto. Mi sono sposata a 30 anni, fino ai miei 40 anni mi sono dedicata alla famiglia, ho collaborato nell’azienda di mio marito e ho cresciuto mia figlia Tamarisk. A 50 anni ho combattuto un cancro al seno, a 60 ho affrontato un tumore alla cervice e dopo ho finalmente trovato il momento giusto per costruire qualcosa solo per me. La mia età non costituisce un limite”.

Il momento giusto per le neo-imprenditrici può quindi coincidere con la fine degli impegni genitoriali, ma può anche accadere che, dopo anni di acrobazie tra famiglia e lavoro, una donna si senta nelle giuste condizioni per affrontare la sfida di una propria attività. In fondo, se hai tirato avanti per vent’anni con un lavoro sottopagato e allo stesso tempo ti sei fatta in quattro per i figli e la casa (incombenze ancora completamente a carico delle donne), allora sai che puoi affrontare qualsiasi cosa…

“Le donne apportano alle attività d’impresa una diversa esperienza di vita”, sostiene Lynne Cadenhead. “Esse hanno sempre ruoli multipli all’interno della società: sono mogli, madri, o ‘assistenti’ in senso ampio. Di conseguenza, sono molto più allenate a destreggiarsi, e ci riescono con maggior facilità”.

Non è solo la sindrome del “nido vuoto” che può spingere una donna a tentare l’avventura imprenditoriale; può anche accadere che il bisogno di affrontare la sfida nasca al proprio interno, come modo per ridefinire sé stessa.

Una ricerca (“Older Female Entrepreneurship” – imprenditoria femminile nell’età matura), condotta l’anno scorso, sembra indicare proprio questo tipo di motivazione, rilevando che “l’atteggiamento proattivo di alcune donne mature orientate alla creazione d’impresa può derivare dal loro desiderio di ridisegnare la propria esistenza. Per esempio, le donne intervistate hanno individuato, come motivi alla base del loro impegno imprenditoriale, il bisogno di conquistare un certo riconoscimento pubblico, la ricerca di uno status sociale e il desiderio di conquistare un obiettivo”.

In un altro punto della ricerca, condotta da Isabella Moore, ex presidente del Women’s Enterprise Panel[1], si afferma che “avviare un’impresa rappresenta per molte donne mature l’opportunità di realizzare un desiderio coltivato a lungo, o di soddisfare un loro bisogno di essere socialmente apprezzate, anche grazie ad un miglior reddito”.

Sempre più spesso, l’aspettativa di vita può avere un ruolo in tutto questo. Molte delle cinquantenni di oggi hanno innanzi a sé molti anni da vivere in buona salute e, come osserva il rapporto della dottoressa Moore, “le donne desiderose di avviare una propria impresa ritengono che le buone condizioni fisiche e mentali siano un fattore importante, anzi un vero e proprio pre-requisito per poter affrontare un tale impegno”.

Le più lunghe aspettative di vita sono anche connesse al fatto che tali donne si trovano spesso in quella fase della vita in cui i loro genitori sono ancora vivi, ma ormai molto anziani. La prospettiva di una eredità non lontana nel tempo può fornire non solo lo stimolo psicologico, ma anche i mezzi finanziari per realizzare un sogno imprenditoriale coltivato a lungo.

Per converso, la stessa ricerca indica che lo stato di necessità può essere l’altro grande propulsore, tanto quando il desiderio di autorealizzazione. L’indagine ha rilevato l’esistenza di un’intera schiera di donne che si potrebbero definire “imprenditrici per forza”. Come affermano gli autori, “non di rado, donne mature si avventurano nella creazione d’impresa – a dispetto del fatto che questa non sia una scelta comune – solo perché non resta più loro alcuna altra opzione, trovandosi in stato di grande insoddisfazione professionale e/o di discriminazione sul lavoro”. Analogamente, “un’altra ragione che spinge le donne non più giovani a tentare la carta dell’imprenditoria, sperando in un reddito migliore, risiede nell’assenza o nell’insufficienza di un’adeguata copertura pensionistica”.

Volenti o nolenti, ciò che accomuna tutte le imprenditrici mature è la ricchezza della loro esperienza di vita, sia sul lavoro che nel privato. Kirsten Lord, una donna di Edimburgo che a vent’anni ha avviato un suo centro di fisioterapia e poi, intorno ai 45 anni, un servizio online – PhysioMedics –sostiene che “non è tanto l’esperienza professionale specifica, quanto l’esperienza di vita ciò che conferisce ad una donna di mezza età il grado di sicurezza e autostima che le è necessario per avviare e gestire un’attività”.

Come disse una volta Bill Gates, “credere in sé stessi è fondamentale, trovare la propria passione è un’avventura”. Per diverse donne di mezza età, nulla sembra più calzante.

[1] Un comitato consultivo di donne imprenditrici, creato nel 2004, con lo scopo di suggerire al governo le migliori politiche pubbliche a sostegno dell’imprenditoria femminile – ndt.

© Telegraph Media Group Limited (2018)