I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.
Logo 01
Content
Top

Il veleno del multiculturalismo

Come evidenziato da Malek Bouith nella sua forte critica alle recenti proposte di Jean-Louis Borloo[1] in merito alle banlieues (L’Express, 26 aprile 2018), ciò che più desta preoccupazione in questi quartieri non è tanto la situazione economica e sociale, quanto il crollo dell’ideale repubblicano sotto l’effetto della violenza delle bande rivali, del fondamentalismo e del multiculturalismo. Dagli “zadisti”[2] ai separatisti islamici, passando per le aree totalmente in mano alla criminalità, constatiamo che ciò che sta affondando è la nostra idea di Repubblica; e non è a colpi di sovvenzioni, di Grandes Écoles “al cioccolato” (per dirla con Macron[3]) – riservate esclusivamente ai giovani di questi quartieri – di allenatori sportivi, o altre trovate del genere, che il problema verrà risolto.

Purtroppo, il liberalismo americanizzato che guida i nostri leader ha finito per cedere il passo all’idea della discriminazione positiva e al multiculturalismo, che è stato uno dei lasciti principali del ’68. In un articolo di Félix Guattari, pubblicato nel 1986 con Daniel Cohn-Bendit, le carte erano già scoperte: “L’obiettivo non è quello di raggiungere un consenso approssimativo, bensì di promuovere una cultura del dissenso. È insensato pretendere di mettere insieme immigrati, femministe, rocker, regionalisti, pacifisti, ecologisti, appassionati di informatica”. Chi scrive deve ammettere di non aver mai capito cosa ci fosse di insensato nel cercare un accordo tra concittadini.

La verità è che da allora i valori della res-publica - quell’unico spazio pubblico in seno al quale è possibile costruire un consenso intorno alla legge comune - sono stati gradualmente spazzati via, per lasciare il posto a ragionamenti che addirittura la Nuova Destra avrebbe potuto sottoscrivere. Poiché, se i diversi gruppi umani non possono e non devono cercare di accordarsi tra di loro, se ogni riferimento a valori comuni non è che violenza simbolica e tirannia imperialista, è proprio all’atomizzazione del sociale che stiamo assistendo, in favore di un ritorno alla visione reazionaria di comunità visceralmente chiuse in se stesse e incapaci di superare le loro ataviche singolarità per entrare in comunicazione le une con le altre.

In queste condizioni, non è un caso se l’elogio della differenza è progressivamente scivolato verso formule al limite del razzismo. Guattari affronta ancora questi temi nel suo libro “Le tre ecologie”: “I diversi livelli di pratica non solo non devono essere livellati, né collegati tra loro sotto una tutela trascendente, ma è necessario che essi vengano integrati in processi di eterogenesi. Non c’è alcun motivo di chiedere agli immigrati di rinunciare ai tratti culturali che fanno parte del loro essere o del loro senso di appartenenza ad una nazione”. Dal punto di vista di questa calamitosa logica della differenza, la cultura è diventata un analogo della razza, una realtà ontologica, non un’astrazione. Fa parte dell’essere individui, esattamente come la biologia, e per questo motivo si è reso necessario rinunciare al progetto repubblicano di integrazione. Dove si vede come l’umanesimo dei Lumi doveva finalmente cadere sotto i colpi della decostruzione libertaria/liberale che avrebbe portato con sé i suoi principi universalistici. Nasce da qui anche il dibattito apertosi sulla scuola, tra “pedagoghi “, che invocano una radicale decostruzione delle “vecchie fissazioni repubblicane”, in nome del diritto alla differenza,  e “repubblicani”, che auspicano invece il ritorno agli antichi principi della Lettera ai Maestri di Jules Ferry[4]. In realtà, in questa querelle, non si parlava tanto della scuola quanto piuttosto di una opposizione di fondo tra il multiculturalismo del ‘68 e i sostenitori dell’idea repubblicana, dello spazio pubblico, del culto dello sforzo e del lavoro. Invece di incrementare – come più volte correttamente ribadito da Malek Bouith –  lo sforzo per combattere la violenza, principale problema di questi quartieri, l’ennesimo piano sulle banlieues ha preferito far perno sul concetto di discriminazione positiva, rischiando di perdere ancora una volta di vista la giusta prospettiva. Voler creare una ENA (École Nationale d’Administration) di serie B, riservata ai “giovani svantaggiati”, equivale a creare un ghetto scolastico che andrebbe ad aggiungersi a quello urbano.

Non abbiamo bisogno né di “terapie delle coccole”, né di spendere soldi a tutto andare per politiche sociali inefficaci, bensì di poliziotti e magistrati per ristabilire la legalità contro il fanatismo e la delinquenza, con l’obiettivo di restituire autorità alle scuole pubbliche che devono più che mai restare aperte a tutti.


[1] Nel 2017, Jean-Louis Borloo – politico di area liberal-centrista, più volte ministro – è stato incaricato dal presidente Macron di redigere il cosiddetto “Rapport Barloo”, un progetto per il rilancio delle banlieues di Parigi – ndt.

[2] Neologismo che indica i difensori delle “zones à défendre” ed è l’equivalente del termine no-tav – ndt.

[3] Con riferimento alle recenti dichiarazioni di Emmanuel Macron, relative al movimento di protesta universitario, nelle quali il presidente ribadisce che in sede di esami non verrà regalato alcun voto (“il n’y aura pas d’examens en chocolat dans la République”, 12 aprile 2018, TF1) – ndt.

[4] Lettera del 17 novembre 1883. Jules Ferry è, sotto la III Repubblica, l’autore delle leggi che reintroducono l’istruzione pubblica, obbligatoria e gratuita – ndt.

© Luc Ferry, 2018, Le Figaro